una sana anormalità

14 maggio 2010
Pubblicato da

di Ginevra Bompiani

Come dice Rosetta Loy Cuori infranti, i delitti ci toccano in un modo molto intimo e diseguale, come favole nere della nostra infanzia. I delitti di Erba mi hanno subito toccata in un modo speciale, che proverò a spiegarmi qui.

Nei giorni passati, si è svolto il processo d’appello, concluso, come il primo, con una condanna a vita. Ma io non voglio parlare di quei delitti, quanto di una forma di vita rimasta segreta e nascosta fino a qualche giorno dopo che furono commessi, quando, cioè, Rosa Bazzi e Olindo Romano vennero accusati di averli compiuti. Questa forma di vita si rivelò nelle notizie subito divulgate, nei libri subito scritti, nelle dichiarazioni di parenti e testimoni.

Ma la rivelazione piú sorprendente, per me, furono le straordinarie dichiarazioni che Rosa Bazzi rilasciò il 24 febbraio del 2007 davanti a Massimo Picozzi, criminologo, trasmesse poi in televisione il 4 marzo del 2008.

A colpirmi furono le parole che Rosa Bazzi pronunciò piangendo, dopo aver raccontato di aver subito molestie sessuali dal giovane vicino Azouz Mazurk: “E come facevo a parlarne all’Olindo? Ma allora io non sono niente, non sono niente…”

L’umiliazione inflitta da Azouz, di cui non poteva parlare con Olindo, la lasciava completamente sguarnita, senza identità, senza quella identità che si era faticosamente costruita, l’identità normale.

Vorrei fermarmi a quella frase, a quella dichiarazione, mettendo i terribili delitti fra parentesi.

In tutte le loro apparizioni, i due personaggi di Olindo e Rosa appaiono uniti da un fortissimo legame, un’unione simbiotica e solidale, che, a differenza di altre coppie accusate insieme di un delitto, non mostra la piú piccola crepa nemmeno di fronte all’accusa, al carcere, al processo. Il loro mondo li contiene perfettamente ed esclusivamente, tanto che l’illusoria prospettiva di essere incarcerati insieme lo lascerebbe intatto.

Il loro mondo è un uovo, chiuso, liscio e impermeabile. La loro unione è il suo sigillo di garanzia, la boa a cui sono attaccati. Questo mondo è ancora vivo nelle lettere che scrivono dal carcere, nel racconto della loro vita quotidiana, negli scherzi affettuosi, nei teneri battibecchi, nella regolarità delle ore e dei gesti. Una regolarità che, dopo gli eventi della crudele serata, si ricompone in quella pizza che sono andati a mangiare, nella frase sorpresa dalle microspie, le parole scambiate sotto le lenzuola: “Non ti sembra che ci sia piú silenzio adesso?” Spariti i vicini, torna la normalità.

Rosa Bazzi viene da un’infanzia di agra Cenerentola; Olindo Romano ha una mole di orco affaccendato. La normalità è una conquista dura, dalla favola nera della vita. Ed è quello che tutti vogliamo: non essere disturbati, non essere turbati, non scalfire la piccola fortezza delle nostre illusioni, la superficie dell’uovo.

Il filosofo sloveno Slavoj Zizek1) definisce il prossimo come il sempre diverso anche se ci sta vicino. Il vicino è colui che minaccia il nostro uovo, il nostro piccolo assoluto. Un assoluto da quattro soldi, da difendere con le unghie e coi denti, perché senza di esso “non siamo niente, niente”.

Per questo la normalità contiene in sé un germe crudele e devastatore, che di solito cresce al piú in uno stento ramoscello. Dentro alla normalità si nasconde un piccolo orco, una furiosa cenerentola, la strega di Hänsel e Gretel. La normalità è la fiaba in cui si incarnano le fiabe nere della nostra infanzia. Accanita e ferrigna, la normalità del vicino ci minaccia, la nostra minaccia il mondo vicino. Piú duro è stato conquistarla e piú dolorosamente la difenderemo, non per conquistare ricchezze, potere, non per intrinseca malvagità, ma per riacciuffare lei, la nostra malattia prediletta.

Perché malattia? perché questa è solo la lucida armatura da teatro dietro alla quale affastelliamo le nostre cianfrusaglie, il nostro ciarpame, tutto quello che, venuto allo scoperto, comporrebbe forse la nostra sana anormalità. Oppure farebbe di noi un essere davvero normale: eretto, solenne, indifeso, curioso e fragile. Un essere di cui vorremmo che fosse il nostro vicino, il nostro prossimo.

Nella storia di Rosa e Olindo, nella loro storia prima e dopo quella sera, misuriamo la nostra paura caparbia, che fa del mondo un luogo cosí minaccioso.

  1. Slavoj Zizek, “Odia il prossimo tuo: il movente teologico dello scacchiere politico”, Transeuropa (2009 []

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6 Responses to una sana anormalità

  1. lucia cossu il 14 maggio 2010 alle 12:05

    “un essere davvero normale: eretto, solenne, indifeso, curioso e fragile.”
    che lungo percorso diventare umani

  2. lucia cossu il 14 maggio 2010 alle 12:05

    “un essere davvero normale: eretto, solenne, indifeso, curioso e fragile. ”
    che lungo percorso diventare umani

  3. sergio garufi il 14 maggio 2010 alle 12:41

    bel pezzo. “falso come un grande amore”, scrisse una volta il suo amico manganelli. io aggiungerei crudele e allucinante come un grande amore, perché quello di rosa e olindo è senza dubbio un grande amore, con evidenti venature di autarchia e misantropia. un esempio inquietante di amour fusionelle, di dualitudine (Zweisamkeit). e in questo tipo di rapporti si pensa l’opposto solo in funzione dell’identico, quindi non si pensa davvero l’opposto, ma soltanto un altro identico in opposizione a sé. non ne deriva quindi una conoscenza dell’altro, ma di un alter ego di segno contrario, negativo.

  4. lucia cossu il 14 maggio 2010 alle 13:05

    “non ne deriva quindi una conoscenza dell’altro” dice tra l’altro Sergio Garufi, e lo chiama amore: perché non smettere di chiamare una unione così solida amore ma trovargli un altro termine, un altro modo? Ho ormai troppo rispetto anche pudico per quella parola per sprecarla o usarla inappropriatamente. Come chiamare amore qualcosa che ti rende ancora più provincialmente blindato in te stesso?

  5. Larry Massino il 14 maggio 2010 alle 17:48

    Il punto è che fummo programmati per amare il prossimo, con il minor tasso possibile di ipocrisia, e a diffidare del remoto.dato che siamo parecchio ipocriti per natura, lo spazio semantico del termine diffidare va da ignorare a sterminare. Ed è quest’ultima azione che taluni fanno, proprio come punto d’arrivo della loro perfetta e riuscita educazione, soprattutto nel momento in cui anche il prossimo gli viene descritto come sospetto e remotizzzabile. Tutti sono indotti a occuparsi di certi ” inspiegabili ” omicidi perché il sistema politico attuale fonda il consenso sulla diffusione della paura. Ma almeno noi dovremmo sapere che nonostante tutti gli sforzi del governo e la presenza delle peggiori mafie, il nostro paese in termini di delitti procapite sta messo benissimo, superato addirittura dalla Finlandia, per non dire degli Stati Uniti, dove i delitti sono dieci volte tanto i nostri.

  6. chi il 18 maggio 2010 alle 10:22

    “Come chiamare amore qualcosa che ti rende ancora più provincialmente blindato in te stesso?”… non lo so lucia, non so se serve un altro nome, ma credo che la spiegazione laica e assai dura stia in parte nella citazione di manganelli fatta da garufi. falso come un grande amore. falso come qualche grande amore.



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