Radio Kapital: Elisabeth Badinter

28 giugno 2010
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Anna Maria Merlo, corrispondente a Parigi del Manifesto e amica da oltre un decennio mi ha segnalato un articolo pubblicato qualche tempo fa sul blog FranciaEuropa, da lei curato, a proposito dell’ultimo libro di Elisabeth Badinter. (effeffe)

“Sii madre e allatta”
Elisabeth Badinter si rivolta contro la donna-natura
di
Anna Maria Merlo

La Francia è il paese europeo con il più alto tasso di natalità. Ed è anche quello dove le madri lavorano di più fuori casa e dove l’attività viene ripresa in modo massiccio dopo il periodo del congedo maternità. Questo grazie a una politica di asili nido e di aiuti vari. Ma, poco per volta, negli ultimi anni un discorso fa la sua strada nella società: si insinua il dubbio che l’asilo nido non sia il posto ideale per dei neonati (qui li prendono a partire dai due mesi, dalle 7,3 del mattino fino a sera). Un decreto del ’98 (ministro della sanità Bernard Kouchner) ha proibito la pubblicità del latte in polvere nelle maternità pubbliche. Le neo-mamme sono spinte ad allattare. L’obiettivo del ministero è che da quest’anno il 70% delle mamme allattino quando sono nel reparto maternità. Chi non vuole viene colpevolizzata.
La filosofa Elisabeth Badinter, trent’ani dopo L’Amour en plus, pubblica in questi giorni Le conflit. La femme et la mère (Flammarion) , un saggio di denuncia di questa situazione, che definisce una deriva reazionaria. “Ho constatato un rovesciamento dei valori – afferma – qualcosa che minaccia la libertà delle donne”. Il libro fa polemica.


Elisabeth Badinter è accusata di essere una “veterofemminista”, di far riferimento a Simone de Beauvoir, che non ha mai parlato della questione della maternità. Elisabeth Badinter, che nella vita privata di figli ne ha tre, ribatte che il discorso “naturalista” che sta diventando dominante mira a riportare le donne a casa, a ristabilire una società patriarcale, mentre la tradizione francese era ben diversa, visto che fin dal XVIII secolo c’era un consenso sociale per non considerare la donna solo una mamma (e proprio grazie a questo le donne qui fanno più figli che altrove).

”Tutti i discorsi che si ispirano al naturalismo e che, quindi, proibiscono la diversità di scelta sono un ritorno indietro” afferma. Badinter sostiene che anche le argomentazioni sempre più diffuse sull’istinto materno sono sintomi di un ritorno all’ordine: “l’inconscio, la storia personale di ognuna e il modello sociale pesano di più degli ormoni”. Badinter spiega: “mi pongo dal punto di vista delle donne che vogliono essere madri e proseguire la carriera e che vivono questo conflitto. La pressione esercitata su di loro non è mai stata così forte”. Le statistiche dicono che, in Francia, ad ogni bambino in più che arriva in una famiglia il lavoro casalingo della donna aumenta. L’80% del lavoro domestico e di cura dei bambini è ancora svolto dalle donne. E la spinta all’allattamento non farà che aumentare questa percentuale. ”Il bébé è il miglior alleato della dominazione maschile”, scrive Badinter, in una società dove il discorso naturalista riprende terreno. Gli ecologisti si sono visti presi di mira e hanno protestato. Badinter inserisce l’ecologia radicale nel movimento neo-naturalista. Prende l’esempio della promozione dei pannolini lavabili, considerati più ecologici di quelli usa e getta, che inquinano. Ma perché, si chiede, invece di proporre dei pannolini lavabili – e chi li lava secondo voi? – gli ecologisti non propongono dei prodotti biodegradabili? Per Badinter, “al di là del problema della donne, la società attuale è molto regressiva. Il tema dell’indipendenza economica delle donne non è più centrale. E il femminismo di conquista, quello che difende l’eguaglianza, dorme”.

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10 Responses to Radio Kapital: Elisabeth Badinter

  1. véronique vergé il 28 giugno 2010 alle 14:35

    Elisabeth Badinter è una donna che ammiro : il saggio che ha scritto è coraggioso e lucido. Non sono madre e non posso dire il mio parere, perché l’esperienza mi manca. Mi sembra che una donna dovrebbe avere il diritto di scegliere. Avrei fatto la scelta di allattare, perché ho bisogno di vicinanza con il neonato, in un tempo sospeso, non so come spiegare, è uno slancio che ti spingi o no a allattare. Ma forse è il peso della tradizione familiare: la tua propria madre ti ha allattata, la tua sorella anche, e senti tutta la catena delle donne con il volto di madonna, dolce, tornato verso il bambino. In questo caso il seno ritrova la sua innocenza.
    Il peso della famiglia e anche della società: “è meglio allattare per la salute del neonato”: discorso dei medici. Direi che è l’affetto che hai nel tuo cuore che è essenziale per dare il gusto di vivere a un figlio.

    Grazie a Effeffe di avere postato, la sua attenzione alle condizioni delle donne nella nostra società, per avere segnalato il post di Anna Maria Merlo.

  2. gina il 29 giugno 2010 alle 10:38

    d’accordo con la sostanza di questo discorso di badinter, QUINDI meno, anzi zero, col suo discorso contro il multicuturalismo e sulla “superiorità” della “cultura francese” (manipolazione, inesistente libertà di scelta nelle oppresse velate). Resta infine il discorso grande come una….casa, della famiglia come ammortizzatore sociale (la “libera scelta” en tout cas si paga, e dannatamente cara, ma certo che la paghiamo, la vostra crisi). Tanto per parlare a vanvera neh, chiacchiere tra donne.

  3. francesco forlani il 29 giugno 2010 alle 11:22

    sai Gina, la messa in relazione attraverso il ìtitolo della sottorubrica, radio kapital, con il testo di sergio bologna, va intesa proprio nel senso che hai trovato tu. L’applicazione di modelli “illuminati” (vd il ritorno ai pannolini da lavare) in un’epoca sostanzialmente buia dal punto di vista delle economie familiari, piccolo messico famigliare, la dice infatti lunga sullo sato di inconsapevolezza diffusa soprattutto a sinistra , su come stanno andando le cose. Le cose, quelle cose vere lì, tanto per restare al femminile. effeffe

  4. Fernando Bassoli il 29 giugno 2010 alle 12:06

    @ francesco: secondo me l’inconsapevolezza, in questo caso, è rimozione pura. Non potendo riconoscere, specie davanti ai figli, che il futuro non esiste più, si finge che la barca, in qualche misteriosa maniera, vada ancora. In realtà sta andando a farsi fottere, ma, pare, non si può dire. Ti darebbero dello sfascista.

  5. francesco forlani il 29 giugno 2010 alle 13:17

    ma sai Fernando. estendendo il concetto (di consapevolezza) alle lettere, la questione è trovare una strada che non siano le due praticate, e con successo, da tanti, la poetica disperato cinico stomp, o quella alla bersagliera, tipo amateci e partite. Oggi che strumenti (in letteratura quali parole ) abbiamo nelle nostre vite – oltre ai soldi, che non abbiamo- per : 1) identificare un modello di interpretazione della realtà. 2) trasformare la realtà . la domanda che mi pongo oggi allora non è tanto, chi vorrebbe un mondo altrimenti? ma chi giudica ancora e nonostante tutto, questo, il migliore dei mondi possibili?
    effeffe

  6. patty il 29 giugno 2010 alle 15:32

    Un tempo mi chiesi quale fosse il significato di “non cuocere un capretto nel latte di sua madre”. Poi capii. Da madre. Cè un ordine in ogni cosa, aderirvi è necessità e continuazione. Se così non fosse saremmo nelle mani del caos e ci smarriremmo. Il capretto cotto nel latte di sua madre, al fine di renderlo più buono, era un sovvertimento di un proponimento. Un azione impietosa. E un buono è migliore di un giusto. Da madre, sono felice di non aver preteso la giustizia a scapito di chi non si è imposto. Da madre di figlie donne.

  7. gina il 29 giugno 2010 alle 17:38

    ff
    si, con bologna il mio filo teorico tiene abbasta. Quanto ai modelli di interpretazione della realtà, i femminismi ne forniscono (da mo’) a iosa, in qualche caso avanzatissimi, per lucidità competenza teorica e di fatto, sul campo ( e non solo, per fortuna non solo “femminile”). Solo che non li cagate. Personalmente, e lo dico a Fernando Bassoli ma non personalmente, stando seduta sulle spalle di mia madre di mia nonna della mia bisnonna eccetera, mai e poi mai tornerei indietro, quando “c’era una volta” il futuro di genere, assicurato di merda. Sull’oggi di merda non transigo e me lo gioco, anche sputando sangue nei tripli carpiati quotidiani, che in ogni caso te ne riesce al massimo uno su dieci e ottieni il punteggio massimo solo con la fantasia. chi è stata oppressa (o meglio chi conserva la memoria delle oppresse tanto d’averci dentro ben più di un personaggio letterario, cioè almeno una vivente e potente figurazione) a qualsiasi nostalgico risponde di sberleffo e dito medio (ringraziando le black feminist di millenni fa, e il bagno di umiltà che hanno imposto a noi stronze bianche).

  8. andrea inglese il 1 luglio 2010 alle 09:47

    bravo furlen!
    ho letto il libro di Badinter. In realtà ce ne sarebbe per scatenare una discussione assai circonstanziata sul confronto francia – italia – germania.
    Nel sunto della Merlo, questo aspetto del libro non emerge. Ma io l’ho trovato molto importante. Nonostante la sua denuncia, Badinter s’interroga sul tasso di natalità francese e lo paragona a quello italiano e tedesco – che sono nettamente inferiori. Come mai proprio là dove il modello materno è culturalmente molto forte (Italia e Germania), non si fanno più figli? Un bel paradosso, per un paese attaccato ancora alle poppe vaticane!

    La prima risposta riguarda le differenti forme di sostegno alla donna. In Italia sono inesistenti, in Germania privilegiano la Mutter, in Francia privilegiano la donna, lasciandole aperta la possibilità di continuare la propria carriera lavorativa. La risposta quindi non è semplice e non si limita a: stato che aiuta e stato che non aiuta. C’è aiuto ed aiuto, come il caso tedesco insegna.

    Secondo aspetto, più culturale questo. Laddove vige un modello materno esigente e riduttore, dove insomma i compiti della “mamma all’italiana” sono schiaccianti, e impongono un “normale” regime di sacrifici, le donne – giustamente – smettono di fare figli. “Volete mettermi in trappola? Ebbene, rimarrete a bocca asciutta!”

    Sono stato ultrasuccinto, ma ribadisco che l’aspetto comparativo è uno dei più intgeressanti del libro di Badinter.

  9. gina il 2 luglio 2010 alle 19:33

    No che non si torna indietro: evviva la stazione eretta (però sono antropologicamente interessanti anche altre letture)

    http://www.liberation.fr/vous/0101618366-la-femme-reduite-au-chimpanze

    La femme réduite au chimpanzé

    Parité. Dans son livre à paraître vendredi, Elisabeth Badinter dénonce une offensive réactionnaire faisant de la maternité le Saint-Graal de la femme

    Par CHARLOTTE ROTMAN
    Elisabeth Badinter.

    Elle parle de «guerre idéologique souterraine», de «retour en force du naturalisme», de «culpabilisation des mères». Pour avoir observé les femmes autour d’elle, scruté les pratiques de la prosélyte Leche League (1) engagée dans une «bataille du lait», épluché les recommandations de certains pédiatres et des théoriciens de «l’instinct maternel», décortiqué le féminisme, Elisabeth Badinter décrit l’émergence d’un nouveau modèle, qui fait de la maternité le cœur de l’identité féminine. Dans son dernier opus intitulé le Conflit, la Femme et la Mère qui paraîtra vendredi chez Flammarion et fait déjà polémique, la philosophe analyse cette menace. Le livre est dédié à «Robert».
    Qu’est-ce que la «bonne mère» aujourd’hui ?

    C’est une mère qui revient aux fondamentaux. Elle allaite pendant six mois, ne met pas son bébé à la crèche ou pas trop tôt, parce qu’un bébé a besoin d’être avec sa mère et non dans un nid à microbes, elle se méfie de ce qui est artificiel et a des préoccupations écolo. Le petit pot est devenu un signe d’égoïsme, on revient à la purée écrasée par maman. Une bonne mère est constamment à l’écoute doit veiller au bien-être physique et psychologique de l’enfant ; c’est un full time job. J’oublie de dire que comme elle allaite à la demande, il est recommandé de mettre le bébé dans le lit conjugal. Cela nie l’intimité des adultes et exclut le père.

    Il y a aussi un regret à voir la femme quitter son foyer, sa place naturelle est à la maison. On comprend qu’elle doit aller travailler, mais il faut qu’elle se débrouille pour être là quand les enfants arrivent de l’école. La «bonne maternité» impose des nouveaux devoirs qui pèsent sur celles qui ne les suivent pas. C’est une représentation à rebours du modèle qu’on a poursuivi jusqu’à présent, qui rend impossible l’égalité des sexes et malvenue la liberté des femmes. C’est un retour en arrière. Les femmes vont-elles se laisser convaincre de réendosser ce modèle-là ?
    Quelle «révolution silencieuse» s’est passée sous nos yeux ces trente dernières années ?

    La crise économique a rendu le travail plus dur, plus précaire, plus stressant. Les femmes sont les premières touchées : elles ont fait des études, cherchent du travail, sont sous-payées et jetables comme des Kleenex. C’est l’origine du bouleversement. Dans les années 90, la droite a proposé une allocation maternelle qui a renvoyé les femmes à la maison avec comme seul potage un demi-Smic. En même temps, on a assisté à la remise en cause du consumérisme. L’idée s’est imposée qu’on faisait fausse route dans la course aux ambitions inutiles et qu’une autre vie, plus conforme à la nature, était possible. Beaucoup de femmes ont été sensibles à ce discours. Et se sont dit : «Et si je prenais comme objectif de m’occuper de mon petit enfant, bref, d’être la mère idéale ?» Cela s’accompagne d’une critique générale du progrès scientifique, de la science «vendue à l’industrie». On s’est également précipité pour instaurer un principe de précaution. Tout cela a engendré de nouveaux comportements, de nouvelles peurs, propices à un retour aux fondamentaux.
    Selon vous, ce contexte a favorisé l’idéologie de la nécessité de l’allaitement maternel.

    On est passé de : «Vous avez le droit» d’allaiter, à «Vous devez». Les pressions d’ordre moral ont remplacé un choix légitime, sous la houlette de la Leche League. Je pense que la philosophie naturaliste au nom de laquelle on impose cela est dangereuse. Car elle ne laisse plus de place à l’ambivalence maternelle. Elle impose une conception unifiée des femmes. Nous pouvons toutes, nous devons toutes faire la même chose. C’est une réduction de la femme au statut d’une espèce animale, comme si nous étions toutes des femelles chimpanzés. Puisque c’est la nature qui l’impose : nous avons les mêmes réactions, les mêmes devoirs. La liberté de dire non est évacuée. Pour la Leche League il n’y a pas de prétexte recevable pour refuser d’allaiter, il faut persister. Il n’y a jamais aucun motif de dire non.
    Vous écrivez : «dans une civilisation où le moi d’abord est érigé en principe, la maternité est un défi, voire une contradiction»…

    C’est une situation schizophrénique. Ces trente dernières années, on a assisté à une montée de l’individualisme, de l’hédonisme, du moi d’abord. Cela rentre en contradiction avec l’impératif de plus en plus lourd qui est de faire passer l’enfant d’abord : depuis que les femmes bénéficient de la contraception, on doit tout à l’enfant qui n’a pas demandé à naître, comme allaiter à la demande. Sous-entendu celles qui ne le font pas sont coupables, égoïstes. De la montée de l’individualisme et de l’accroissement des devoirs maternels naît ce conflit interne à chaque femme et qui a aussi des conséquences sociales fantastiques. Car les sociétés oublient que les femmes possèdent une petite bombe atomique : celle de ne pas faire d’enfant. En Allemagne, Italie, Espagne, quand la société fait peser sur les épaules de la femme tout le poids de la maternité sans l’aider, les femmes font moins d’enfants ou pas du tout.
    Selon vous, une «offensive naturaliste» est menée par une «sainte alliance des réactionnaires». Laquelle ?

    Il y a une coagulation de l’écologie, de la Leche League, du féminisme naturaliste et du discours des spécialistes du comportement qui s’appuient les uns sur les autres. Le plus intéressant est de voir comment les militantes de la Leche League et les féministes différentialistes se sont retrouvées pour revaloriser la maternité, et en faire le cœur de l’identité féminine. Ces féministes veulent construire une société plus apaisée grâce aux vertus maternelles, dont les valeurs sont opposées au machisme. Les militantes de la Leche League pensent que la femme est naturellement mère, c’est donc un retour à une tradition millénaire. Mais les deux mouvements ont fait un bout de chemin ensemble et se sont emparés des théories du «lien» qui donnent aux hormones du maternage un rôle déterminant. Pour eux, l’amour maternel est la conséquence de nos hormones.
    Quels sont les signes de la maternité écolo ?

    Le meilleur exemple est celui des couches jetables. C’est tout à fait révélateur d’un état d’esprit que je redoute. Nathalie Kosciusko-Morizet a proposé une taxe sur les couches jetables, sans se soucier du travail que cela impose aux mères. Et contrairement à ce que pense Cécile Duflot, ce ne sont pas les hommes qui vont se précipiter en rentrant du travail pour aller mettre les couches à la machine. De même, il y a une méfiance vis-à-vis de la péridurale comme si en ôtant la souffrance, elle ôtait la valeur authentique et originelle de la naissance. La pilule est mal vue, car elle contrecarre un processus naturel. De même, il faut donner à l’enfant les fruits de la nature, lui épargner l’artificiel, le chimique, comme le lait artificiel.
    Pour vous le bébé est devenu «le meilleur allié de la domination masculine».

    Le pauvre bébé, malgré lui, tient sa mère prisonnière : la mère est au service des besoins de son enfant, elle doit se plier à ses horaires, il trône parfois dans le lit conjugal. C’est la mère la plus impliquée, cela donne au père l’autorisation morale de ne pas s’en mêler. Les hommes n’ont même pas eu à lever le petit doigt. Le bébé est devenu le maître et il justifie l’inégalité du partage parental. L’exclusion des pères est ainsi légitimée, alors que de plus en plus de jeunes pères éprouvent du plaisir à s’occuper de leur bébé.

    Je crois que le thermomètre de la domination masculine demeure l’écart de salaire homme-femme. Or il y a une hypocrisie à gémir sur les écarts salariaux et en même temps à détourner les yeux de l’inégalité majeure : celle de la non-répartition des tâches familiales et domestiques, qui continue à occasionner une concurrence déloyale entre homme et femme. Les hommes sont pardonnés par avance de continuer à ne rien faire à la maison.
    Comment résoudre ce conflit ?

    La majorité des Françaises concilie la maternité et la vie professionnelle, elles sont nombreuses à travailler à temps plein quand elles ont un enfant. Elles résistent au modèle de mère parfaite, mais pour combien de temps ? D’autant qu’on assiste à un règlement de comptes entre générations. Certaines filles disent à leurs mères : «Je ne serai pas comme toi à courir entre le travail et les enfants, toujours pressée, et stressée, heurtée au plafond de verre». J’ai l’impression qu’aujourd’hui, on est peut-être à un tournant.

  10. gina il 3 luglio 2010 alle 10:21

    ritorno per consigliare caldamente anche la lettura integrale de l’amour en plus (che aiuta molto la contestualizzazione de le conflit).
    E per segnalare una delle tante quotidiane vaccate spacciate dalla stampa, che altrove ha scatenato un rise up di diti medi, orgiastici sberleffi e scalcinatissimi cori inneggianti alle…..galline in fuga:) (dalla filiera riproduttiva: cazzo ce ne frega dei vostri diktat ariano-demografici?)
    l’ovulazione rende la donna più avveduta



indiani