Rolf Dieter Brinkmann: Roma, sguardi.

17 luglio 2010
Pubblicato da

di Massimo Bonifazio

Ho ripreso in mano Rolf Dieter Brinkmann in un momento di entusiasmo e bisogno d’ordine, insieme ad altri vecchi progetti e debiti da saldare (tradurre una parte consistente di Rom, Blicke è un conto ‘indiano’, in sospeso da quasi un anno e mezzo). L’ho fatto con grande piacere: B. è una figura centrale della scena culturale tedesca degli anni ’60; è lui che sdogana l’avanguardia beat e pop americana nella compassata letteratura tedesco-occidentale, sia col tradurla – resta tuttora fondamentale l’antologia Acid. La nuova scena americana, pubblicata nel 1969 insieme a Ralf-Rainer Rygulla – sia col riprendene i  moduli poetici, nuovi e sorprendenti per l’epoca, nelle sue raccolte, p.e. la grandiosa Westwärts 1 & 2 (Verso ovest 1 & 2). Le sue poesie sono pulsanti di vita, tutte incentrate sulla concretezza dell’immagine, pensata sempre come snap-shot, istantanea che deve riflettere la fattualità del quotidiano. L’immagine gioca un ruolo centrale nell’intera visione artistica di B., che tenta il superamento del medium letteratura con l’inserire collages di fotografie riprese dai giornali e dalla pubblicità, con preferenza per donnine discinte – allo scopo soprattutto di sbeffeggiare la stantia morale sessuale corrente. Nei primi anni ’70 questa transmedialità, che è già in zona ipertesto, lo spinge a tentare esperimenti ‘fonici’, con lunghe registrazioni di rumori, voci quotidiane, racconti, che vengono pubblicate solo nel 2005 con il titolo Wörter Sex Schnitt (Parole sesso taglio). Molto aspra è in Brinkmann la critica al materialismo consumista, ma anche alle pose social-rivoluzionarie à la page intorno al 1968; è un ribelle che non perde mai la sua urbanità, non abbandona la cravatta né la sua preferenza per le forme di cortesia, piuttosto del ‘tu’ che sente volgare e livellante. Un tipo simpatico, morto troppo presto, a 35 anni, investito da un’auto a Londra nel 1975.

Rom, Blicke è una specie di zibaldone, un serbatoio di materiali per altre opere letterarie, che B. ha raccolto mentre era ospite di Villa Massimo nell’inverno 1972-1973; per lo più lettere e cartoline, ma anche appunti, pagine di diario, cartine annotate, collages. Il titolo potrebbe essere tradotto Roma, vedute, come cartoline da un grand tour; ma forse, meglio, Roma, sguardi: ché certo B. non prova ammirazione per le bellezze italiche, i monumenti, il paesaggio. Sono sguardi disincantati, una riflessione frammentaria sul contesto e sulle cose, sul linguaggio, senza un oggetto preciso, se non la vita per intero, i rapporti fra le persone, soprattutto sé stesso. Un continuo e a tratti faticoso prendere posizione, fare il punto della propria vita-scrittura, precisare fino a spaccare il capello in quattro, in un vortice di particolari – lui stesso scrive: «L’insieme e il panorama si disgregano dunque in me per i troppi dettagli». È il lavoro di un grafomane che racconta la propria vita a vari qualcuno, lo spasmodico e disperante tentativo di rendere sulla carta la vita in scala 1:1. Però certo interessante; proprio questo raccontare a un qualcuno concreto, per esempio, non ai posteri o al lettore ideale; e tutte  le riflessioni sulle mutilazioni a cui conduce comunque la vita, sul linguaggio e sulla scrittura. E una certa disperazione di fondo, che la grafomania non riesce a sopire. Sfogliandolo per riprendere il filo mi sono balzate agli occhi le mie sottolineature – è sempre curioso vedere quali passi, frasi, singole parole hanno trovato interessanti i nostri io del passato. Vicino a due cartoline – via Veneto by night e un tramonto sul Tevere – trovo un asterisco e un punto esclamativo:

19.10.72:/Via Veneto – ripresa notturna: sfinita e svuotata, questa è la situazione, i dintorni impolverati – e quindi la cartolina non mente – non si vede nessuno, ma in primo piano c’è 1 Volkswagen./Spettrale presente anche qui – spaventosa assenza di esseri umani – solo qualche spasmo turistico, a dilettarsi di resti storici./Si soffoca nella bruttezza, è un delitto contro gli occhi/Ho sognato troppo o troppo poco?/Improvviso orrore – per sopportare il presente bisognerebbe essere ciechi, sordi, muti, ma questo è un desiderio di automutilazione, e non una meta degna di essere raggiunta./Così cammino per le strade, la mia avversione cresce – sempre più lontano dalla gente – la vera peste, non importa se ricchi o poveri/Ma cosa rimane ancora qui?/Ovunque auto, niente Amore, immondizia rovesciata + pizze/E ancora un tramonto – in realtà solo il sole lavora gratis, la luna, le nuvole, il vento, stelle, piante, animali – la vita è un enorme caos/Verso dove? Avanti!/Il quartiere intorno senza vita, giovani a bighellonare, neri sacchi di plastica rovesciati, pieni di rifiuti/a rigore non si inciampa in nulla che non siano rovine, e in queste rovine la vita va raspando fra i rifiuti in cerca di bocconi degni di essere vissuti – non appena si prenda seriamente, per quanto poco, questa vita quotidiana – una vita fra i resti polverosi della storia occidentale/:in mezzo enormi caseggiati e caserme della polizia, campi di erbacce e l’Hotel Ritz/ragazzini vanno a scuola con giornalini e libri a fumetti/un vecchio parco in rovina pieno di mutilati, le membra staccate, i busti smangiati – più mutilati sono, più sono belli – che razza di ambiente umano!/Denaro confuso/ho l’impressione di sapere tutto, adesso, e che potrei ripartire – che succede?/Un pezzo di luna bianca su pini rovinati – e allora?//:

Stupore e disorientamento, nel rileggere: sensazioni e immagini molto vicine nel tempo, esperienze appena fatte. (Serve ad altro, la letteratura, se non a trovare parole per descrivere i nostri stati interiori ed esteriori? Se non a riconoscersi?) Sono stato a Roma appena qualche settimana fa. Per la prima volta non ero solo di passaggio: ho vagabondato due giorni, senza mete precise, in un curioso stato di semincoscienza che non aveva nulla a che vedere con la sindrome di Stendhal. Immerso nella luce dei primi giorni di giugno, ho nuotato nella languida opulenza delle strade del centro, senza entrare in un museo, solo guardandomi intorno, misurando con lo sguardo la varietà dei rapporti volumetrici, avvertendo quasi con fastidio la bellezza di statue ed edifici – nello stesso momento, nei Musei vaticani, il mio caro amico, il duca di P., faceva considerazioni completamente opposte; il giorno dopo mi avrebbe scritto del desiderio di abbracciare angeli e madonne, e della possibilità di trarne addirittura orgasmi. Di fronte al Colosseo mi sono chiesto anch’io «e allora?»a quale scopo tutto questo passato messo in mostra, queste tombe scoperchiate. («Voglio più presente!», scrive B. altrove). Sono entrato in molte chiese, ho assistito a mozziconi di messe, che ogni volta mi sono sembrate come celebrate in luoghi niente affatto consoni. Ecco, nelle chiese soprattutto ho trovato le prove evidenti dell’assoluta e definitiva inclinazione al meretricio di Roma – e non penso solo alle vecchie puttane modello deputata Pdl, al loro passo elastico per le vie dello shopping, né all’ossessivo movimento di masse di turisti, nemmeno alle monete per illuminare un affresco o farsene raccontare la storia, o ancora a bar e ristoranti che offrono artificiose e pittoresche illusioni per il palato. Lì dove esseri umani hanno fissato la gloria terrena di altri esseri umani, usando la religione a paravento, dove gente come Bernini è riuscita a mettere insieme l’estasi mistica e il godimento sessuale – uno scherzo? o un serissimo tentativo di asserire la verità, l’unica possibile, della pulsione biologica, molto al di là delle ipocrisie clericali? –, dove l’impianto architettonico è così smaccatamente teatrale, e la scenografia è costituita per lo più da sanguinolente immagini di martirio (terribile voluttà cattolica del dolore, nella quale la carne negata si riprende la sua centralità!), proprio lì mi sono sentito in un gigantesco bordello, estraneo alle province in cui mi muovo di solito, Torino e Catania, così estreme e così simili, così infinitamente più serie di questa capitale. Per finire, vagabondando, in via dell’Umiltà – con quell’oscena targa sul muro, che associa l’esperienza di don Sturzo ad altre assai più nefande, e la firma del magnaccia maximus sotto.
E pochi giorni dopo leggere in Brinkmann, appena uscito dalla cripta dei cappuccini:

/& una grande immagine di Hitler su una nuvola rosa per Documenti Terribili/di fianco una donna nuda sdraiata sul panorama di una città per Le Mille E Una Notte/: Mickey Mouse si toglie imperterrito il cilindro/: provavo ancora qualcosa che non fosse confusione? Sentivo ancora me stesso al di fuori dell’attenzione permanente dedicata al traffico delle automobili?/: negozi di scarpe, boutique, pullover, vetro, argento, edicole, bar ai quali stare in piedi/: ero lì, alle 4 e 20 sotto il cielo  autunnale di Roma, con mucchi di ossa umane (come presso i cannibali, in ricordo di feste passate, così mi venne alla mente un ricordo, nel rumore del traffico di quel momento: 1 ostentare quanto hanno mangiato nei tempi passati, nei secoli–& non dovrebbero imperterriti continuare a “pescare uomini”? Ossa rosicchiate, dunque) dietro di me//:Roma è questo!//(caspita, non venitemi a parlare di Sud & protoscimmie!) – quello che mi stupisce è: loro, noi, esseri umani, adesso abbiamo tutto, bei vestiti, negozi, musei, metropolitane, auto, aerei, perfino sesso senza bande nere sopra gli organi sessuali: perché allora tutto sembra così infinitamente ed estensivamente brutto?

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15 Responses to Rolf Dieter Brinkmann: Roma, sguardi.

  1. fabio teti il 17 luglio 2010 alle 13:31

    bella scoperta, Brinkmann. e la sua percezione romana, e quella di Bonifazio, che sento assai vicina alla mia: salma sotto tanatoprassi.

    un saluto,

    f.t.

  2. francesco pecoraro il 19 luglio 2010 alle 10:30

    Beh, alla convenzionalità della visione di Brinkmann (“in mezzo enormi caseggiati e caserme della polizia, campi di erbacce e l’Hotel Ritz/ragazzini vanno a scuola con giornalini e libri a fumetti/un vecchio parco in rovina pieno di mutilati”: chissà qual’era il suo vero stato d’animo per vedere queste cose dalle parti di via Veneto…) si aggiunge la convenzionalità della visione di Bonifazio, nel suo sguazzare in quest’immagine di Roma Meretrice, vecchia come il cucco (da Lutero a Fellini a Bossi, diciamo) e talmente vera da risultare completamente falsa. Falsa perché pre-confezionata, dunque fatalmente superficiale. Non vorrei essere fra-inteso: ho in grande stima il “giudizio superficiale”, perché può risultare più centrato e rivelatore di lunghe et approfondite analisi, ma qui vediamo Bonifazio immettersi subito, senza un attimo di esitazione, sui binari del già detto e già sentito, tanto che viene il sospetto (molto fondato) che l’attributo di meretricio sia stato formulato prima del viaggio a Roma, dove tanto ha camminato e osservato (senza entrare nei musei: i musei sono l’unico luogo dove si può cominciare a capire una città, ma vabbè), al punto che poi è sbottato in un “Roma puttana!” che è molto vicino a “Roma ladrona”, cioè molto più televisivo e leghista che brinkmaniano. Quanto poi all’immagine, questa sì davvero tritata, dell’estasi di Santa Teresa come simbolo del rimescolarsi osceno di carne et religio, beh, viene voglia di dirgli: senti Bonifazio, ti prego, la prossima volta guarda meglio, sopra-tutto dai meno importanza al già detto, al già scritto, al già letto, prova a fare il compito con farina del tuo sacco. Poi sull’oscenità di Bernini potremmo pure essere d’accordo, e però partirei dal colonnato di San Pietro…

  3. Massimo Bonifazio il 19 luglio 2010 alle 12:32

    Forse Pecoraro non ha nemmeno torto, per certi versi – tanto più se il suo è un giudizio “molto fondato”, come dice lui… In realtà volevo parlare del modo in cui la letteratura fissa degli stati, e del modo in cui chi arriva dopo li recupera, col suo bagaglio personale di esperienze sue-proprio-sue. Brinkmann non è a Roma per il grand tour, è in Italia di malavoglia, perché i soldi di Villa Massimo gli servono. Io ero a Roma per altre faccende che il turismo, senza alcuna idea preconcetta; ho riportato nel pezzo le mie percezioni momentanee, ‘potenziate’ dal ritrovarne di simili in B. Non avevo modelli in testa, a parte forse Lutero, com’è ovvio per me germanista; ma certo non pensavo a lui scrivendo. Né tanto meno a Bossi, per carità. Andrò in cerca del ‘già detto’, dunque, per evitarlo la prossima volta… e non passare per criptoleghista, e per di più ritrito. (Solo una cosa contesto con forza: non so se ci sia più snobismo nel mio non entrare nei musei, in quella occasione, o nel considerare i musei luoghi per capire davvero una città: che è fatta di persone, angoli, strade. Ma ovviamente questa è tutta un’altra faccenda).

  4. franz krauspenhaar il 19 luglio 2010 alle 12:58

    per capire una città bisogna innanzittutto visitare i musei. ma vabbè. si, vabbè…

  5. francesco pecoraro il 19 luglio 2010 alle 14:55

    eh si. so di ledere il luogo comune che vede la cutura “morta” nei musei e la cultura “viva” nelle strade, ma ribadisco: nei musei ci sono le città, le culture, le civilità. è lì che una comunità insediata ha raccolto ciò che pensava di dover conservare, ciò che è riuscito a salvarsi dal tritacarne della storia, ed è lì che troviamo indirettamente alcune risposte basilari sulla sostanza della cultura di una città: per musei si intendono tutti i luoghi ove restano lacerti di stagioni passate (capaci di determinare il presente, di aiutarci nella sua lettura), quindi anche chiese, palazzi, giardini storici eccetera. ovviamente una città va anche camminata, girata (anche in periferia, ma raramente e comprensibilmente lo facciamo), ma non si può fare a meno dei musei. è lì la cultura “viva”.

  6. francesco pecoraro il 19 luglio 2010 alle 15:01

    se avrò tempo porterò alcuni esempi a riprova di quanto affermo. è un argomento che mi sta a cuore, molto più di “Roma puttana” (che vorrà dire?). se poi uno si accontenta delle strade (lì c’è la ggente! lì c’è la vita! nei negozzi, nei bars! nei pubbe!) faccia pure.

  7. Nadia C. il 20 luglio 2010 alle 09:17

    Ho riletto il pezzo di Bonifazio, che già in parte conoscevo. Possibile che mi sia sfuggita a prima lettura la convenzionalità trita o addirittura lo “sguazzare nell’immagine di Roma Meretrice, vecchia come il cucco”? – per citare il Pecoraro. Sì, in effetti, mi avvedo ad una seconda e terza lettura che questo “sguazzare” nella banalità mi era sfuggito – e per un semplice fatto: la convenzionalità “falsa” e “superficiale” nelle descrizioni della città meretrice non è così convenzionale! Sulla “Roma ladrona” ci sarebbe da obiettare che l’eco della Padania non inficia né una sola battuta né mi sembra allusa tra le righe o tra le sillabe. D’altro canto, credo che Bonifazio (e lo ha dimostrato in un componimento dedicato a Sartorius) dal Sud o dal Centro ricava solo estasi, altro che Padania…
    Germanista lui, germanista anche io: Lutero ci condiziona nelle visioni, sarebbe insensato il contrario. Lo ammette pure. E poi lo scrive a chiare lettere all’interno del suo pezzo: “religione a paravento”, “mozziconi di messe”, “ipocrisie clericali”…
    Che non sia entrato in un museo. Peccato. Certo. Ma il pezzo ci sussurra un volontario percorso a rovescio: il nuovo promeneur solitaire non cerca estasi, ma squarci di autenticità, sui quali riflettere, dai quali probabilmente misurare il controcanto tra falsa retorica e schiettezza provinciale. Da un museo avrebbe ricavato l’incanto dell’universalità del luogo, della sua incommensurabile forza irradiante. Più convenzionale sarebbe stato a Roma l’habitus sentimentale, ma non meno mummificato, del semicosciente in preda a continue crisi da sindrome di Stendhal. Seducente è invece l’attonita, e non meno semicosciente, osservazione scheggiata di dettagli che pretendono la validità di un giudizio sull’intero: il passo elastico di donne del pdl per le vie dello shopping o l’intermittenza delle lampadine che reclamano monete per illuminare la bellezza – sono dettagli che, se vogliamo, a Lutero non sarebbero sfuggiti per colorare qualche sua riflessione sulla decadenza di una città che offre bellezza e religione ad intermittenza.

  8. fabio teti il 20 luglio 2010 alle 11:48

    concordo. e, seppure non da germanista, ricorderei anche il Passagenwerk benjaminiano.

  9. francesco pecoraro il 20 luglio 2010 alle 12:28

    forse non hai riletto bene Nadia:
    “nelle chiese soprattutto ho trovato le prove evidenti dell’assoluta e definitiva inclinazione al meretricio di Roma – e non penso solo alle vecchie puttane modello deputata Pdl, al loro passo elastico per le vie dello shopping, né all’ossessivo movimento di masse di turisti, nemmeno alle monete per illuminare un affresco o farsene raccontare la storia, o ancora a bar e ristoranti che offrono artificiose e pittoresche illusioni per il palato. Lì dove esseri umani hanno fissato la gloria terrena di altri esseri umani, usando la religione a paravento, dove gente come Bernini è riuscita a mettere insieme l’estasi mistica e il godimento sessuale – uno scherzo? o un serissimo tentativo di asserire la verità, l’unica possibile, della pulsione biologica, molto al di là delle ipocrisie clericali? –, dove l’impianto architettonico è così smaccatamente teatrale, e la scenografia è costituita per lo più da sanguinolente immagini di martirio (terribile voluttà cattolica del dolore, nella quale la carne negata si riprende la sua centralità!), proprio lì mi sono sentito in un gigantesco bordello, estraneo alle province in cui mi muovo di solito, Torino e Catania, così estreme e così simili, così infinitamente più serie di questa capitale.”

  10. francesco pecoraro il 20 luglio 2010 alle 13:57

    Nel mio commento sostengo che l’immagine di Roma meretrice è talmente vera & abusata da risultare falsa, cioè falsificante di una complessità che andrebbe considerata con maggiore attenzione. Non capisco per quale motivo essere “germanisti” dovrebbe far sì che si veda Roma sub specie germanica (pure “celtica”?), accentuandone la “decadenza” puttanesca. Roma decade da secoli. Dalla seconda metà del Settecento in poi non si è mai più riavuta dalla perdita della sua precedente centralità, divenendo una città sordida e provinciale, sia pure segnata da brevi momenti di ripresa. Oggi vive un presente di grande metropoli dis-attrezzata, piena di realtà molto diverse e periferiche, di cui il centro non è in alcun modo rappresentativo. Puoi girare quanto vuoi per le strade, entrare nelle chiese, non c’è nulla di male. Ma è meglio non tirare le somme troppo affrettatamente schiacciandosi su immagini un po’ abusate. Eccetera.

  11. Nadia C. il 20 luglio 2010 alle 22:47

    Sarò franca. Ciò che in questo contesto trovo abusato è solo l’uso del trattino tra il preverbio e la radice verbale – per in-tenderci, in-appropriato qualche volta per sot-tolineare il punto di vista es-presso già in modo abbastanza chiaro. Si dia fiducia al lettore, che in-tende anche senza trattini! Sul fatto poi di rileggere un testo, dipende se vogliamo leggerlo democraticamente con il ricorso al giudizio individuale, oppure a quello critico (ma non meno legittimo) di chi indicherebbe una sola via per leggerlo. Per fortuna, la letteratura è un mondo aperto, nel quale il lettore può sg-uazzare a suo piacimento, focalizzando le immagini che gli risultano più suggestive alla vista, all’udito e persino all’olfatto se è il caso. L’esperienza romana descritta da Bonifazio (in retorica si direbbe che il passo sopra diligentemente evidenziato dal Pecoraro sia una simpatica reticenza, ma questo è un altro discorso…in ogni caso sempre efficace in letteratura più del detto a-chiare-lettere) stia proprio agli antipodi rispetto ai “Reiseberichte” settecenteschi – penso ad un Winckelmann, per esempio, a qualche lettera romana: idolatra la bellezza della città, ma non manca di evidenziarne i tratti decadenti – e lui certo qualche museo lo aveva anche visitato. La letteratura è piena di esperienze analoghe, e non solo Roma è l’imputata: si pensi, per esempio, a tutta la copia di descrizioni dal tardo ‘700 in poi di Parigi, che agli occhi di molti viaggiatori parve infestata dal maleficio della decadenza morale, immortalata come città della Senna puzzolente o della Morgue…ma qui ci perdiamo. Il punto, a mio parere, è che l’originalità della descrizione di Bonifazio risalta proprio nel consapevole sfruttamento di tale paradigma letterario, e lo fa con scanzonata voluttà: il riferimento a Bernini, per esempio, sarebbe stato consumato e convenzionale nella semplice descrizione dell’Estasi (pure chiaramente allusa), eppure resta così sospeso, come pars pro toto di quella “teatralità” della bellezza che può ottundere la serietà dell’esperienza estetica. L’occhio di Bonifazio indugia proprio su quei dettagli che non pretendono l’assolutezza, restano così mozziconi di estasi negate e forse (evidentemente) con schiettezza evitate.

  12. franz krauspenhaar il 21 luglio 2010 alle 08:05

    non vivrei a roma nemmeno per un’ora scarsa. figuriamoci in un museo. io voglio il giambellino, l’equipe 84, e il 29 settembre festeggio con quattro amici – genovesi di passaggio – al bar.

    io sono la gente (con una g sola) e me ne vanto. al museo solo a milano, mi costa meno, soprattutto di treno. d’acordoooooooooooooooooooo?

  13. franz krauspenhaar il 21 luglio 2010 alle 08:07

    ps: è difficile seguirvi (consiglio amichevole – mi piace pecoraro, lui lo sa, più che altro su carta) qui si ritorna ai vecchi pipponi chilometrici che non legge quasi nessuno. ma dov’è questa sintesi?:-)

  14. francesco pecoraro il 21 luglio 2010 alle 15:20

    La sintesi non c’è.
    Stiamo discutendo dell’immagine di Roma, non certo di Roma-Roma.
    C’è un trattino, lo so.
    Roma forse più di ogni altra città è parassita e allo stesso tempo succube della propria immagine.
    Un’immagine che la precede e la segue senza coincidere mai con la così detta realtà.
    Ne è parassita perché se ne giova al di là di ogni ragionevole decenza, auto-riscattandosi (cazzo, un altro trattino) come bellezza, là dove è chiaramente condannabile sotto ogni altro profilo, o quasi.
    Ne è succube perché la bellezza non le consente di mostrare qualche eventuale sua altra qualità, che però, a ben vedere potrebbe non risultare al visitatore più avvertito.
    L’altra condanna a vita di una città come Roma è il Barocco, cioè la bellezza sub specie barocca, che non si dà per se stessa, ma sempre e comunque al fine di docere et delectare, cioè del confondere le carte, del distrarre dalla sostanza con un eccesso di apparenza.
    Trappola nella quale i visitatori come Bonifazio cadono poi con tutte le scarpe, fascinati e respinti dall’apparente contraddizione massima che la città esibisce nel suo essere Santa da un lato e Puttana dall’altro, inscindibilmente.
    Questa compresenza di due dati così opposti e per di più così esibita nello sfarzo degli ori barocchi, nei fasci ritorti di cornici, nell’«ornato che si fa struttura», nei panneggi esagerati, eccetera si fa più urticante per le anime credenti nel cristianismo più puro, per coloro i quali aspirano al distacco tra cose spirituali e cose materiali, che invece in Roma sono così indissolubilmente avviluppate, e da secoli.
    Questo nucleo storico irriducibile annidato al centro di un’immensa frittella edilizia spalmata sull’agro è ancora capace di marcare di sé la città intera, altrove diversissima, multi-forme e multi-culturale (altri due trattini), distante e ignara di questo suo cuore antico e corrotto, anche se essa stessa piena di colpe, ma di altro tipo.
    Ed è anche capace di marcare la mente del visitatore prima ancora che egli si appresti a partire, per poi dargli puntuale conferma di quello che lui già pensava.
    Cos’altro è il turismo, del resto, se non la ricerca in loco di idee pre-concette?
    Con quest’ultimo trattino, ho finito, Nadia.
    Aggiungo che io odio Roma.

  15. franz krauspenhaar il 22 luglio 2010 alle 16:10

    roma è sopravvalutata, è vero.



indiani