Su “I costruttori di vulcani” di Carlo Bordini

La inquieta e affascinante follia della parola

di Roberto Roversi

Nelle pagine di prefazione (o di introduzione) di Francesco Pontorno
è detto tutto ciò che si doveva dire, non c’è quindi bisogno di
completare o aggiungere nulla, nello specifico e per l’occasione.
Su queste pagine, posso semmai prendermi l’arbitrio, controllato, di
stendere una breve riflessione semplicemente da lettore; su questo
volume di Bordini che ha il merito e la forza (come è stato detto) di
srotolare problemi, emozioni, violenze utili e riflessive.
Proprio cosí.
Denso fino all’orlo, induce a questa disposizione problematica e alle
piú specifiche considerazioni, entrando nel merito.

Dunque:
è un breviario? è un libro di viaggio? un Wanderbuch con le relative
implicazioni di sorprese e di risvegli intrisi di faticose consolazioni?
Lo posso riavvicinare (si può dire?) alla dolorosa compulsiva agitazione
letterariamente esaltante di Walser, al suo andare abbastanza
intrepido, nelle sue passeggiate, sotto la sferza di una pioggia calda o
fredda della vita? O è una autobiografia apertamente impietosa, tesa
a scavare in ogni dettaglio delle giornate passate o perdute e a cercare
di ritrovare una qualche unità con il dovuto vigore nelle regole
ferree e sia pure dilacerate della scrittura?
Dico intanto che è un fiume. Un fiume che va e viene e si ripercuote,
scorrendo, fra le rive. Ascolto il frusciare deciso delle parole (dell’acqua)
sull’erba (le righe del testo, le parole che si aprono e si
chiudono, si rinchiudono, scosse dal fiato dell’autore che le alimenta
e non le lascia).
Il fiume, cosí, delle parole non lo posso rallentare con le mani degli
occhi; posso solo inseguirlo.
Lo leggo come un ampio racconto, meglio: resoconto, epico in versi.
Un progressivo testamento steso con una rabbia quasi feroce, però
dentro a una luce forte.
Posso dire: a cuore aperto? I vulcani, il loro misterioso cratere che
sembra freddo e indifferente e che all’improvviso esplode, avvampa.
Fuoriescono ceneri e fuochi, balzano a chilometri, in alto? Un
Empedocle che ci gira intorno e si lascia, per fame di conoscenza,
bruciare?
Il racconto, cioè la poesia, si alza si abbassa, respira forte.
Sfoglio (e leggo) le pagine; alle volte sembra di strisciare le mani sul
tronco di un albero che trasmette il brivido del passare del tempo;
che ha trapassato e ha resistito a cento naufragi di inverni, alle tempeste
(della nostra esistenza turbata).
Altre volte la pagina (le pagine) si apre e si ripiega docile, come un
ramo nella fioritura di primavera, poi torna a distendersi, improvvisa,
in un canto di qualche melodia; come fosse toccata (sfiorata)
dalla memoria che sopravviene e adagio la esalta.
I buoni volumi di poesia hanno sempre, a mio parere, un contenuto
esplosivo; perciò, sempre a mio parere, vanno maneggiati (letti, riletti)
con cura, con lo scrupolo di una attenzione costante per ogni dettaglio.
Per arrivare al fondo, a percepirne il respiro interno, il mormorio
(appunto) delle acque, il fuoco dei tramonti (appunto) il fiume
Pecos e i bisonti che bivaccano vicino e osservano il cielo e non sanno
che stanno aspettando la morte. Eppure sono scossi da un tremito.
Nelle pagine densissime del prefatore è già detto tutto (lo ripeto) e
si è portati a ben intendere, a capire.
Ripeto: il volume è buono nel senso pieno e autentico di portatore di
umori, di valori, di rabbie e furori autentici (introiettati e distesi) .
Aiuta, nella lettura, l’empito (trascinante) quasi eroico nei termini
della pazienza e dell’infinita resistenza e insistenza sugli inestricabili
(e affascinanti) lacci e legami che compongono (confortano o addolorano)
una esistenza umana. Una vita vissuta.
Per richiamarmi all’inizio di queste righe, direi proprio che questo
libro è una autobiografia in frenetico dettaglio. Lo è; come i libri
che contano e che parlano. Facendosi ascoltare.

°

[Carlo Bordini, I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, – Luca Sossella Ed., Roma 2010. Con una nota di Roberto Roversi e un’introduzione di Francesco Pontorno.]

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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  7 comments for “Su “I costruttori di vulcani” di Carlo Bordini

  1. 22 luglio 2010 at 17:02

    scritto da andrea inglese e firmato da roberto roversi? :-))))

  2. Luigi
    22 luglio 2010 at 22:03

    i costruttori di vulcani è un titolo bellissimo. qualcuno deve già averlo detto, mi pare. nelle pagine, leggere e pesanti, una parola concreta, apparentemente semplificata, polisemica, come sanno fare i grandi facitori di poesia. c’è una selezione naturale, naturale dico, fuori dunque da costruzioni ideologiche di avanguardie improbabili, neosituazioniste, talora inutili. sono parole che danno meraviglia, quando è possibile, si capisce. è un bell’andare verso una saggezza che recupera anche il senso di un luogo di origine: non poteva che esserci a roma, in questa città del distacco feroce da tutto, dallo sguardo implacabile,un poeta come Bordini… Carlo Bordini. leggo con piacere e capisco a distanza di giorni. questo mi interessa.

  3. 23 luglio 2010 at 05:10

    Sono contento del successo di questo bellissimo libro, uno fra i rari importantissimi in un mondo in cui escono tanti libri. Contemporaneamente, è uscito in Francia, presso alle edizioni Alidades, il poema Pericolo / Danger.

  4. véronique vergé
    23 luglio 2010 at 10:43

    Il titolo apre una porta verso il mondo del fuoco interiore,cosi brulica la poesia. Nell’interiore si addormenta la parola, si nutre dall’invisibile. Il vulcano dorme e si modella alla vegetazione verdissima. Sotto riposo verde. Sembra tranquillo. Nella follia di una notte o di un pomeriggio si mette in transe, tinge il paesaggio di paura, di emozione, rende l’uomo più vulnerabile, più umano. La poesia esplosa. Non c’è riparo, la parola
    brucia, ma non si muore in cenere, raggiunge la spiaggia di un mare
    viola.

    La magnifica introduzione di Roberto Roversi dedica alla poesia lo spirito del fiume, anche se preferisco l’anima del mare; per esempio lo spirito del fiume Arno non ha la bellezza del mare e si cerca in vano una traccia di evasione: La poesia in Toscana nasce pittosto delle colline con cipressi
    in blu; ma fiume o mare sono di liquidità in metamorfosi.
    In metamorfosi dove sono stati svegliati i sogni.
    Complimenti per questo bellissimo post.

  5. Francesco Pontorno
    23 luglio 2010 at 13:23

    la mia introduzione è leggibile anche su slowforward:

    http://slowforward.wordpress.com/2010/07/23/host-pontorno-bordini-vulcani/

  6. Carlo Bordini
    25 luglio 2010 at 12:02

    Ringrazio tutti.
    Carlo Bordini

  7. 1 agosto 2010 at 12:59

    È, quella presentata con l’articolo sopra, la critica più generalista che mi sia accaduto di leggere, e potrebbe adattarsi alla cronaca della seconda guerra mondiale come all’autopsia di una sardina.

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