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in lungo e al largo

Verso Sud
di
Azra Nuhefendic

Verso il sud il cielo diventava sempre più chiaro. Dominavano due colori: blu e un verde debole, diverso da quello dei fitti boschi dell’ entroterra. In un punto preciso, quando la strada faceva l’ultima salita sulla montagna, appariva una lineetta sottile, di un azzurro opaco che divideva il cielo dalla terra. Il mare. Là, in quel punto ci si fermava, si usciva dalla macchina in fretta, fibrillanti come un astemio, e ci si metteva sul punto estremo di un promontorio. Da là, come una esplosione, ci colpiva la vista monocolore, azzurro. Il Mare.
Per un istante si respiravano prime boccate di quel profumo particolare, una miscela di sale, dei pini, delle pietre sbiancate e scottate dal sole, delle conchiglie rifiutate dal mare, che si seccavano sulla spiaggia, di frittura di pesce, del vino denso. Troppe sensazioni in un istante. Ci veniva la debolezza, come le lacrime nei momenti di grande felicità.
Presto, presto, presto, ci comandavano i sensi, a tuffarci, a purificarci, liberarci. Il desiderio saliva come ci si avvicinava alla meta, per finire, come in un orgasmo, con il primo impatto con l’acqua di mare. Placati, ci sdraiavamo sulla sabbia calda perdendoci nel sonno dei puri, soddisfatti, liberi. Finalmente.

”Mi presti il tuo Zippo?” aveva chiesto Zlaja al suo amico Igor. La vacanza al mare richiedeva molta preparazione, e l’accendino, uno status simbolo all’epoca, contribuiva al fascino di uno, davanti a una. Si preparavano le cose da indossare, per là, ma solo per spogliarsi, mettersi a nudo e non solo dei cappotti grossi, degli stivali pesanti che ci imprigionavano per minimo sei mesi d’inverno. Il mare ci aiutava a liberarci dalla timidezza, dell’inibizione, per sfuggire al controllo, infrangere le regole dell’entroterra, ovunque più chiuso, oppure meno aperto delle società che si affacciano sul mare.
Il mare è sempre stato la nostra meta. Anche quando non lo conoscevamo, quando avevamo solo una idea di ciò, quando esisteva solo come un desiderio non ben preciso, lo sognavamo come il luogo in cui scappare, dove tutto è più facile, più leggero, più naturale: toccarsi, innamorarsi, baciarsi, confessarsi, lasciarsi, perdersi, il tutto con la naturalezza dei primitivi.

Da piccoli, le collezioni delle conchiglie, delle pietrine curvate dall’acqua, dei pezzettini di vetro colorato, ce le portavamo dietro, a casa. Erano la prova che c’eravamo stati, e poi per lungi mesi, ci assicuravano che il mare non era stato un sogno. L’odore racchiuso in quegli oggetti ci aiutava a richiamarlo, con tutto quello che la parola simboleggiava per noi.
Le conchiglie più grosse si custodivano avvolte nel tessuto. Si tiravano fuori, nel silenzio della stanza da letto, e vi si appoggiava l’orecchio. Nelle notti dei lunghi, nevosi inverni di entroterra, ci ululava il rumore delle onde marine, imprigionate nella conchiglia.
Dopo, a casa si tornava con il cuore pieno, l’anima serena, o dolce-irrequieta, con i frammenti di parole, del tempo, l’attimo intenso, gli sguardi espressivi, il silenzio, i nomi, con i tocchi sfuggenti, le notti cariche, le promesse, tutto avvolto nel denso, unico sapore del mare.

1 commento

  1. Un ritratto del mare come amo: un barlume di sensazioni con due colori.
    Fondamentali il verde e il blu. Il mare e il paesaggio intorno rendono pace al corpo. Nell’esplosione dei profumi- quella senza confine della sabbia, della resina, dell’intricato caldo, terra, erbe ardenti- questo è il corpo letizia.
    Quando leggo un brano sul mare, mi sento la stretta influenza dell’acqua,
    il miraccolo di seguire la linea blu.
    la memoria del mare non si dimentica.
    Questo testo è lo più sereno scritto da Azra Nuhefendic. Perché il mare è un bagno di dolcezza, non morde il cuore, pulisce l’angoscia- rinasce la felicità di avere un corpo, con una mente fatta sole. Il piacere del corpo
    lascia dietro l’abitudine di rimuginare. Dopo un bagno, un sonno felice invade il pensiero e la sera ti puoi dedicare alla scrittura: la mer dà un sentimento di felicità e di solitudine vicino al sentimento della scrittura.
    Il brano ha svegliato la memoria dei molti bagni e quello che ho fatto a Tirennia. Li la sabbia era rovente e piedi nudi ti sembri che il cuore si ferma, ti sogni il mare come soglia di salvazione.
    Invece le conchiglie non faccio più collezione. Mi sembrava che il colore lavato dal mare morisse allontanato del suo principio acquatico.

    Grazie per questo piacere alla lettura.

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux