LE RIVOLTE INESTIRPABILI

[le foto e i due brani che seguono sono tratti dal libro di De Luca e De Marco Le rivolte inestirpabili, edizioni Forum, 2010]

di Danilo De Marco (foto) e Erri De Luca (testo)

Danilo è una di queste persone di quell’età che non ha smesso di ficcarsi nei malanni del mondo. È un giornalista speciale perché non l’ha inviato nessuno, nessuno lo spedisce, nessuno lo prega di recarsi, ci va da solo, si invia da sé. Va nei posti con un solo biglietto di andata, fa amicizia, perlustra, si aggira sul piano terra dei luoghi che possono essere dei contadini cinesi, degli sbandati del Kurdistan. Nomino questo paese che non esiste, il Kurdistan, non lo trovate sulle carte geografiche. È il posto dove abita il popolo dei Kurdi distribuiti in quattro nazioni differenti.

Lo chiamo Kurdistan per simpatia verso un paese che non c’è. In Kurdistan oppure tra i paesani senza terra del Brasile o tra qualche guerrigliero colombiano, questi alcuni dei siti dove Danilo si è disperso. Le fotografie che riporta non provengono da nessuno scippo, da nessuna destrezza, non è un fotografo di quelli che rubano una immagine da una faccia senza che se ne accorga. Danilo prima di scattare una fotografia deve mangiare sale insieme a quello che gli sta di fronte. Ci deve avere a che fare, ci deve diventare amico e deve avere i suoi occhi che lo guardano e stanno alla pari con lui. Se no, non sputa il clic della sua fotografia della sua macchina fotografica. Si impianta nei posti e poi torna, alla fine torna con le notizie, con le facce che ha raccolto. Facce, utensili, mani, è uno degli ultimi di noialtri che continua ad andare. Io mi sono barcamenato negli anni nella guerra in Bosnia a portare degli aiuti semplicemente perché stavano vicini. L’idea di andare lontano, saltare oceani, nazioni, aggirarmi tra popoli sconosciuti non fa per me.

Danilo si avvia da quelle parti e si sfama con loro. Non vi è nessuna delega da parte di loro. Non sei venuto qui, dicono, da messaggero dell’Occidente, vieni, guarda, prendi e racconta qualcosa di noi laggiù.

Nessuna delega, avviene invece il contrario mi sembra. Tu, Danilo, sei là uno scroccone, arrivi là senza i tuoi maccheroni, senza la tua pasta. Sei ospite, integralmente ospite di persone gigantescamente povere, che tengono moltissimo all’ospitalità.

Tu sei ospite, quello che tu riesci a riportare indietro è il frutto di questo incontro tra il tuo vagabondaggio e la loro ospitalità. Tu non sei il portavoce, tu sei uno che è stato con loro, che ha condiviso un pezzetto, una centesima parte del loro tratto di vita e sei stato accolto alla loro tavola. Bisogna fare molta strada per meritare di essere ospiti, accettati da questa umanità. Guardo attraverso questi rettangolini che tu riporti indietro e dove si raccontano le irriducibilità tra quella vita, quelle speranze di migliorare la vita, e noialtri.

La fotografia non è lo scambio. Non è: tu mi dai da mangiare e io resto con te e ti faccio tante belle fotografie e magari te le mando per incorniciarle. Non è questo, non avviene lì lo scambio. Lo scambio avviene esattamente in quel punto mentre tu stai là. Poi riporti indietro dei pezzetti che ci riguardano perché ci raccontano la tenuta di quella umanità. Queste sono buone notizie per noi. Danilo di solito parte arrotondato e torna assottigliato. Funziona a zampogna il suo viaggio. Si sgonfia da quelle parti fino a passare attraverso le sbarre, diventa sottile come una alice, si ricorda di essere un po’ pesciolino e poi siccome è friulano al ritorno si rifocilla con il vino del suo paese e si rimpolpa… Uno come lui chiede di viaggiare ancora, di spendersi dentro quei posti e riportare indietro la sua notizia di incontro con quelle facce, con quelle persone che stanno nelle periferie del mondo, ammesso che questo nostro budellino tiepido di Occidente sia centro di qualcosa.

[1 foto: India, 2004, Zuccherificio di Mehndrana; 2: Ecuador, 2002, Levatrice; 3: Zanzibar, 2004, Raccoglitrice di alghe; 4: Messico, 1995, Il sale della Terra]

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Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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