LOGORAMA [ Un fottuto ghepardo cieco che sbatte contro gli alberi… ]


 
   di Orsola Puecher

    Il corto francese LOGORAMA, di François Alaux, Hervé de Crécy e Ludovic Houplain, vincitore dell’Oscar per l’Animazione 2010, ci illustra un mondo ormai coperto da copyright pubblicitario in ogni sua più piccola manifestazione, naturale o artificiale che sia.    
   Gli effetti del tomo NO LOGO di Naomi Klein furono dirompenti idealmente, ma nella realtà i trademark hanno mantenuto il loro potere di validazione dei prodotti, producendo in aggiunta centinaia di logo simili ai veri, tranne che per qualche cambio consonantico o vocalico, per chi gli oggetti firmati non se li può comprare, ma vuole annusarne almeno l’eco linguistico. Su Espresso, Donna e Venerdì di Repubblica la paginetta alla fine dei consigli per gli acquisti continua a proporre prodotti firmati a molti zeri senza fare una piega. Si direbbe “un insulto alla miseria“.
   LOGORAMA ha immaginato che ogni cosa fosse marchiata: il leone dello zoo è quello della nota casa cinematografica, il coccodrillo quello della nota ditta di magliette tennistiche. I cani sono neri e hanno sei zampe come l’idra della nota marca di benzina. Ogni volta che lo guardi vedi qualche piccola sottigliezza, particolari rifinitissimi che hanno richiesto agli autori dell’animazione anni di lavoro, scegliendo fra i quarantamila esaminati circa tremila logo.
   Nella sua città a campiture piene di colori primari tutto è logo.
   Rassicuranti canzonicine ci cantano la noncuranza della trasformazione.
   I dialoghi stessi con il loro ritmo da poliziesco trash naturalizzano l’innaturale.
   Gli autori confessano di non aver chiesto alle aziende il permesso per l’utilizzo dei vari logo, che sulla carta di certo non avrebbero concesso, aspettandosi molte contestazioni successive, e che invece poi non sono venute, per la nota regola del purché se ne parli e che anche la pubblicità negativa è pur sempre pubblicità.
   Nella realtà sono talmente tanti i marchi e talmente assorbiti e inglobati che non ce ne si accorge quasi più e si vive proprio come “Un fottuto ghepardo cieco che sbatte contro gli alberi.” Ammalati senza saperlo.
   Solo un cataclisma, forse, potrebbe salvarci: ma la donnina Esso e l’ometto della liquirizia sul loro Trancio di Terra scampato e sponsorizzato fin negli strati geologici, hanno sopra di loro pianeti che sono il logo della Universal, di Master Card, di Internet Explorer, stelle fisse e satelliti sono tutti brand. Non c’e salvezza.
   Finiscono sconfitti i Bibendum poliziotti, gli ⇨ omini Michelin, di uno dei più antichi marchi europei pubblicitari [1898 ], e sfugge impunito lo psicopatico clown Ronald Mac Donald, che da icona rassicurante dei bambini americani è diventato un delinquente vendicativo e volgarissimo.
   Anche nel film documentario ⇨ Super size me che racconta l’esperimento di Morgan Spurlock, film maker indipendente statunitense, che per mesi si nutre solo di cibi Mac, finendo per ammalarsi e per sballare tutti i suoi paramatri vitali, quando ai bimbetti USA fanno vedere le immagini di Washington, Gesù e Ronald, il più riconosciuto, a colpo sicuro, è lui, il trionfante re del cibo iper lipidico e iper glicemico, il Babbo Natale del cibo spazzatura.
 


   
UNICA NOTA

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orsola puecherhttps://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/
,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.