Oh Lou, in una poesia che mi riesce . . .

24 gennaio 2011
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di Antonio Sparzani

Quando tre anni fa visitai il castello di Duino ‒ la prima apertura per chi arriva da occidente su l’amato golfo di Trieste ‒ trovai un piccolo angolo dedicato a Rilke, che vi fu ospitato, a cavallo tra il 1911 e il 1912, dalla principessa Maria von Thurn und Taxis (née Marie von Hohenlohe-Waldenburg-Schillingsfürst); appeso a una parete di questo angolo lessi un breve stralcio di una lettera del poeta a Lou Andreas-Salomè. È di questo stralcio, che non riesce a uscirmi di mente, che vi voglio dire.

Auguste Rodin era nato a Parigi il 14 novembre 1840. Nel 1900, a sessant’anni, era all’apice della carriera, come dire “ricco e famoso”: una vita turbinosa di viaggi, vari atelier con giovani artisti che lavoravano per le numerose opere che gli venivano ormai commissionate ‒ a caro prezzo ‒ e non poche donne che gli giravano intorno. Rodin era un tombeur de femmes. Isadora Duncan, conosciuta nel 1901, danzò per lui nei boschi di Vélizy, nel 1903.

Clara Westhoff, giovane scultrice di Brema, era stata nel 1899, ventunenne, allieva di Rodin. L’anno successivo iniziò a frequentare lo studio del pittore e architetto tedesco Heinrich Vogeler, a Worpswede, due passi da Brema, dove conobbe Rainer Maria Rilke (René, alla nascita — poi cambiato in Rainer per volere di Lou, Praga 1875 ‒ Valmont 1926), col quale si sposò nella primavera del 1901. Fu lei che parlò di Rodin a Rilke, che ne rimase molto colpito. La prima visita1 dello scrittore praghese allo scultore parigino ebbe luogo il 1 settembre 1902, nel suo atelier di rue de l’Université, a Parigi. Con tutta evidenza i due si piacquero molto. Mentre la fama internazionale di Rodin era in continua ascesa ‒ venne nominato nel 1903 presidente della International Society of Painters, Sculptors and Engravers ‒ Rilke pubblicò a Berlino nel 1903 un saggio a lui dedicato, commissionatogli dallo storico dell’arte R. Muther. (traduzione italiana di Claudio Groff: R. M. R., Rodin, SE, Milano 2004).

Nella corrispondenza con Lou Andreas-Salomé, con la quale Rilke aveva intrattenuto una intensa relazione amorosa dal 1897 al 1900, anno in cui Lou Salomè aveva deciso di trasformarla in fraterna amicizia, appaiono, in occasione della pubblicazione del saggio su Rodin, tracce molto interessanti del dibattito tra i due sulla figura dello scultore francese.
A me è parsa di particolare interesse la lettera che qui vi riporto, che contiene appunto il famoso stralcio letto nel castello di Duino. Ometto la prima parte della lettera nella quale compaiono varie valutazioni su Vogeler accanto a dei versi che Rilke aveva scritto su di lui, e comincio da dove si parla esplicitamente, e appassionatamente, di Rodin.2

Rilke a Lou Andreas-Salomè a Berlino‒Westend
Oberneuland bei Bremen, 8 agosto 1903 [sabato]

[. . . . . . ]

Quando arrivai per la prima volta da Rodin e feci colazione da lui a Meudon, a un tavolo con persone che non mi erano state presentate, con estranei, capii che la casa non significava nulla per lui, forse una misera necessità, un tetto per la pioggia e il sonno; e che non rappresentava una preoccupazione, né un peso per la sua solitudine e la concentrazione. Egli portava dentro di sé, nel profondo, la penombra, il riparo e la tranquillità di una casa, egli stesso era il cielo su di essa, il bosco attorno e la vastità e il grande fiume che sempre scorre. Che grande solitario è questo vegliardo; immerso in se stesso si erge ricco di linfe come un antico albero in autunno. E diventato profondo; ha scavato al suo cuore una profondità e il suo battito giunge da lontano come dalle viscere di una montagna. I suoi pensieri camminano dentro di lui e lo riempiono di densità e di dolcezza e non si perdono alla superficie. E diventato insensibile e duro verso l’irrilevante, e se ne sta tra gli uomini come circondato da una antica corteccia. Ma si spalanca all’essenziale, ed è completamente aperto quando è vicino alle cose, o dove uomini e animali lo colpiscono silenziosamente e come cose. Allora è apprendista e principiante e spettatore e imitatore di bellezze altrimenti sempre perdute tra dormienti, distratti e apatici. Allora è l’attento cui nulla sfugge, l’amante che costantemente accoglie, il paziente che non conta il suo tempo e non pensa a volere ciò che subito gli si offre. Quello che egli guarda e circonda con lo sguardo è per lui sempre l’unico, il mondo in cui tutto accade; se scolpisce una mano, questa è sola nella stanza e non c’è nient’altro al di fuori di una mano; e Dio ha fatto in sei giorni solo una mano e ha versato le acque attorno a essa e su di essa ha piegato il cielo; e sopra di essa ha riposato quando tutto era finito, e c’erano una sola maestà e una sola mano.

E questo modo di vedere e di vivere è così saldo in lui perché lo ha acquisito come artigiano: allora, quando conquistò l’elemento cosi infinitamente immateriale e semplice della sua arte, si conquistò anche questa grande equità, questo equilibrio nei confronti del mondo che non vacilla davanti a nessuno. E poiché gli fu dato di vedere cose in tutto, ottenne questa possibilità: costruire cose; perché questa è la sua grande arte. Ora nessun movimento lo confonde più, perché sa che c’è movimento anche nel sollevarsi e abbassarsi di una superficie tranquilla e perché vede solo superfici e sistemi di superfici che determinano forme con precisione e chiarezza. Infatti per lui non vi è nulla di incerto in un oggetto che gli serve da modello: ci sono mille piccoli elementi piani inseriti nello spazio e il suo compito, quando crea un’opera d’arte, è: inserire la cosa ancora più intimamente, più saldamente, mille volte meglio nell’ampio spazio, quasi per far sì che non possa muoversi se viene scossa. L’oggetto è definito l’oggetto-arte [das Kunst-Ding] deve essere ancor più definito; sottratto a ogni casualità, strappato a ogni indeterminatezza, rapito al tempo e dato allo spazio, è diventato duraturo, idoneo per l’eternità. Il modello è apparenza, l’oggetto-arte è. Così l’uno è l’indicibile progresso oltre l’altro, è la silenziosa e crescente realizzazione del desiderio di essere che in natura promana da ogni cosa. E qui viene a cadere l’errata concezione che vorrebbe fare dell’arte l’attività più arbitraria e futile; essa è il servizio più umile e più soggetto a leggi. Ma di questo errore sono pieni tutti coloro che creano e tutte le arti, e un grande Possente ha dovuto opporvisi; e doveva essere homo faber, che non parla e crea cose senza interruzione. Fin dall’inizio la sua arte fu realizzazione (e il contrario della musica, per quanto essa trasformi le realtà apparenti del mondo quotidiano e ancor più le smaterializzi in lievi, fluenti apparenze. Motivo per cui anche questo contrario dell’arte, questo non-con-densare, questa tentazione al fluire ha così tanti amici e ascoltatori e schiavi, non-liberi e legati al piacere, non cresciuti oltre se stessi e inebriati da quanto proviene dall’esterno…) Rodin, nato in povertà da una famiglia indigente, vide meglio di chiunque che ogni bellezza di uomini, animali e cose è minacciata dalle circostanze e dal tempo, che è un attimo, una giovinezza che viene e trascorre in tutte le età, ma non dura. Ciò che lo inquietava era proprio la parvenza di quello che egli riteneva indispensabile, necessario e buono: la parvenza della bellezza. Egli volle che fosse e considerò suo compito adeguare le cose (perché le cose durano) al mondo meno minacciato, più tranquillo e più eterno dello spazio; e applicò inconsciamente alla sua opera tutte le leggi dell’adeguamento, così che essa si dispiegasse organicamente. e diventasse capace di vita. Già molto presto cercò di non operare «sulle sembianze»; non ci fu in lui alcun ritrarsi, bensì una costante vicinanza e un ripiegarsi su ciò che era in divenire. E oggi questa caratteristica è diventata in lui tanto forte da potersi quasi dire che l’aspetto delle sue cose gli è indifferente: tanto egli vive la loro essenza, la loro realtà, il loro totale affrancamento dall’indefinito, la loro pienezza e positività, la loro indipendenza; esse non stanno sulla terra, le ruotano attorno.
E poiché la sua grande opera nasceva dall’artigianato, dalla volontà quasi intenzionale e umile di fare cose sempre migliori, così ancora oggi egli, vergine e mondo da intenzioni e dai materiali, si erge come il grande Semplice tra le sue cose mature. I grandi pensieri, gli atti significativi sono arrivati a esse come leggi che si adempiono in quanto vi è di buono e di compiuto; egli non li ha chiamati. Non li ha voluti; curvo come un servo ha percorso il suo cammino e ha creato una terra, cento terre. Ma ogni terra, che vive, irraggia il suo cielo e lancia notti stellate lontano, nell’eternità.

Il fatto che non abbia escogitato nulla, conferisce alla sua opera questa coinvolgente immediatezza e purezza; i gruppi di figure, i grandi rapporti tra i corpi non li ha coordinati in precedenza, quando erano ancora idee (perché l’idea è un aspetto — e quasi nulla —, la realizzazione è altra cosa e tutto). Egli ha subito fatto cose, molte cose e poi da esse ha formato e fatto crescere la nuova unità, e così l’insieme è diventato coerente e legittimo, perché non idee ma cose si sono collegate. E quest’opera poteva nascere solo da un lavoratore, e chi l’ha costruita può tranquillamente rinnegare l’ispirazione; questa non arriva su di lui, perché in lui, giorno e notte, prodotta da ogni sguardo, un calore che nasce da ogni movimento della sua mano. E quanto più le cose crescevano attorno a lui, tanto più sporadici si facevano i turbamenti che lo coglievano; perché davanti alle realtà che lo circondavano, cessavano tutti i rumori. La sua opera stessa lo ha protetto; egli ha abitato in essa come in un bosco, e la sua vita esiste certo già da lungo, perché ciò che egli ha piantato è diventato . un’immensa foresta. E se ci si aggira tra le cose presso cui egli abita e vive, che rivede tutti i giorni e che tutti i giorni completa, allora la sua casa e i suoi rumori sono qualcosa di indicibilmente insignificante e secondario, e si vede tutto solo come in un sogno, stranamente differito e riempito di pallidi ricordi. La sua vita quotidiana e le persone che ne fanno parte giacciono li come un alveo vuoto, attraverso cui egli non scorre più; ma in ciò non vi è nulla di triste: perché accanto si sente il grande mormorio e il corso possente del fiume, che non si è voluto dividere in due bracci…

E io credo Lou che così deve essere: questa è una vita e l’altra è una vita diversa e non siamo fatti per avere due vite; sempre, quando ho desiderato una realtà, una casa, persone che visibilmente mi appartenessero, il quotidiano, come mi sbagliavo. Da quando li posseggo, mi abbandonano, uno dopo l’altro. Che cosa è stata per me la mia casa, se non un’estranea per la quale dovevo lavorare, e che cosa sono le persone vicine, se non visitatori che non sanno congedarsi. Come mi perdo ogni volta che voglio essere qualcosa per loro; come mi allontano da me stesso e non riesco ad arrivare fino a loro, e mi trovo a metà strada tra loro e me, quasi fossi in viaggio, sì che non so più dove sono e quanto di mio sia con me e raggiungibile. Per chi posso essere qualcosa, dal momento che non ho alcuna vocazione per gli uomini e nessun diritto su di loro? Come dovrebbe vivere colui che potesse chiamare suo figlio veramente suo; che cosa dovrebbe fare se non guadagnarlo a sé giorno e notte? Ogni rapporto pone dei compiti, ogni relazione impone esigenze e leggi, in cui si può dirigere la felicità e la grandezza della vita per crescere in esse fino a diventare se stessi. Alcuni lo possono. Altri, invece, sono radicalmente solitari e non è dato loro essere socievoli; ogni relazione significa per loro un pericolo e una inimicizia; la casa che costruiscono poggia su di loro, perché non hanno patria che la regga, e con le persone care che sono vicine subentra una vicinanza eccessiva che esclude la vastità. Oh Lou, in una poesia che mi riesce c’è molta più realtà che in ogni relazione o affetto che provo; dove creo, io sono vero e vorrei trovare la forza di fondare la mia vita interamente su questa verità, su questa infinita semplicità e gioia che talvolta mi sono concesse. [O Lou, in einem Gedicht, das mir gelingt, ist viel mehr Wirklichkeit als in jeder Beziehung oder Zuneigung, die ich fühle; wo ich schaffe, bin ich wahr und ich möchte die Kraft finden, mein Leben ganz auf diese Wahrheit zu gründen, auf diese Einfachheit und Freude, die mir manchmal gegeben ist.] Questo cercavo già quando andai da Rodin; perché, presago, sapevo da anni dell’infinito esempio e modello della sua opera. Ora che vengo da lui so che anch’io non potrei volere e cercare altre realizzazioni se non quelle della mia opera; là è la mia casa, là sono le figure a me veramente vicine, là sono le donne di cui ho bisogno, là i figli, che cresceranno e vivranno a lungo. Ma come cominciare a percorrere questo cammino — dov’è nella mia arte il mestiere, il suo punto più profondo e più umile dal quale mi sia concesso iniziare a operare? Voglio percorrere a ritroso ogni cammino fino a quell’inizio, e tutto ciò che ho fatto non sarà stato nulla, meno ancora dello spazzare una soglia su cui il prossimo ospite lascerà di nuovo l’orma della via. Ho in me pazienza per secoli e voglio vivere come se il mio tempo fosse lunghissimo. Voglio concentrarmi al riparo da tutte le distrazioni, voglio recuperare quanto di mio ho troppo rapidamente prodigato e risparmiare. Ma sento voci benintenzionate, e passi che si avvicinano e porte che sbattono… E se cerco gli altri, non mi danno aiuto e non sanno quello che penso. E riguardo ai libri, lo sono altrettanto (disarmato) e neppure questi mi aiutano come se essi pure fossero ancora troppo umani … Solo le cose mi parlano. Le cose di Rodin, le cose delle cattedrali gotiche, le cose dell’antichità, — tutte le cose che sono cose compiute. Mi rimandano ai modelli; al mondo animato degli esseri viventi, semplice e visto senza interpretazione, pretesto delle cose. Comincio a vedere in modo nuovo: già i fiori rappresentano spesso per me infinitamente tanto e dagli animali mi sono sempre giunti stimoli singolari. E anche gli uomini talvolta vivo cosi: mani che si muovono, bocche che parlano, e vedo tutto con maggiore calma e una più grande equità.

Ma pur sempre mi mancano ancora la disciplina, la capacità e la volontà di lavorare che bramo da anni. Mi manca la forza? La mia volontà è malata? È il sogno che in me. ostacola tutto l’agire? I giorni passano e talvolta sento la vita passare. E ancora non è accaduto nulla, ancora non c’è nulla di reale attorno a me; e io continuo a dividermi e scorro divaricando, ‒ e desidererei scorrere in un letto e diventare ampio. Perché, Lou, non è forse vero che così deve essere; dobbiamo essere come un fiume e non dividerci in canali per portare acqua ai pascoli. Non è forse vero che dobbiamo tenerci uniti e mormorare? Forse potremo, quando saremo molto vecchi, una volta, proprio alla fine, cedere, ampliarci e sfociare in un delta … cara Lou!
Rainer

Lettera traboccante di emozioni, come scoprii con intenso piacere, quando finalmente riuscii a risalire ad essa dalla famosa frase letta nel castello di Duino (frase che qui sopra ho riportato in rilievo), e che pone molte domande, anzitutto sulla coerenza tra le sensazioni di Rilke e la vita vera dello scultore parigino e poi, ma io direi soprattutto, su quella realtà (Wirklichkeit) che Rilke sembra qui conferire soltanto alla autentica creazione artistica. E quindi alla vera vita di un artista, come è questa vita in realtà?

Ma su tutto questo vi lascio per ora meditare. La prossima volta ne parliamo, assieme a Lou, che, naturalmente, rispose.

  1. preceduta da una lettera di questo tenore: «Onorato maestro … L’occasione di scrivere sulla vostra opera rappresenta per me una vocazione interiore, una festa, una gioia, un grande e nobile compito a cui sono tesi tutto il mio zelo e tutto il mio amore.», citata in Elisabetta Potthoff, Lo sguardo, il gesto e l’interiorità, postfazione al sottocitato saggio di Rilke su Rodin. []
  2. Rainer Maria Rilke ‒ Lou Andreas‒Salomé, Briefwechsel, hrg. Ernst Pfeiffer, Insel Verlag, Frankfurt am Mein 1989, pp. 92-99 (trad. it. di Claudio Groff e Paola Maria Filippi, Epistolario 1897‒1926, La Tartaruga Edizioni, Milano 2002, pp. 65‒70.) []

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5 Responses to Oh Lou, in una poesia che mi riesce . . .

  1. Fernando Bassoli il 24 gennaio 2011 alle 13:44

    Fare statue. Più quel che devi mettere o quel che devi togliere?

  2. anna maria papi il 24 gennaio 2011 alle 14:28

    BENTORNATO SPARZ!!
    Sentivamo la sua mancanza,e questa sua” inaugurazione del 2011 su N.L.” ci ricompensa dell’attesa…..
    Rilke oggidì è un poco troppo appartato in queste pagine, questo ritorno è meritevole!
    Ma che lettere lunghe si scrivevano: oggi con le mail e gli sms ci rimane tutto nell’anima ( ammesso di averla)
    Bellissimo post, grazie Spaez!!

  3. robertobugliani il 24 gennaio 2011 alle 17:23

    Sono curioso: se la Isadora ha danzato nel bosco per un Rodin 60enne, quali danze facevano le sue giovani allieve per un Rodin 74enne?

  4. orsola puecher il 24 gennaio 2011 alle 18:45

    Oh che bel post! Merci!

    Ecco Rilke, segretario di Rodin per un anno, 1905 – 1906, a Meudon:

    Dalla piccola casa assegnatagli nel parco della villa egli vedeva una statua di Buddha scolpita dal maestro.
    Scrive a Clara il 20 settembre 1905 e l’11 gennaio 1906:

    Plasticità della parola.

    [ un altro ]

    ,\\’

  5. […] nel 1903, anno della lettera che vi ho proposto qui, Lou si era parecchio riavvicinata a Rainer. Di tutto ciò si può leggere nelle sue memorie In […]



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