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Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici

di Stefano Zangrando

Ho conosciuto tardi la scrittura di Marino Magliani e ho letto solo una piccola parte dei suoi libri. Pure ho la sensazione, che avranno avuto in molti, di essermi imbattuto in uno scrittore, come si dice, di razza. Di solito non uso quest’espressione stereotipata, “scrittore di razza”, ma quando leggo Magliani mi torna in mente spesso, per conto suo. Con ciò intendo forse uno scrittore che asseconda la propria vocazione, o scelta, senza grilli accademici o aspirazioni mondane, inseguendo invece un proprio demone molto terragno, forte, che solo dopo, per virtù riflessa, si specchia con sognante vaghezza nel firmamento dei propri modelli. Probabilmente questa impressione è corroborata anche dal percorso esistenziale di Magliani, che se ho capito bene è quello di un cercatore di felicità passato per terre e calori diversi, un migrante irrequieto stanziatosi infine in un canto defilato d’Olanda, dopo aver lentamente appreso, guidato dagli anni, un altro edonismo, più puro e nascosto. Ma forse dico questo un po’ suggestionato dalla lettura del suo ultimo romanzo, La spiaggia dei cani romantici, uscito da pochi giorni per Instar Libri di Torino, che come i romanzi precedenti è ambientato nei luoghi in cui Magliani ha vissuto, ma dove ciò che vi è di personale è travasato nell’impasto narrativo in cui l’autore affonda mani esperte e appassionate, plasmandone vera e buona letteratura. Di questa attitudine, che è anche dedizione e forse devozione al mestiere, è indizio già il titolo, che riecheggia quello di una raccolta poetica di Roberto Bolaño, autore cult da qualche anno e con la cui opera, in effetti, ogni romanziere vivente dovrebbe avere l’umiltà e la fortuna di fare i conti. Magliani tuttavia dà un taglio basso al proprio omaggio, preferendo appunto il Bolaño poeta e facendolo apparire nel romanzo, un cameo nella seconda parte, in un bar di Blanes. Col Bolaño prosatore sembra invece condividere il piacere ritrovato del racconto, la verve narrativa scaturita dalle spinte più lungimiranti del postmoderno. Poi magari nel firmamento di Magliani ci sono anche Calvino e il conterraneo Biamonti, come qualcuno ha visto, ma la storia, stavolta, è specialmente ispanica.

Chi sono i cani romantici? Sono i chicos piola, ragazzi argentini dei primi anni Ottanta del secolo scorso che alla fine di ogni estate australe emigrano in Spagna per lavorare sulle spiagge di Lloret De Mar. Fanno propaganda ai locali e scopano turiste a frotte, ci dice ammirato il narratore, che è di Lincoln come loro, non lontano da Buenos Aires, e un giorno decide di prendere anche lui la via dell’Europa, accompagnato. La lingua è sapidissima, costellata di espressioni gergali e straniere, a caratterizzare un personaggio popolare, il buon Almeja, che però è un eccentrico, uno spettatore. Non sarà mai come loro, come questi miti di strada latino-americani e il loro compare italiano, il «tano» Gregorio, e lo sa. Del resto Almeja, che di cognome fa Dronero, non è diretto in Costa Brava, ma in Liguria, la terra d’origine del nonno; qui aspira a ottenere il passaporto italiano e far carriera come calciatore. E in campo ha talento, in effetti, ma le cose non andranno come spera. La donna che è con lui passa nel letto di un lontano cugino Dronero, che li ospita in una magione dell’entroterra, e il passaporto tarda ad arrivare. Così il melanconico Almeja, che aveva combattuto alle Malvinas e ha lasciato nella pampa i privilegi da figlio di papà, cede alle sirene di Lloret De Mar. Qui trova ciò che aveva già orecchiato, la movida e il sangue: frequenta i chicos piola, che lo accolgono quasi come una mascotte, e apprende di certi omicidi di soldati inglesi. Finirà per avere un ruolo decisivo nell’individuazione dei responsabili – e questa è la prima metà del romanzo. La seconda, che ha per co-protagonista una presentatrice televisiva olandese, ritorna sulle tracce di quei personaggi a trent’anni di distanza. Il racconto ora è scandito da cambi di ambientazione e un po’ alla volta, con il passo fluente di una lingua più alta, ci mostra i protagonisti di quel secolo inabissato, le loro mutazioni e permanenze. Non svelo altro, se non che emerge infine qualcosa di profondo, eppure impalpabile. C’è un che di virtuoso nel modo che il narratore e i suoi eroi perdenti hanno di dissimulare nostalgie e sogni perduti. Ed è una virtù in egual misura poetica, della composizione, e umana. Questo Magliani ispanico, insomma, è un romantico stoico, e i personaggi che qui fa vivere – o rivivere, alcuni erano già apparsi nel suo mondo romanzesco – hanno l’icasticità dimessa e toccante delle comparse di una storia sociale.

[questo pezzo è apparso su “Alias” del 05.03.11]


4 Commenti

  1. Grazie Gianni:)
    In verità, per precisare, questa è una versione “extended” e ben più personale del pezzo apparso sabato scorso su Alias.

  2. È un club che comincia a essere bello grosso: Marino ha la capacità di tenerti incollato alla pagina anche quando parla di ortiche, di calcio, di tv, di qualunque cosa. E in fondo, nei paesaggi liguri come nella vita “echada p’alante” di Lloret, c’è sempre sottotraccia la domanda: è questa la vita? e che senso ha?

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.