I signori Murena

30 marzo 2011
Pubblicato da

di Giuseppe Zucco

(informiamo la gentile clientela che nel caso di questo racconto non si tratta di pubblicità occulta per Murene, essendo il medesimo stato pubblicato in origine sulla rivista “Colla”. Cogliamo nondimeno l’occasione, per farne pubblicità esplicita…. hj) 

Da tempo non guardavano la televisione di sera. Lei aspettava che il marito rincasasse, allora sedevano a tavola. Prima di iniziare, spiegando la stoffa bianca sulle gambe, lui chiedeva sempre se Carlo avesse mai chiamato, se qualche buona notizia avesse solcato la diramazione delle linee telefoniche, lei scuoteva la testa come un campanellino, e lasciava cadere il discorso senza aggiungere altro, immaginando però altre città metropolitane, la solitudine delle cabine telefoniche emerse nella fredda luce dei neon in altre notti e in altre circostanze. Così, cenavano: portavano alle labbra bocconcini, squittivano nell’intimità semplici cose, Buonissimo, Dovrà finire anche l’inverno, Passami il pane, Il traffico oggi non hai idea, poi i bicchieri vuoti, la buccia della frutta dentro il piatto, i signori Murena raccoglievano ogni cosa. Se il telefono non squillava, attendendo per scrupolo qualche minuto ancora – lei asciugando i piatti, lui riformulando la preghiera occidentale delle notizie mattutine – infilavano la camera da letto, poi spegnevano la luce, il lampadario appeso, l’abat-jour sul comodino. Senza ravvivare le braci di altre conversazioni, sedevano sul lato lungo del letto davanti ai vetri della finestra. Sotto, in strada, le risse non mancavano mai. Non era così una volta, per esempio quando avevano comprato casa, Carlo non c’era ancora, andavano al cinema la sera, tornavano a braccetto discutendo sul significato ultimo del film, brancolando nel paesaggio sospeso del finale, e una di quelle sere, mentre i semafori divenivano arancioni intermittenti, lei disse che aspettava un bambino, lui non sapendo trovare frase migliore la baciò, e continuarono a camminare verso casa proprio come alla fine dell’ultimo spettacolo, la sensazione che qualcosa continuasse a sfuggire ancora, di che colore avrebbe avuto gli occhi, quale sarebbe stata la prima parola pronunciata, che università avrebbe frequentato, ma adesso non passava sera che le risse non scoppiassero per niente.

Si tenevano per mano, i signori Murena, e guardavano giù. Davanti alle serrande chiuse dei negozi, sotto lo sfarzo dei lampioni,  due tenevano un ragazzo, l’altro picchiava duro – un pugno, due pugni, un colpo di testa sullo sterno. Il ragazzo si piegò, sputò per terra, non c’era verso di tenersi in piedi, tutti e tre presero a calciare. Il ragazzo si rannicchiò, i signori Murena si guardarono negli occhi. Ti ricordi, disse lui, poi declinò al presente indicativo tutte le immagini, Carlo con la varicella, più o meno la prima elementare, la stanzetta con la carta da parati verde e le lenzuola a quadretti azzurri, le papule rosa in faccia, la raccomandazione di non toccarle per nessun motivo, i segni perdurano la vita intera, un bambino in lotta con se stesso sotto le lenzuola, la polvere di talco sulle crosticine, e anche se alla fine si era incavata una debolissima cicatrice ovale sulla guancia, era già tutto lì, Carlo, la determinazione. Lei disse Sì, e strinse la sua mano per zittirlo. L’oscurità della camera da letto si depositò con fermezza tra le cose e le parole, ma anche credendo di sentirlo, distinguendo accuratamente il silenzio dalle urla, il telefono non squillò. Per strada si radunò altra gente ancora. C’era il ragazzo rannicchiato a terra, e il suo corpo, come un equatore immaginario, divideva il mondo. Pantaloni larghi, felpe con il cappuccio, bottiglie rotte in mano: due gruppi contrapposti si squadravano immobili, mentre le finestre dei palazzi s’illuminavano una dopo l’altra, giusto per capire cosa prefigurasse tutto quel silenzio. Sai, disse lei, e nominò Francesca, l’aveva incontrata al supermercato, teneva per mano una bambina, gli occhi tutti della mamma, era magrolina, i capelli più lunghi e neri, ma al supermercato l’aveva riconosciuta subito, fermò il carrello e le chiese come stava, Francesca la prima ragazza di Carlo, cioè la prima ragazza che Carlo avesse presentato, non si vedevano dal liceo, si sentivano di tanto in tanto, lunghissime telefonate a quanto pare, di notte soprattutto, ma a Carlo non mancava niente, la vita come la voleva lui, Francesca era serena quando ne parlava. I ragazzi gridarono, si spinsero, uno basso di statura roteò una catena, passarono alle mani. Volavano pugni, calci nella pancia – tre di loro, staccandosi dal mucchio, corsero a perdifiato dietro uno, lo inseguirono anche sulla strada senza preoccuparsi di finire investiti, le macchine sfrecciavano in velocità, frenavano appena, ripartivano per non diventare facile bersaglio della rissa, era successo una infinità di volte, e correndogli dietro non lo raggiunsero più, solo una bottiglia ci andò molto vicino.

Lui si alzò, infilò l’oscurità della camera da letto, con un’andatura che non significava niente di buono per il ginocchio prese il corridoio. Ritornò, e aveva un cilindro di cartone in mano. Lui disse che era arrivato ieri, un pugno colpì un ragazzo in faccia, sembrava doloroso nonostante tutta la distanza e la finestra chiusa, lo si capiva da come perdeva sangue. Lei rimosse il coperchio, sfilò un foglio arrotolato – il riquadro giallino della laurea di Carlo. Stava proprio bene, disse lei, e ricordò come era vestito Carlo, il completo grigio scuro, la camicia bianca, la cravatta azzurra, così come ricordò la parabola ascendente del grafico che Carlo illustrò ai professori e alla platea, l’indice puntato verso l’alto, la chiarezza dell’esposizione, era un uomo ormai, presto sarebbe andato via di casa. Il ragazzo che perdeva sangue dalla bocca, ruppe la bottiglia di birra, e correndo, caricando il braccio, squarciò con il vetro la coscia del ragazzo davanti. I signori Murena guardarono la scena, e poi, tremando lievemente dietro i vetri, sentirono in lontananza le sirene della polizia. Quando frequentava il liceo, soprattutto il quinto anno, Carlo usciva ogni sera, per strada c’erano già le risse, forse erano perfino più violente di adesso, non si contavano i feriti, una volta uno finì accoltellato difendendo una ragazza, e la sera successiva c’era stata una lunga fiaccolata, tutti gli abitanti del quartiere avevano percorso il viale per attirare l’attenzione, lo striscione in testa al corteo diceva Adesso basta, per qualche giorno sembrò fosse tornata la tranquillità, poi le cose ripresero la stessa piega. I signori Murena, fino a quando Carlo non rientrava, non chiudevano occhio, rimanevano in piedi il tempo necessario, gli occhi incollati alla finestra, sperando stasera non toccasse a Carlo, non a lui. Il ragazzo urlava, uno si tolse la felpa per tamponare la ferita, lui la guardò, lei scosse il campanellino della testa, sarebbe finita male questa volta, per un attimo non ebbero la forza di guardare. Ma le macchine della polizia passarono senza fermarsi. Non ci sarebbero state perquisizioni, né schedature, né arresti, nessuno avrebbe fatto niente per sedare la violenza, e i signori Murena tirarono un unico sospiro. Era il terrore a governare gli uomini, la paura a riunirli – almeno così immaginavano i signori Murena. Le risse, come ai tempi del liceo, avrebbero riportato Carlo a casa, e questa e altre notti avrebbero atteso con pazienza.

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