Su “Hotel a zero stelle” di Tommaso Pincio

di Vanni Santoni

La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a Hotel a zero stelle è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell’autore a cui è dedicato (nell’ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka “bonus”). In realtà si tratta di qualcos’altro ancora: Hotel a zero stelle è un romanzo, che parla di un tizio che diventa uno scrittore. E lo diventa scoprendo, studiando, affiancando i grandi: facendoci amicizia.
Il risultato è che leggendo questo libro non solo ti torna alla mente quanto hai voluto bene a tutti quegli autori, ma ti viene anche voglia di abbracciare Tommaso Pincio, offrirgli una birra, di tempestarlo di pacche sulle spalle. Sarà che la mia lista di numi tutelari è parecchio vicina alla sua, sarà che mi sono commosso a scoprire uno scrittore italiano che sa chi sono i Merry Pranksters, che capisce l’importanza della rivoluzione psichedelica (e forse, chissà, la preferisce pure al Maggio francese), che ha letto e ricorda Le meraviglie del possibile; sarà che anch’io da ragazzo non avrei immaginato di finire a scrivere libri, fatto sta che leggendo Hotel a zero stelle mi è parso di aver ritrovato un amico di cui mi ero dimenticato, o un fratello maggiore disperso chissà dove (in Vietnam, presumo).
Non bastano tuttavia le affinità personali per ritrovarsi entusiasti di un romanzo. Il fatto è che in Hotel a zero stelle Pincio fa qualosa di più che parlarti in modo appassionato degli scrittori che ama: li usa per portarti dentro di sé, e la vicenda personale, che inizialmente appare come una semplice cornice, si manifesta poi come la vera spina dorsale del libro, tanto che quando si apre il più drammatico dei molti squarci autobiografici – un lampo d’infanzia – ti emozioni moltissimo, e realizzi altresì che il piccolo Pincio febbricitante è fatto dello stessa materia di uno Winston Smith torturato.
C’è poi l’arte, l’arte abbandonata per la scrittura (e tra tanti scrittori c’è spazio anche per qualche artista: il passo su Boetti, in particolare, fa sperare che un domani compaia sugli scaffali una sorta di seguito, nel quale le “stanze” sono occupate da artisti), l’arte che diventa passatempo, ma anche strumento al servizio della scrittura: se infatti, giunto a fine libro, ti sei ormai rassegnato a pensare che l’inclusione di quei ritratti in testa a ogni capitolo non sia che un vezzo – solo quello di Orwell ha una funzione direttamente legata al testo –, la conclusione viene a spiazzarti, dando loro un significato e una funzione che sono per ogni verso romanzeschi. Chiudi allora Hotel a zero stelle con una bella sensazione, che non ti lascia: hai ritrovato un amico (anzi, una quindicina) e pensi che se, come vi è scritto, la letteratura non è il luogo della felicitá, essa può essere almeno il luogo del conforto.

Andrea Raos

andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010) e le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu. 

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  2 comments for “Su “Hotel a zero stelle” di Tommaso Pincio

  1. Marilena Renda
    14 luglio 2011 at 13:10

    Un libro che ci dice che cos’è la letteratura, per alcuni di noi: un luogo per espatriati, per “gente che non sa più stare in casa propria”, e abita le pagine dei propri scrittori preferiti come stanze d’albergo. Zero stelle, ma molte rape, e molti spettri.

  2. véronique vergé
    15 luglio 2011 at 11:47

    La recensione di Vanni Santoni ha qualcosa di vivace, mostra come la lettura- il vincolo tra scrittore e lettore sia animato di affinità, di amicizzia, perché fondato sul condividere.

    Come lo scrive Marilena lo scrittore o il lettore ha una stanza fatta di fantasmi, di ombre. Una stanza semplice, una stanza d’albergo, una stanza senza rumore, diventa un paesaggio vasto. Mi è accaduto di trascorrere una serata in un albergo, sola, con la piccola musica che hai nella mente: “sei sola. Sei stancha, ma non al punto di dormire. Sei sola, l’hai desiderato- ma ora ti viene un po’ di noia, di tristezza. Niente di personale nella camera. Sei di passaggio”. Qualcosa ti fa sentire claustrofoba, come se le idee erano troppo strette nella mente. Una cosa mi toglieva l’impressione sgradevole: era un libro. Parole di un altro mi facevano compagnia.
    Con un libro non mi sono sentita sola in nessuno luogo.

    Questo libro parla di un’altra forma di libertà, non è quella del lettore,
    ma dello scrittore, anima della libertà, con un potere immenso, è libero di creare un mondo a partire di una strada, di un cipresso, di un porto, di una finestra anche chiusa, di un corpo visto nello specchio.
    La differenza tra il lettore e lo scrittore è il vincolo tra una parola accolta e una parola in capacità di rompere la solitudine. Il lettore ha una posizione più comoda: abita pagine già animate, quando lo scrittore
    inventa un luogo singolare a partire del grado di solitudine- anche se Kerouak non fu mai solo- Ma Kafka, Pasolini, Fitzgerald erano uomini confrontati alla solitudine di una stanza, anche di lusso ( per Fitzgerald), e la bellezza del luogo non aveva importanza, era una bellezza immaginaria. Un punto di partenza.

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