Nuovi autismi 6 – Andare in vacanza uccide

di Giacomo Sartori

Sono anni, decenni, che la gente mi augura “buone vacanze!”. Ora se c’è uno che odia le vacanze, e che è visceralmente e ideologicamente contrario alle vacanze,  sono io. Io non vado mai in vacanza, e me ne vanto. Credo che le vacanze siano nocive alla salute e minino l’equilibrio mentale delle persone. Andrebbero vietate, o comunque, in vista di una loro graduale eliminazione, caldamente sconsigliate. Come sui pacchetti di sigarette: “NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE FISICA E MENTALE”, “ANDARE IN VACANZA UCCIDE”. Questi lugubri ammonimenti andrebbero affissi sugli aerei, nelle vetrine delle agenzie turistiche, sulle pubblicità, ma anche nelle scuole e per le strade. Meglio se corredati di foto di bruciature solari, melanomi, amputazioni da squalo, liquami dissenterici, rottami di aerei precipitati, coccodrilli con brandelli umani tra le fauci, ingorghi e stragi stradali, ostaggi tra rapitori armati fino ai denti, ingrandimenti di pungiglioni di insetti, grafici delle emissioni di CO2, e ogni sorta di orrori ascrivibili in qualche modo alla nocività vacanziera. La gente mi augura però lo stesso in continuazione: “buone vacanze!” Forse dipende anche da me, che notoriamente non riesco a spiegarmi tanto bene. Il fatto è che vivo tra due posti diversi, e i miei conoscenti del posto A sono convinti che vada nel posto B in vacanza, mentre quelli del posto B non si schiodano dall’idea che quando vado in quello A sia con finalità vacanziere. E siccome migro piuttosto spesso dal posto A a quello B, e poi da quello B a quello A, e poi di nuovo da quello A al B, la gente non fa che dirmi appunto: “buone vacanze!”. Li strozzerei. C’è da dire che sono cascato mio malgrado molto male: A è una rinomata zona di cosiddetta villeggiatura, B una decantatissima meta di escursionismo metropolitano. Seppure ingiustificatamente (né uno né l’altro hanno ai miei occhi una qualche attrattiva), sono entrambi celeberrimi, e non sono certo io a poter evitare che nel posto A affluiscano quelle orde antropologiche che vengono chiamati turisti, e tantomento che convergano nel sito B, la cui reputazione è ancora più universale. Ci vorrebbero capacità mitoclastiche infinitamente superiori a quelle che possiedo. “Buone vacanze!” mi dicono allora i miei conoscenti nell’imminenza di ogni mio spostamento. La cosa è tanto più assurda se si considera che la porzione del luogo A dove vivo non ha le peculiarità perseguite dai vacanzieri, e ha anzi attributi per molti versi opposti, e proprio per questo è evitata come la peste dai turisti. La stessa cosa, adesso non entro nei dettagli, vale anche per la contrada del sito B che abito e frequento, agli antipodi dalle cosiddette suggestività di B. Quando però da A parto alla volta di B non posso dire “vado nel settore X di B, entità di spazio che pur appartenendo a B è il contrario speculare di B”, o anche “vado nella contrada Y, che è l’aritmetica antitesi di A, di A”. La gente non vuole troppi dettagli, non ama che con i tuoi sintagmi gli complichi troppo la vita già anche troppo difficile. Per questo annuncio semplicemente: “vado a A”, o “vado a B”. Di qui l’increscioso equivoco che non riesco a debellare. Per anni, decenni, ho provato a spiegare ai miei conoscenti della località A, ma soprattutto a quelli della B, forse ancora più testoni, che non andavo in vacanza. No, dicevo, vado a lavorare, non in vacanza. Loro stringevano le mascelle e espiravano dal naso. Perché per gli abitanti di B, A è per forza di cose sinonimo di vacanze. Io allora spiegavo che non potevo materialmente andare in vacanza, per il semplice fatto che odio e aborrisco le vacanze. Loro mi guardavano con le rughette tra le sopracciglia. I cittadini di B non ti dicono in faccia quando pensano che sei matto, però con un po’ di allenamento si capisce dalle rughette tra le sopracciglia e dal palpitare delle illuministiche narici. Quando invece lo spiegavo agli abitanti della zona A, quelli sorridevano e mi facevano l’occhiolino, come a dire a noi non ce la fai, e tu sei il primo a sapere che è così. Pensavano che facessi lo spiritoso. Io allora chiarivo nel tono più solenne possibile che sono contrario a ogni forma di vacanza, compresi i cosiddetti fine settimana, che a ben guardare non sono altro che vacanze a scala ridotta, o comunque abbozzi di, parodie di. Spiegavo che per me è molto importante che tutte le mie giornate, sabati e domenica compresi, siano tutte uguali e il più possibile normali. Spiegavo che i peggiori ricordi della mia esistenza, i più nefasti cataclismi che l’hanno punteggiata, sono quasi tutti legati alle cosiddette vacanze. Spiegavo che non considero il lavoro una disgrazia, ma anzi la benedizione che sola mi salva dal suicidio, e proprio per questo lavoro anche le cosiddette festività. Facevo presente che con il miraggio delle vacanze le persone sopportano delle esistenze di merda, e che quindi il turismo è di fatto la valvola di sfogo del capitalismo globalizzato, proprio come la religione era la chiave di volta del feudalesimo. Senza vacanze e senza il loro corollario turistico tutto il sistema capitalistico imploderebbe, e quindi non andare in vacanza assume anche una valenza militante, così come non comprare i prodotti delle marche che schiavizzano i lavoratori e non mangiare la frutta avvelenata dai pesticidi. Spiegavo che se le persone avessero delle giornate soddisfacenti e in armonia con il loro essere, non avrebbero nessuna necessità di fuggire in quei ghetti di follia simbolica chiamati mete turistiche. Invitavo i miei interlocutori a rinunciare seduta stante a ogni progetto vacanziero, a avere il coraggio di vedere cosa si nascondesse nel loro intimo di esseri viventi alienati sotto le fittizie aspirazioni di dislocazione geografica. Poi però ho constatato che la gente non era tanto contenta di ascoltare le mie delucidazioni. Gli esseri umani hanno un’indomabile predisposizione al sogno e alle illusioni, e evitano in tutti i modi di confrontarsi con le cose così come sono. E allora ho lasciato perdere. Nella vita si finisce per fare molti compromessi, ci si rassegna a non sconfinare dal proprio orticello. Quando adesso mi dicono “buone vacanze!” ringrazio, e qualche volta sorrido pure.

 [l’immagine: Jaber al Mahjoub, 2003]

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15 Commenti

  1. beh, se siamo vicini di casa magari possiamo incontrarci al bar di sotto, no? o magari senza saperlo già ci conosciamo di vista!

  2. sviscerando statistiche sulla criminalità andrebbero vietate pure le famiglie.Ma per intervenire sui fenomeni endemici occorrono ere geologiche.E forse non abbiamo tutto questo tempo per capire che più degli aerei dobbiamo essere pronti a prendere le coincidenze relative ai deus ex machina(ma ora devo correre a ritirare il biglietto last minutes per varadero:2 giorni,una notte.Divertitevi)

    http://www.radiogeorge.com/oldies/oldies12/Martha%20Reeves%20&%20The%20Vandellas-Nowhere%20To%20Run.mp3

  3. Che ritmo, Sartori! E sottoscrivo tutto: sono ancora in terapia per i danni alla salute provocati da una normale, prostrante vacanza estiva.

  4. ma guarda un po’! proprio stamane, nel mentre rasavo il prato e raccoglievo le foglie secche del lauro, pensavo che le persone, soprattutto quelle pratiche e quadrate amano il sogno e prediligono la “menzogna”
    le persone che aderiscono pragmaticamente alla realtà sono quelle più vulnerabili alla delusione, esperienza questa, che esperita a iosa, porta inevitabilmente alla canagliaggine.
    mi sento al sicuro solo con i sognatori disillusi e di lei signor sartori potrei financo fidarmi :)
    molti baci
    la fu

  5. Caro Giacomo e cari tutti, io vado in fabbrica tutti i giorni e posso assicurarvi che a me le vacanze giovano alla salute. Leggo, mi riposo, scalo montagne e gioco a tennis e sto con le mie figlie. Poi ritorno in fabbrica e lavoro di nuovo alla mia fresa, otto ore al giorno per 320 circa all’anno.
    Lo ammetto, non riesco neppure a capire il senso dell’articolo e mi sento un po’ preso per i fondelli.
    Scusate

  6. caro Fabio, le faccio presente che il testo che ha letto è un racconto, vale a dire LETTERATURA, e come tale va letto; il senso può anche essere diverso da quello enunciato, o i sensi possono essere tanti e diversi; anch’io lavoro e fatico e mi stanco, anche se non in fabbrica, se è per quello

  7. quindi non si prenda preso per i fondelli, e segua piuttosto la pista, se posso dare un consiglio, dell’autore che prende per i fondelli se stesso

  8. ah, questa è letteratura? mi prendo preso per i fondelli*

    *”Non si prenda preso per i fondelli” è, per la cronaca, l’unica frase lontanamente poetica presente in questo corpo post-ale, e non è che un refuso… peccato

  9. @ Dinamo

    non ho detto grande letteratura, nè bella letteratura, ho detto letteratura, e l’ho fatto solo per spiegare come andava usato il testo, che forse come dice lei non vale nulla;
    ma mi fa piacere che abbia apprezzato almeno il refuso, altrimenti mi sarei sentito un po’ in colpa per averle fatto perdere del tempo; anche sul letame qualche fiorellino si trova, cercando bene

  10. Avendo famiglia in una ridente località dolomitica e vivendo a Venezia, non mi è del tutto nuovo l’equivoco di cui scrive Giacomo Sartori.
    Piccola nota economica: c’è il rischio che le vacanze intese come ferie pagate – quelle di cui parla Fabio – stiano per scomparire dal nostro orizzonte, almeno in questi paraggi. Rimarranno le pause tra una co.co.pro e un’altra…e non sarà la stessa cosa.

  11. ma sì, naturalmente le vacanze possono essere anche deliziose, o struggenti, o iniziatiche … (quindi l’autore non è molto corente)

    (ma è la stessa estensione semantica di “vacare” che spazia dall’inutilità più nociva all’apertura nei confronti di eventi/possibilità anche grandi)

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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