Inganni e autoinganni nell’Italia d’oggidì

20 ottobre 2011
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(una lettura di “Catastrofi d’assestamento” – Zona, 2011 – racconti di Giorgio Mascitelli)

di Sergio La Chiusa

“Come contemplo io questo spettacolo? Io che sono schivo e un po’ schifato, cioè sono schivato” si chiede il protagonista-narratore di “Traversata della città in festa (scemo di guerra)”, mentre osserva la massa chiassosa che anima il palazzetto dello sport, i cappellini tutti uguali, le riproduzioni in cartone di enormi mani colorate che si muovono sugli spalti, i “portaordini che passano parola dicendo la ola fate la ola”, i corpi che si scalmanano sulla pista secondo i comandi di un disc jockey, una di quelle “creature della notte spesso latrici di una grammatica biascicata e nominale”.La descrizione della festa-concerto con cui si apre il primo racconto di “Catastrofi d’assestamento” è una movimentata successione di sarcasmi che rasentano l’invettiva, tanto che i giovani che riempiono il Palasport sono chiamati “allegre tribù di coglionacci”, “zuzzurelloni impomatati”, “miti carnefici che ancora ignorano il sangue”, riprendendo persino il Montale della “Primavera Hitleriana”. Un’animosità verbale che vanifica l’impegno con cui il narratore ribadisce la sua “petrosa noncuranza”, il suo “solitario disdegno”, il suo “disdegnoso riserbo”, e svela invece il sentimento di esclusione di chi è rimasto indietro rispetto ai mutamenti sociali ed è, appunto, “schivato” in quanto elemento estraneo.

Il malessere che porta il protagonista di “Traversata della città in festa (scemo di guerra)” a vagare per Milano “con il viso accigliato e con tutti gli altri ammennicoli somatici che ineriscono più strettamente alla depressione” si calma infine in un’agenzia di viaggi. Anche il “dissenso” dai modelli di comportamento dominanti è previsto e regolato dalla macchina sociale, che in luogo di avventurosi viaggi della conoscenza non concede che mediocri viaggi organizzati. Anzi, viaggi virtuali, come quello proposto dal titolare dell’agenzia, che per una “modica somma” invita il cliente a provare il simulatore di volo “Astolfo”, una specie di Google Earth che permette di effettuare sopralluoghi delle località turistiche proiettando sulle pareti immagini aeree e simulazioni di luoghi di vacanza. Il volo di Astolfo, la cavalcata sino alla luna per recuperare il senno d’Orlando, nell’Italia contemporanea non è che un volo simulato, una proiezione d’immagini promozionali che invece di restituire il senno lo va sottilmente erodendo.

Lo “scemo di guerra”, l’io anonimo stordito dalle moderne occasioni di svago, ha per così dire un alibi storico, come chi si è rimbecillito per via di una guerra, anche se si tratta di una guerra senza eserciti contrapposti, pervasiva e non dichiarata.

Quasi tutti i personaggi di “Catastrofi d’assestamento” sono in un certo senso “scemi di guerra”. Inadeguati rispetto alle richieste di una società che spinge ai margini i più deboli, non trovano di meglio che inventarsi una realtà su misura in cui risultano protagonisti del loro destino, e non semplici prodotti di scarto della macchina sociale. Anche perché nel momento in cui s’inceppa l’intricato meccanismo d’inganni e autoinganni la realtà può risultare insostenibile, come scopre, per esempio, l’anonimo narratore di “Ancora un incendiario?”, impiegato presso una sede in via di smobilitazione degli alti commissariati. Mentre i colleghi ottengono il trasferimento in sedi decentrate, lui solo, incapace di mettersi in sintonia con i mutamenti sociali in atto, resta in attesa del comunicato che sancisca la chiusura degli uffici. Il comunicato non arriva e il devoto dipendente continua a recarsi nel palazzo ormai abbandonato, si siede alla scrivania, passeggia, mette trappole per topi per ingannare il tempo, sino a che non comincia a sospettare la sua assoluta irrilevanza e, colto da un sussulto d’orgoglio, decide di non presentarsi più. Anzi, di marcare il suo distacco con un gesto plateale: incendiare il palazzo.

L’esaltazione non dura a lungo. A spegnere l’entusiasmo incendiario interviene la lettura di un articolo sul “comportamento degli impiegati degli uffici in via di trasformazione” in cui i suddetti “impiegati in situazione di stress da rigidità flessibilizzata” sono divisi in categorie: pompieri e incendiari – i pompieri che “nuotano come pesci nelle acque della trasformazione” e la minoranza d’incendiari che invece non si adatta, “regredisce all’adolescenza e ha fantasie incendiarie e catartiche”.

Quando si scopre previsto in una rivista specializzata, semplice cialtrone in balìa dei disegni dei funzionari, e capisce che persino l’atto di ribellione più radicale risulta calcolato e sfruttato, il potenziale incendiario vede allentarsi ogni residuo legame sociale, e nella straordinaria scena conclusiva lo ritroviamo in cammino lungo la statale, solo pedone tra macchine in corsa, immagine malinconica di una presa di coscienza il cui esito estremo è l’uscita dalla società e dai suoi commerci.

L’autoinganno è un meccanismo di difesa necessario in una società che rigetta i perdenti e i meno adatti alla competizione. Anche perché le vite di persone comuni, come i personaggi di “Catastrofi d’assestamento”, sono spesso avare di soddisfazioni. L’avvenimento più rilevante della biografia di Manlio Orcagna, protagonista di “Congedo”, è una modesta vincita al totocalcio, ottenuta con una schedina precompilata, ma in virtù della quale si spaccia per conoscitore e dispensa consigli ai sistemisti. Cicalone, il disoccupato ultracinquantenne di “Apparenze, anche apparizioni, ma soprattutto apparenze”, dichiara candidamente che il solo punto fermo della sua vita morale e sociale è il maxischermo piatto, per il quale non esita a indebitarsi e mettersi nelle mani di cinici sfruttatori.

Chi, insomma, non ha raggiunto una posizione di rilievo nella struttura sociale non può che inventarsi motivi per caricare di senso un’esistenza che sembra girare a vuoto; ed è per questo che a dispetto della realtà molti protagonisti di questi racconti non perdono occasione d’individuare i segni premonitori di una svolta del destino, investono oggetti, situazioni, incontri casuali di significati spropositati, e in alcuni casi si lanciano in veri e propri inseguimenti – parodie degli eroi ariosteschi, che, accecati, impacciati dalle armature, rincorrono i loro vani oggetti del desiderio, semplici propulsori di movimento che si dissolvono prima di essere raggiunti.

In “Ancora un incendiario?”, per esempio, è la comparsa di una donna a sollevare provvisoriamente l’impiegato dalla sua condizione. Quando, camminando per la città assorto in cupi pensieri sul destino degli alti commissariati, vede spuntare una donna sola, specchio della sua stessa solitudine, subito riconosce in lei il pretesto per staccarsi dalla tetraggine del luogo di lavoro e la insegue con una caparbietà insospettabile. Ariostesco è non solo il motivo del desiderio come motore dell’azione, ma pure il luogo posticcio in cui si svolge l’inseguimento: una cittadina commerciale costruita come un’imitazione di Venezia con ponti inventati, vie piene di luminarie ingannatrici, sirene che suonano per via delle capocciate dell’inseguitore contro le vetrine dei negozi chiusi – un labirinto d’inganni commerciali che non conduce nel palazzo delle illusioni di Atlante, ma in una “taverna celtica” in cui vengono serviti “maccheroncini alla celta” con “celtico vino della Valpolicella”, approdo che riporta alla realissima irrealtà delle nuove mitologie identitarie del Nord-Est leghista.

Se il rapporto amoroso è spesso l’ultima possibilità di riscatto, non va dimenticato che per alcuni personaggi – maschi, il cui punto di vista è, appunto, ordinariamente maschile – la donna non rappresenta che uno dei molti oggetti di riconoscibilità sociale, status symbol necessario per radicarsi nella struttura del mondo. Quando Onorio Groppa, l’impiegato di “Un trancio di vita”, riesce nell’impresa eccezionale di “aver innamorato una ragazza bellissima senza pagarla”, il suo primo e più impellente pensiero è di agghindarla e esibirla in Corso Vercelli, immaginandosi gli sguardi degli invidiosi nascosti nelle vie laterali, e poi, ormai “cittadino del mondo”, portarsela al bar e mostrarla agli amici, che invero chiama “insulsi biascicatori”, “triviali e animosi spacconi”, “facce di merda con la lingua a penzoloni a guatare l’italiana bellissima conquistata senza pagarla”. Naturalmente le cose prendono una piega spiacevole e il provvisorio status symbol passa proprio nelle mani di uno dei sedicenti amici.

Non si può restare insensibili ai risvolti comici delle minime apocalissi narrate da Mascitelli. Anche se la comicità dei racconti scaturisce soprattutto dalla lingua, che invece di rispecchiare il livello culturale dei personaggi è una parodia dei linguaggi contemporanei che mette in luce il complicato rapporto tra il soggetto e la realtà.

Nelle voci dei protagonisti, che spesso si raccontano in prima persona, risuonano echi dei monologhi di certi ostinati vagabondi di Beckett. Tuttavia, l’impasto linguistico, l’ambientazione realistica dei racconti, prevalentemente milanese, i richiami all’attualità sociale, economica e politica, collocano il lavoro di Mascitelli all’interno di una lunga tradizione nostrana, in stretto dialogo con Svevo, Volponi, Gadda – tutti creatori di memorabili paranoici, come i vari Cosini, Saluggia, Pirobutirro. Importante sembra, soprattutto, il rapporto con l’espressionismo corrosivo di Gadda. Anche se la scrittura di Mascitelli, più accessibile, non ricorre all’uso d’invenzioni lessicali, dialettalismi, torsioni sintattiche, intricate matasse d’immagini, ma convoca materiali verbali provenienti da vari ambiti culturali, così che in una sola voce si succedono senza soluzione di continuità espressioni dotte, citazioni letterarie, proverbi, luoghi comuni, stereotipi colloquiali, canzonette, cori calcistici, slogan pubblicitari, registri tecnici e professionali. I personaggi sono per così dire entrati nel flusso verbale ininterrotto del nostro tempo raccogliendo i detriti del linguaggio della società contemporanea.

Questa convivenza di registri risulta particolarmente straniante nei racconti in prima persona, in cui l’autore introduce una coscienza e una cultura supplementare nella voce dell’io narrante, che è in genere di estrazione culturale media, certo più interessato ai dibattiti calcistici che alle esegesi dantesche. Un narratore in prima persona che ospita un secondo narratore, implicito e ironico, che insinua citazioni e commenti che dilatano il senso delle vicende più ordinarie.

D’altro canto è proprio Cicalone, il disoccupato di “Apparenze, anche apparizioni, ma soprattutto apparenze”, cioè uno dei personaggi più inconsapevoli e malridotti, a ricordarci l’importanza del ruolo del narratore rispetto alla propria materia: “si prospettava un incasso lauto quanto bastava per pagare la mora e rinviare di un altro mese la separazione dal maxischermo: era dunque un’occasione storica per me perché a ben vedere anche la battaglia di Roncisvalle non era poi gran cosa ed è la grandezza del bardo a rendere memorabile l’evento”.

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One Response to Inganni e autoinganni nell’Italia d’oggidì

  1. lorenzo galbiati il 22 ottobre 2011 alle 15:58

    E’ sempre difficile commentare la recensione di un libro che non abbiamo ancora letto.
    Quel che si può dire è se il recensore ha fatto scattare la voglia di leggerlo. Meglio se dicendo contestualizzando la materia e la lingua in oggetto a un giudizio preciso ma più suggerito, evocato che spiegato esplicitamente.
    In questo caso, non si può che dare un riscontro positivo.
    Sergio La Chiusa cita peraltro autori di gran peso per descrivere la lingua usata da Mascitelli, e questo ci fa immaginare un lavoro accessibile (come viene chiamato) ma con una ispirazione non minimale, per narrare queste “minime catastrofi”. Il tutto condito con “risvolti comici”. Insomma, il piatto sembra succulento e di buona soddisfazione per il palato, dopo aver letto il recensore.

    E quindi, in questi casi, come dico spesso di fronte a recensioni così indovinate, spero che il libro sia bello almeno quanto la recensione.
    E speriamo di leggere il La Chiusa anche in lavori più impegnativi.



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