Uovo al tegamino

23 novembre 2011
Pubblicato da

di Chiara Marchelli

Ti hanno appena portato un uovo. Ho chiesto all’infermiera di lasciarci soli, tu e io. Non c’è nemmeno mamma, che ho mandato a casa a dormire un po’. Ha fatto gli occhi di una esclusa dalle cose importanti, ma la conosco bene e sulla sua faccia stanca ho trovato anche una traccia di gratitudine. Non te la prendi, no? Hai vissuto e amato a sufficienza per capire che non ce la fa, a volte, e chissà come se la caverà tra poco, quando tutte queste prove generali saranno finite davvero.
L’uovo ha un bell’aspetto. Tutto mi aspettavo, tranne che esaudissero questo tuo piccolo capriccio. Un uovo al tegamino. Forse è merito di Marta, che è tornata in corsia apposta per te. Sei sveglio, quando passa? Ci fa sempre ridere con le sue battute da cabaret. Ti ricordi quando vi siete visti in centro, questa primavera? Mi ha scritto una mail dicendo che ti aveva beccato a far vasche con le braghe rosse e mamma a braccetto, come due fidanzati. Viene ogni mattina, prima di andare in ufficio, fa un paio d’ore menando ordini a destra e a manca, come quando era caposala. Non credo che possa, le infermiere la odiano tutte e di conseguenza anche me, che sono la sua amica, ma noi ci divertiamo e sappiamo che se c’è lei tu muori un po’ meno.
Chissà se la senti, quando arriva. Ti sedano così tanto che apri gli occhi solo a quest’ora, per poco.
Mi è venuta voglia di dirti tante cose, come succede in queste situazioni. Tutte quelle che non ci si è detti, lì come scemi a credere che le parole passino lo stesso. Magari invece è vero, e sarebbe un bel sollievo smettere di rimproverarsi perché non ci diciamo mai abbastanza che ci vogliamo bene. Te l’ho dimostrato, io? Con i miei nervosi, le risposte secche, l’insofferenza, ti ho fatto sentire un padre amato?
Che poi si risolve tutto in un “ti voglio bene”. A dirlo sono capaci tutti. Bisogna vivere, mostrare. Un gesto, dicevi tu quando eravamo piccoli, vale più di cento discorsi. Ci insegnavi a muoverci nel mondo. Quello appena fuori di casa, il minuscolo universo degli amici del cortile e dei compagni di scuola, della maestra, del tabaccaio, della panettiera. Poi piano piano sempre più largo, il mondo cui dovevamo rispetto e partecipazione, fino a comprendere le terre oltre il mare, dove ho scelto casa io. Una casa così diversa eh, papà?
Quanto tempo ho speso a fare le cose diverse dagli altri solo per il gusto di farle. Quanta energia a dover rivedere tutto, dopo, cercando di capire cosa avevo fatto per me e cosa contro di voi. Tu non mi hai mai tanto capita, dicevi, ma ti sei fidato di questa tua figlia un po’ sofistica. Doveva stare per rompiballe, questo “sofistica” che sdrammatizzava le tensioni, e non hai mai saputo che è un aggettivo che mi calza alla perfezione. E che sei un uomo saggio, anche se ti verrebbe da ridere, te lo dicessi. Intelligente, soprattutto; di un’intelligenza semplice, che si allarga dal cuore alle mani aperte verso di noi, a tenerci su.
Come Sergio, che è rimasto sotto ad aspettarmi. Gli ho detto di andare a casa, che oggi mi sarei fermata di più, e lui mi ha detto “Sì, vado”, ma so che è ancora qui, la moto parcheggiata all’ombra, il terzo o quarto caffè della giornata, la sigaretta accesa su quella sua faccia da mascalzone. Tu non la vedi perché non ti fuma mai davanti. Dice per rispetto, perché a voi dà fastidio, e lui si fa tre ore di astinenza pur di non farvi respirare un’aria inquinata. Ma adesso, solo nello spiazzo dell’ospedale, circondato da parenti che vanno e vengono in questa mattina già caldissima, sono sicura abbia bisogno anche lui di appendersi a qualcosa. Così fuma, e quando scenderò per chiamarlo e invece me lo troverò davanti, avrà un alito fetente. Ma sai che ti dico, papà? Chi se ne frega. Chi se ne frega se mangia, beve e fuma troppo, devi sentire la pelle che ha. E ha quel vizio terribile di andare a fondo delle cose, anche quelle delicate, con l’impeto di una fionda. A te è piaciuto subito per questo: anche nelle questioni nostre, quelle che in famiglia uno ha sempre un po’ timore di tirar fuori, è capace di affondare il cuneo e rivoltarci tutti. Se ne scusa con me, a volte, chiedendomi se ha esagerato. No, dico io, mai.
Ti è piaciuto per questo e per la solidità che ha portato, tra le mani, nella mia vita. Io ventosa, lui così attendibile. Ma con due occhi grossi con il cielo dentro.
Sono una donna fortunata, papà, perché sono amata da persone come voi. E quindi anche se ti guardo adesso, nella luce di un mattino d’estate che questa stanza cerca di tenere a bada, so maneggiare la pena di vedere il tuo corpo sfinito. Sei tu. Non si pensa mai a questa eventualità, ma ora so che davvero ci si può trovare di fronte a una menomazione come questa, la malattia che aggredisce chi sarebbe dovuto essere immune da ogni dolore, e sforzarsi di riconoscere ancora un padre. La sua forza, la severità, la grandezza che agli occhi di un bambino paiono infinite. I padri non dovrebbero mai morire prima che i propri figli siano cresciuti. Perché poi i figli vedranno il mondo sproporzionato. Troppo vasto, troppo aggressivo. Tu ci hai lasciato diventare grandi e addirittura un po’ vecchi. Me, soprattutto, che ti somiglio sempre di più. Guardavo proprio questa mattina, mentre Sergio mi preparava uno dei suoi caffè micidiali, che il profilo del mio viso si sta adeguando al tuo. Stessa faccia, stesse mani. Stessi peli, mi ha detto una volta la mamma. Quella battuta mi è rimasta impressa, e la risata che si è fatta dopo. Io ricordo di esserci rimasta male. Ero un’adolescente, bruttina e sfigata, con questo problema che a me sembrava insormontabile. “Guarda che i peli li hanno anche le tue compagne” aveva continuato lei quando se n’era accorta. “E chi se ne frega!” avevo urlato io. Eri in casa, tu? Te lo ricordi? Ti ricordi che il giorno dopo sono andata a casa di Marta e ci siamo fatte la nostra prima ceretta con il suo fornelletto? Forse no, sono cose da femmine, queste. È mamma che mi ha vista rientrare con i pantaloni tirati giù sugli stinchi e chiudermi in bagno un’ora, mentre tentavo di staccare quella placca di ceretta che non avevo avuto il coraggio di strappare a casa di Marta. Uno a uno, ho staccato quei peli maledetti. Me lo ricordo ancora. E poi, i bastardi, si sono ritirati da soli. Adesso, dopo tutti questi anni di cerette e Silképil, quando ormai non mi serve nemmeno più. Risolvere i complessi serve quando li si patisce, mica quando si è già fatto un gran pezzo di strada e tutto sommato su peli e cellulite si riesce a passare con allegria. L’ironia ce l’hanno data per quello, in special modo a noi donne. Troppa tragedia, altrimenti, i dolori mestruali, i malumori ormonali, le pene del parto, delle pinzette, delle teglie del forno sui polsi, delle cipolle negli occhi, dei cuori marinati in pozze di attese e illusioni senza fondo. Ma io, come ti ho detto, sono stata fortunata. Perché Sergio ha fatto le cose al contrario, e ha aspettato che diventassi donna, quando lui, uomo, lo era da un sacco di tempo.
Chissà che starà facendo. Avrà attaccato discorso con qualche vecchio di passaggio, probabilmente. I vecchi gli piacciono. Li trova interessanti. Petulanti, ma pieni di fascino. Te, no. A te ha sempre parlato alla pari, senza mai far scendere o salire lo sguardo. Più con te che con mamma. Mamma è più dura, diffidente. Tu, con i tuoi occhi gentili, sei come l’ombra di un ulivo.
“Un uovo al tegamino?” ha chiesto l’infermiera. Ma non ha battuto ciglio e te l’ha portato, perché altrimenti domani Marta chi la sente. A me la tua richiesta ha fatto ridere, ma ho anche capito.
Ho capito che oggi te ne andrai. Hai deciso così, che è sufficiente, e troppa pena non serve a nulla. Per l’uovo. Se avessi chiesto altro, una minestra, un frutto, sarebbe stato un pasto qualsiasi, dopo il quale avremmo scambiato due parole tranquille, magari guardato il telegiornale, o saremmo stati in silenzio, come ormai succede sempre più spesso. Si stanno asciugando anche le parole. Si sta apparecchiando una cosa importante. E quindi il tuo uovo.
Quando studiavo l’atomo mi spiegasti che l’uovo è il simbolo della vita, ed eri riuscito anche a ricordarti un dipinto che eri andato a cercare nel mio libro di arte. “Ecco, guarda” dicesti indicandomi quell’uovo che penzolava dal soffitto, “è un segno di vita e di rinascita”.
E tu, che te ne muori, hai scelto proprio quello.
Ora lo mangi, un microscopico boccone alla volta, tenendomi addosso i tuoi occhi castani, pronti a venirmi in soccorso. Ma oggi sono forte, papà. Lo devo a te e al tuo unico vero imperativo: badare a noi. Gli insegnamenti che si trasmettono valgono di più di quelli che si impartiscono. Lo sappiamo noi figli, quando finisce la consolazione di libri e canzoni e quando le parole degli amici non ce la fanno a valicare la distanza della disperazione vera, che ti lascia solo. Quindi resto salda nell’avvicinare il cucchiaino alla tua bocca stremata, che si sa ancora aprire in un sorriso dolce e doloroso. Vegli su di me anche adesso che sono io a vegliare su di te. Mi hai scelta? Hai voluto che ci fossi io, a imboccarti con quest’uovo, invece della mamma? Mamma avrebbe pianto, probabilmente. Lei così resistente. Ma lo capisco, prima era questione di sostenere dolori inevitabili: questo è tutt’altro, ingiusto com’è. Improvviso, traditore, prematuro. Ci farò i conti poi, in mezzo alla città che non sospende la sua marcia, tra le mani dell’uomo che qui sotto sta facendo fuori un pacchetto di sigarette, sola in bagno, seduta sull’asse del water a fissarmi i piedi che, anche quelli, sono i tuoi. Come me la caverò con tutte queste somiglianze?
Ci volevo essere io qui, ora che ho capito. Chiamerò la mamma appena avrai finito, ma questo momento me lo tengo per noi. Tu che mi guardi riconoscente e consapevole che non ci sono bugie. Servono anche quelle, ma sempre e solo fino a un certo punto. In un modo o nell’altro questa bastarda di verità trova il modo di saltare fuori, ed eccola qua. Stai morendo con un tuorlo in bocca. Dolce. Molle. Colorato. Meglio di un chicco tra i denti, di una zuppa che gonfia la pancia, di una mela scotta e ammansita. Meglio il sapore appena un po’ disgustoso di una cosa che ti piace tanto.
Ti ricordi che ce lo preparavi la mattina, prima della scuola? Lo zabaglione con l’uovo crudo. Nemmeno andassimo a scalare montagne. A me preparavi anche il panino per l’intervallo, ma per queste cose a noi è sempre un po’ mancata la fantasia, così io ho fatto tre anni di medie a pane e prosciutto e Sergio si sorbisce zucchine e melanzane in ogni salsa. Meno male che sa cucinare, lui.
E quando ti ho deluso, te lo ricordi? Io sì. Non so quante volte, non me ne sono sempre accorta, ma una di certo è stata quando mi sono ubriacata. Mi hai trovata verde a letto, il giaccone vomitato appeso al divano, un odore nauseabondo per tutta la mia stanza. Mi vergogno ancora di come mi hai guardata e mi dispiace un po’ della tua mancanza di senso dell’umorismo. Non ti sei accorto che si poteva ridere. “Dai, papà, non dirmi che non ti sei mai ubriacato”. Di ghiaccio, la tua risposta. “No”. Forse è anche per questo che certe cose di me non le hai mai capite: te ne mancava l’esperienza. E l’immaginazione. Uomo pratico, tu, con radici ferme e piedi attaccati alla terra. Non come i miei, capovolti a galoppare scomposti. Eppure. Li ho posati, a un certo punto, e mi sono sempre ritenuta più fortunata di te.
E quando mi hai insegnato a guidare, che ti ho rifatto la fiancata? Colpa tua. Come si fa a dire a una che non ha mai preso il volante “Fai un’inversione a U?” Sono salita sul marciapiede e ho strisciato contro il cancello della Standa. Quel segno, poi, siamo andati a rivederlo spesso, ghignando come matti perché non ci hanno mai beccato.
E quando mi hai consolata, quella sera che piangevo? Ti ricordi? La storia con Riccardo, quello che somigliava a Collovati. Sì che ti ricordi. Mi aveva lasciata dicendomi che per lui ero troppo. Meno male che non te l’ho detto, se no eri capace di chiamarlo coglione e io ti avrei respinto. Invece non chiedesti niente, mi abbracciasti e dicesti “Soffri”. Così, senza punti interrogativi. Una domanda a metà o un via libera. Ti ho pianto tra le braccia anche se avevo già ventun anni, come facevo da piccola, e come ho rifatto dopo, quando ci è morto qualcuno in famiglia e mi sembrava un dolore meno grave. Naturale.
Come il tocco della tua mano che porta la fede ancora con grazia. Senza i salsicciotti di dita ingrassate a scoppiare intorno, o il vuoto di ossa secche e senza presa. La tua mano elegante – quanto le ama la mamma! – si avvicina al mio braccio e posa una carezza leggera. Aiutami, papà, perché sento le lacrime salire e io dove le butto per non fartele vedere? Deglutisco, ti sorrido e lascio perdere. Che colino. Basta con le piccole bugie, abbiamo detto. Come dirti che guarirai. O che la nostra vita va avanti anche senza di te. Non è vero. Ne inizia un’altra. Vita dopo il padre, potrei titolare. Rifugiarmi in una battuta, io che nell’ironia devo trovare una via di uscita sempre. Mi avete fatta volatile e scema. Eppure imparo, papà, e non ho più paura di posare i piedi per terra, perché ho finalmente capito che fermarsi non significa smettere.
Ecco, l’ultimo boccone è andato. Lo stai masticando lentamente, come se fosse la cosa più buona del mondo. Di certo, la più preziosa adesso. In questo intervallo in cui per forza stai facendo i conti con te, là dove non ci siamo né io, né mio fratello, né tua moglie. Come si sta, lì? Hai paura? Ti importa ancora di qualcosa? Ti importa di te?
Ti ho voluto bene con l’ostinazione di un animale, e con la stessa naturalezza. È stato facile, papà. E per ricambiare il favore sono contenta di non esserci io, in questo letto, con te che mi imbocchi. Sono contenta che ti sia stata risparmiata quella crudeltà. Ho fatto il possibile, prendendomi cura di me. Provando a non pesare troppo sulle vostre preoccupazioni, cavandomela da sola anche quando avreste voluto che vi cercassi. Ma quanti sguardi ansiosi avete zittito per lasciarmi crescere facendomi male. Come è giusto che sia. Di corsa accanto alla bicicletta, senza tenere la sella.
Ti lascio andare perché dopo un po’ è ora, dici. Solo per questo. Per obbedirti ancora una volta, o perché la vita ha una potenza che ricordiamo raramente, quando colpisce, o si rigenera. Come il tuo uovo.
Senti, papà, vado a riportare il tegamino alle infermiere. Aspettami, che torno subito.
Non andare ancora via.

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8 Responses to Uovo al tegamino

  1. sparz il 23 novembre 2011 alle 09:49

    b e l l i s s i m o

  2. carmine vitale il 23 novembre 2011 alle 10:00

    mamma mia che bellezza
    e che lacrime mi vengono giù
    grazie ,infinitamente
    c.

  3. paola lovisolo (cara polvere) il 23 novembre 2011 alle 15:08

    c’è un grande “amore” autoreferenziale. l’ autrice non narra non vive ma tralascia di raccontare per guardarsi allo specchio. un corpo narrativo che si perde nel tentativo di tenersi. padre e cellulite sono due argomenti che avrebbero a mio parere necessitato di più coltura chimica. come altri stacchi improvvisi o voli come le digressioni e gli amarcord che dovrebbero costruire il “personaggio” del padre. come se la forza dell’ autrice all’ improvviso subisse una delusione indecifrabile che sottrae potenza al racconto. insomma io la vedo così: che mi sarei dovuta sentire impotente davanti a tanta sofferenza e invece no, vorrei ma per penitenza forse, mi blocco come una bambina eccitata da un gioco oscuro che indietreggia e lascia a metà-
    un saluto.
    paola

  4. diamonds il 23 novembre 2011 alle 16:32

    l’altra sera discutevamo nella pubblica piazza la questione relativa al fatto se l’uovo fosse da considerare un aborto o sangue mestruale,anche se visti dall’esterno si poteva pensare stessimo spoloquiando di sport.”Da vicino nessuno è normale”,ed “è triste morire senza figli”(cfr Moretti,in Bianca),qualsiasi accezione si dia alla cosa.E’ ora di cantare

    http://files.realmusic.ru/download/563370/shiznyak_-_Test.mp3

  5. Maria Giovanna il 23 novembre 2011 alle 19:06

    Il racconto è fluido e vero, Commuove. Il transfert che parla di se, mentre vuole parlare del padre risulta essere un ultimo tentativo di allontanare il distacco. In quel “non andare via” del finale rivela tutta la sua forza. Passa per la riconoscenza di quella presenza nella sua vita che l’ha lasciata sbagliare, decidere, soffrire, insomma vivere, accettandola così com’era. Amandola. Personalmente avrei voluto avere questa possibilità, ma non è stato così. Un po’ la invidio. Se è una esperienza vera e, se non lo è, apprezzo la sensibilità con cui ha scritto questo pezzo. Brava!
    Maria Giovanna

  6. Mariateresa il 24 novembre 2011 alle 01:10

    La vita senza più papà è una vita impossibile, bruttissima…

  7. Maria Giovanna il 24 novembre 2011 alle 12:07

    No, Maria Teresa, anche se comprendo il significato della mancanza del padre, l’ho provato sulla mia pelle, resta però sempre il fatto che il padre ci ha generato ed esistiamo perché lui è esistito, Dobbiamo comunque essere grati alla vita per esserci e guardare avanti, cercando di essere utili agli altri e di far tesoro dei nostri errori e, magari, anche di quelli dei nostri genitori. Il compito è arduo, ma non si vive tanto per, abbiamo il dovere di vivere per migliorare noi stessi e gli altri. L’orticello della vita, si coltiva con le opere e i pensieri positivi. Vai, andate, a vedere la diversità delle particelle d’acqua in un contesto positivo e in uno negativo. cercate Masaru Emoto. sapete che noi siamo costituiti in maggior parte da acqua e fate le debite deduzioni.. a presto Buona vita e pensiero.
    Maria Giovanna

  8. Anto68 il 2 dicembre 2011 alle 19:26

    Mah, soliti racconti che sfruttano ricordi d’infanzia e genitori che stanno male, ne ho letti troppi.



indiani