Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, mártir, Miguel de Unamuno – Recensione per la quale è necessario avere letto il libro

di Gianluca Cataldo

Durante i funerali i parigini mantengono una compostezza invidiabile. In fila indiana, tenendosi appena un fazzoletto sul naso, non sempre vestiti di nero, si aggirano fra le tombe di Montparnasse nella speranza che il proprio caro venga sepolto di fianco a Guy de Maupassant. Piangono, è vero, poi mi notano a due tombe di distanza, in attesa con la mia macchina fotografica – quest’oggetto violento – e reprimono il naturale sfogo del dolore. Io scatto una foto, poi mi giro dall’altra parte.

Rimango in attesa per delle ore, nella speranza di un funerale. Vengo due volte a settimana e mi piace passare del tempo seduto su queste panchine dopo un caffè nell’unico bar economico di rue Daguerre, perché qui, in questo cimitero atemporale, è solo una questione di spazi, perché il mio tempo non coincide mai con quello degli altri, che è quello di una presunta eternità. Quando sono qui ho la strana sensazione che a crescere sia il futuro. Col passare del tempo il passato si affievolisce, e cresce a dismisura l’altro tempo. È come la storia dell’universo che si allarga, mi ripeto spesso. C’è chi venera il passato, che era prima del verbo, nato già coniugato (al passato, per l’appunto), e a ogni funerale mi accorgo di come la chiesa vinca ciclicamente sull’uomo perché ha lanciato un’opa sul futuro: inappellabile fine. Che l’eternità sia dopo, e non prima? Allora penso che l’eternità sia orrenda, e che il futuro ne sia una porzione, una particola di orrore. Il loro dio ha la straordinaria capacità di essere prima e dopo. Noi, solo dopo. È il passato che ci distingue da dio, e questo distinguo si assottiglia man mano che ci avviciniamo alla morte. Dopo c’è solo un’eternità di niente, e se l’eternità è nulla e il passato così poco, allora anche dio non deve avere un gran valore.

Mi distraggo un attimo dai miei pensieri e mi metto a passeggiare per queste strette viuzze cimiteriali. Quando posso, porto sempre un fiore alla Sontag, lo appoggio sul marmo scuro ed elegante, disadorno e ancora fuori dai circuiti turistici. Mi chiedo se desiderare una donna come lei nasconda davvero il desiderio di impossessarsi dell’intelligenza altrui, con un marchio mascherato da stima intellettuale. Nel dubbio le sorrido timidamente, e le lascio un fiore, chiaro approccio patriarcale. Taglio tutto il cimitero, e arrivo al boulevard Edgar Quinet dove il mercato del mercoledì è ricolmo di gente che compra frutta e verdura. Mi attardo a leggere i prezzi e, da bravo immigrato spagnolo, mi lascio circondare dal francese, una lingua che prima di trasferirmi a Parigi immaginavo più dolce, e sorrido all’idea che qualche anno fa non riuscivo neanche a immaginare un francese arrabbiato. Mia nonna me lo diceva sempre, «Non lasciarti abbindolare dall’eleganza». Anche lei morì. E anche lei, come i francesi, pregava in silenzio, con compostezza. Niente a che vedere con le sguaiate richieste delle sue concittadine, convinte che dopo anni di stenti fosse dio a dovere loro qualcosa. «Ne ho viste fin troppe», mi ripeteva mentre a fatica preparava il caffè, «di persone anziane, e sole, indirizzare le proprie paure a dio, renderlo, se non colpevole, almeno presente al loro martirio, di una presenza necessaria e molto vicina alla colpevolezza. È un atteggiamento molto codardo quello di rendere partecipe di un martirio qualcuno, tirandolo in causa incidentalmente. Molto codardo». Poi mi versava il caffè, prendeva un biscotto e mi pregava – piccole contraddizioni cattoliche – di non innamorarmi di ragazzette alla Françoise Hardy, mi diceva che in Francia c’è un mucchio di gente che parla e canta senza aspirare, e mi pregava – ancora una volta con compostezza – di non rinunciare mai a Unamuno, al nostro Unamuno.

Seduto a un bar in rue Delambre leggo qualche pagina del libro che mia nonna mi regalò subito dopo il caffè: “Yo no puedo perder a mi pueblo para ganarme el alma”, dice Don Manuel Bueno, e nella nota a piè di pagina leggo di un’assurda disputa su questa frase. C’è chi pensa che dietro ci sia un pentimento dello stesso Unamuno per le sue continue provocazioni spirituali; chi tira in ballo un anacronistico pericolo di autodistruzione della Spagna. Mi trovo d’accordo con alcuni critici che sottolineano come nella narrazione, al punto in cui si è giunti, Don Manuel non abbia alcun motivo per confessarsi ad Angela. E allora perché? La confessione arriverà più in là con conseguente assoluzione (se c’è sempre un’assoluzione, come si può credere nel peccato?), e con la verità (che arriva sempre, anche se si fa finta di non crederle). “Yo no puedo perder a mi pueblo para ganarme el alma”, forse perché Don Manuel Bueno sarebbe semplicemente libero senza il suo popolo? Potrebbe mostrare quell’eterna tristezza e quell’eroica santità che nasconde a tutti tranne che a Lázaro e Angelina, incarnerebbe la prova martirizzata della falsità della religione. La religione è un trucco, una “tortura di lusso”, una favola fedele a se stessa che rende felice il suo popolo, il popolo di ogni Don peccatore sospeso tra una montagna incrollabile e un lago dove galleggiare a vista. E peccatore lo è davvero Don Manuel Bueno, non perché nutra dei dubbi, ma perché dice di trovare il suicidio nella sua opera e nel suo popolo, tradendo in vita quello che predicava, e disobbedendo, ancora una volta, ai dogmi della Santa Madre Chiesa.

Arriva il caffè, brutto. Non che quelli spagnoli siano più buoni, ma di sicuro costano meno. Mi guardo attorno, e vedo l’ombra della torre pendere sulle nostre teste. Anche oggi non è successo niente, salvo qualche riflessione su un paio di libri che ho letto e riletto. Ripongo il taccuino nel quale ho appuntato queste righe, e in questo giorno di fresco aprile francese mi godo une allumette al cioccolato.

*

[foto di Eleonora Quadri]

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