Pre-postumi: intervista a Matteo Galiazzo

15 giugno 2012
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a cura di Francesco Forlani
per il libro di Matteo vd qui.

effeffe Come ti dicevo al telefono, è da qualche anno che vorrei curare un’antologia degli scrittori pre-postumi. Il fatto è che ogni volta che sono sul punto di partire con l’invito à paraître alla fortunatissima compagine che ho in mente, lascio stare. Perché sarebbe come decidere di curare un libro sull’Ozio, un’apologia dell’ être oisif. Troppa fatica, troppo negozio per l’ozio e così non se ne fa nulla. Fatta questa premessa sono da sempre affascinato dalla condizione fisica e psicologica degli scrittori pre-postumi. Nella mia fenomenologia ne ho individuati tre tipi. Il pre-postumo malgrè soi, ovvero colui che da vivo e con grande vitalità partecipa alla kermesse letteraria senza però superare il muro del “Sono”, senza accedere al lettore con una grande Elle insomma quello che i francesi chiamano Grand Public. Questo accade indipendentemente dal fatto che abbia avuto accesso o meno a buoni dispositivi editoriali – una buona, grande casa editrice- e nonostante la totale adesione della critica. Del secondo tipo invece è l’autore, autrice che al grande pubblico ci è arrivato, con le proprie o altrui forze ma la cui opera non appare degna di considerazione da parte della critica critica. Tu invece sei il tipo pre-postumo più pericoloso di tutti. Sei tra i rarissimi autori che io conosca, che farebbe la felicità degli uni, dei lettori, e degli altri, dei critici, e hai deciso di non pubblicare più nulla. Saranno sicuramente cazzi tuoi sul perché, però magari una pista ce la puoi indicare.

emmegi Dunque, ho imparato che è buona norma cominciare sempre le risposte con un mah… così si riproporziona tutto.
Mah. Qualche giorno fa mi è tornato in mente un racconto che avevo scritto e di cui mi ero totalmente scordato, si initolava Seduta spiritica e c’era Rimbaud che raccontava robe di sè. Il concetto centrale era una cosa tipo ho vissuto l’infanzia circondato dai borghesi e per disprezzo verso di loro ho scritto poesie, poi ho vissuto la giovinezza circondato dai poeti e per disprezzo verso di loro ho venduto armi.
Questo ovviamente non c’entra niente con me. Quando ho smesso di scrivere non è stata una decisione, è stata più una constatazione. Tò, non sto più scrivendo. Chissenefrega. Come una di quelle abitudini che durano una fase della tua vita e che poi non riesci più a mantenere. Come quando invecchiando ti cresce la pancia. I motivi ci sono stati, più di uno. Fondamentalmente ho trovato un lavoro che mi piaceva molto, era una cosa nuova, e mi prendeva tempo. Quando tornavo a casa la sera non avevo voglia di mettermi a fare una cosa che ormai mi interessava meno di quello che facevo durante il giorno per vivere. Siccome sono sempre stato un edonista la mia natura edonista ha scelto il lavoro.
Per essere precisi non ho nemmeno deciso di non pubblicare più, ho solo smesso di sforzarmi di continuare a scrivere. Pubblicare lo farei ancora: non ho niente contro il pubblicare, perché è una cosa piacevole: la gente ti fa dei complimenti, oppure comunque parla di quello che hai scritto, ed è sempre una cosa gratificante (non scordiamoci che io sono un edonista). Tanto è vero che è uscito Sinapsi. Matteo B Bianchi mi ha chiamato e mi ha detto: ci stai per una cosa? Io: non dovrò mica scrivere qualcosa, vero? Lui: No. Io: Allora ok.

Sulla pericolosità della mia condizione prepostuma: quello che è certo è che non ho eroicamente rinunciato a una fonte di reddito che mi avrebbe consentito di scrivere e basta per il resto dei miei giorni. Fosse stato così ci sarebbe forse di che vantarsi.
Ma io ho solo rinunciato coraggiosamente a non avere i soldi per l’affitto, a non avere tempo libero,
ho rinunciato a sbattermi per collaborare gratis con questo e con quello, ho evitato di costruire una rete di relazioni utili (trad. leccare il culo) che mi consentisse di poter collaborare sempre gratis con quello e quell’altro ancora, ho audacemente svicolato l’invito a collaborare gratis con varie riviste e associazioni, ho piantato di leggere solo narrativa contemporanea per sapere che succedeva nel giro e avere qualcosa di cui parlare per entrare in contatto con quegli altri che mi avrebbero permesso di scrivere sempre gratis qua e là, e poi l’ho smessa di andare a Milano, di andare a Torino, di essere socievole con quelli mi avrebbero potuto procurare altre collaborazioni precarie per fare un lavoro che siccome non è un lavoro è arbitrariamente soggetto all’andamento delle relazioni umane. Le relazioni umane per me sono più faticose che lavorare. E io, mi spiace, sono un edonista. E’ come il kite surf, impari, fai fatica, è una figata, ti sollevi da terra, voli per duecento metri. Ma se l’intenzione è quella di arrivare in Sardegna è più realistico prendere un traghetto.

effeffe Nella tua scrittura accade però qualcosa di simile all’invenzione di un concetto in filosofia, sinapsi come critica, cogito, rizoma, oltreuomo. Ho come l’impressione che tutta la tua scrittura finora sia permeata da questa ricerca della verità, sia che passi per delle ossessioni, dei tic, dei balbettamenti sia attraverso una vera e propria visione del mondo. E ti avventuri nel mondo delle relazioni con la stessa attenzione al minimo, di un un entomologo, ora una formichina, ora un coleottero rarissimo, uno scarafone. Come se non te ne fregasse un cazzo della “normalizzazione” dello sguardo, della “mise à feu”. Anzi, direi che la tua scrittura (e la lingua che l’anima) rifugge lo standard, lo stravolge, lo fa balbettare, ed è per questo che ti considero tra i migliori scrittori che ci siano in giro. Per la tua matrice edonista lasciami però ripeterti quello che mi disse Louis Sclavis, grande jazzista francese, qualche tempo fa: ” Non capisco chi deve farsi pregare per salire sul palco per suonare. La gioia, il piacere la felicità che ti da il suonare dovrebbe bastarti a farti andare, ad accettare. “Ecco a me sembra che la scrittura sia per te come la musica per Louis, insomma qualcosa di giubilatorio.

emmegi Um, mah, nel mio manuale di statistica dell’università c’era scritto: lo stile non è altro che uno scarto dalla media, qualcosa del genere. Secondo me uno scrive in un certo modo perché è capace a scrivere così e non come invece vorrebbe essere capace. D’altra parte se tutti sapessimo scrivere come vorremmo scrivere mi sa che tutta la narrativa sarebbe illeggibile.
Io non credo di essere mai stato granché come scrittore. Sono partito da una fase in cui ero decisamente incapace però mi venivano delle idee divertenti. Poi ho raggiunto una fase in cui avevo più o meno capito come scrivere alcune cose a un livello accettabile, però non avevo più idee.
Nel modo in cui scrivevo c’era di sicuro la cosa che ho fatto sempre studi che non avevano niente a che fare con la letteratura: ragioneria e poi economia e commercio. E che ho sempre evitato di studiare letteratura, anche da autodidatta. Non era una cosa che mi interessasse molto, cioè, non mi interessava imparare un ordine, o uno schema, o una mappa che guidasse quello che dovevo leggere.
Economia e commercio è una facoltà molto varia: si studiano matematica, economia, diritto, psicologia, sociologia, marketing, storia. Si imparano un sacco di gerghi tecnici. Un sacco di punti di vista e un sacco di sistemi di pensiero, un sacco di idee. A ragioneria ad esempio ai miei tempi si imparava dattilografia, e allora quando poi ti ritrovavi La ragazza Carla la leggevi in tutt’altro modo.
L’entomologo, certo, una volta ho scritto un coso in cui un bambino viene allevato dalle formiche, e loro lo usano come una specie di trattore immenso per spostare la roba pesante. E lui pensa di essere una formica. Poi è uscita la gabbianella e il gatto e non sembrava più così originale.
Quando ho cominciato a scrivere tra i modelli avevo soprattuto Vonnegut, e quindi l’idea centrale era sempre una cosa, come dire, spiegare gli umani agli alieni, o viceversa. Il relativismo cosmico, insomma. Lo spostamento dell’umano dal centro della scena (noi provinciali dell’orsa minore). Una volta ho scritto un racconto con un titolo orrendo: Disantropocentrismo. Non ricordo di che parlava (forse Marco Drago se lo ricorda), ma il concetto era quello non empatizzare mai con il genere umano, soprattutto con le sovrastrutture di cui l’umanità andava più orgogliosa: le patrie, le religioni, le squadre di calcio, le letterature. Molte cose che ho scritto all’inizio erano così: ignora gli umani. Credo che la cosa sia stata potenziata notevolmente anche dalla mia mancanza di senso ideologico, dall’alienazione a qualunque sistema di impegno, dall’orticaria per robe tipo il messaggio, o la morale della favola.

Il piacere della scrittura, ovvio che è un piacere, siamo tutti qua perché ci piace scrivere, e nessuno di solito ci deve chiedere di scrivere per farci scrivere. Ho scritto per anni, un sacco di roba. Ho cominciato a scrivere senza nemmeno pensare di poter essere pubblicato, mi piaceva scrivere e far leggere le cose così, porta a porta, consegnandole a mano. Voglio dire, lo so che è bello, io sono un edonista.
Poi mi hanno pubblicato pressoché subito e quindi ho avuto anche la fortuna di non dover maturare nessuna sindrome paranoica da incomprensione. Anzi, a quanto pare sono stato capito anche al di là di quanto non ci avessi capito io.
Però non ho mai pensato che la scrittura sarebbe bastata a rendere la mia vita sufficiente, tutto lì. La vita è un’altra cosa, sta su un piano diverso, per me la vita comincia a essere sufficiente quando riesci a pagare l’affitto di un bilocale, quando vai a vivere con la tua ragazza, quando si va ad amsterdam.
Forse il problema è stato questo: che non sono mai riuscito ad restringere il tempo della scrittura nel tempo che mi rimaneva. E’ un po’ come quando devi pisciare, non è che puoi dire vabè, piscio per dieci secondi e il resto lo faccio la prossima volta. Quando inizi a pisciare è doloroso smettere. Insomma, non sono uno che ha dieci minuti liberi e si mette a scrivere. Se avessi dieci minuti liberi e pensassi di usarli per scrivere qualcosa , ecco, dopo dieci minuti sarei lì davanti al monitor senza aver scritto ancora niente, in compenso per tutto il resto della giornata continuerei a pensare a cosa potrei scrivere e a come dovrei scriverlo, facendo tutte le prove mentali con i pupazzetti mentali e le loro vocette. Poi arriverei alla sera senza aver scritto ancora niente ma troppo stanco per scriverlo davvero. La mattina dopo mi sarei scordato tutto.

effeffe Ti ho conosciuto qualche anno fa a Genova come fotografo con Fabrizio Venerandi e Donald Datti. Quando ci siamo rivisti, sempre a Genova ero insieme ad Enrico Remmert ed è stato lui a dirmi: è il migliore scrittore della nostra generazione. Solo in un secondo momento ho realizzato che l’autore del testo più bello dell’antologia dei Cannibali avesse la tua faccia. Mi interessava allora capire, e far capire, spiegare ai marziani. il tuo rapporto con la fotografia. Ho come l’impressione che la tua camera oscura tu l’abbia allestita nel tuo vecchio atelier di scrittore. Le tue immagini sembrano il prodotto della stessa matrice narrativa dei tuoi racconti. Sembri una zingara, di quelle che ti prendono la mano e ti dicono cos’è stato, della vita. I tuoi ritratti dicono sempre qualcosa di nuovo ai fortunati soggetti. Come fai a “prenderci” sempre?

emmegi Eh sì mo’ pure con foto… No, i fotografi sono cose serie, davvero. Io sono solo uno dei tanti che ora può fare moltissime foto a costo zero grazie al digitale. I fotografi le foto le sanno fare, in qualche modo la foto esiste già nella loro testa prima ancora di esistere sulla pellicola. E’ gente che sa far uscire dalla macchina e dalla scena e dal soggetto una certa immagine.
Io di fotografia non so niente. So solo che schiacciando il tasto dentro la macchina rimane una roba che figurativamente non riesco bene a prevedere (parte del piacere è proprio la sorpresa). Schiacciando il tasto milioni di volte statisticamente qualche foto bella viene a tutti. E io faccio così: schiaccio il tasto milioni di volte. E’ un approccio autistico che in informatica si chiama di forza bruta. Anche nell’era della pellicola facevo foto, ma ovviamente molte meno, che ne so, due rullini da 36 in dieci giorni? Ora in dieci giorni faccio 5000 foto. Ne faccio talmente tante che se le si guarda una dietro l’altra velocemente spesso viene fuori una specie di filmato a scatti.
Non ci vedo grossi legami con la scrittura. Fare foto è meno faticoso di scrivere. Scrivere è una roba che comunque implica l’esistenza di un altro essere umano che è il lettore. E’ come avere in casa qualcuno che devi ospitare e intrattenere, fargli vedere la città, portarlo a mangiare. Le foto invece io le faccio sostanzialmente per me. Non vuol dire che siano immagini ermetiche e incomprensibili, alla fine sono foto banali, ma non sono concepite come comunicazione. Forse sono un ausilio alla memoria, o forse boh. Sono una cosa che mi piace fare e riguardare. Poi certo, le metto su flickr, mi fa piacere che anche qualcunaltro le guardi (e a me fa piacere guardare le foto degli altri) ma, ecco, mentre non avrebbe senso per me scrivere una cosa se sapessi che non la leggerà mai nessuno, mi sta benissimo fare foto che guarderò solo io.
Se vai su flickr vedi che il 96% delle foto che faccio non contiene esseri umani. Io tendo a escluderli dall’immagine perché è raro che io li trovi in armonia con lo sfondo. Li ho sempre considerati una specie di inquinamento visivo. Ecco, se uno vede la maggior parte delle mie foto si potrebbe dire che sono sfondi senza soggetto. Sono per lo più scorci urbani senza persone. Posti che mi rilassano, piazzette. Zone pedonali vuote soprattutto. Scalinate. Zone che fanno venire voglia di camminarci dentro. Prati. Cose così. Non fotografo felicemente esseri umani, anche se ultimamente mi sto lentamente avvicinando ai viventi. Ma ancora mi frenano le implicazioni del fotografare una persona, in qualche modo mi sento sempre colpevole. Dovrei fotografare di nascosto. Allora la cosa migliore sono le presentazioni e le letture: lì fotografo quelli che parlano e il pubblico di sbieco. Però sono foto difficili: di solito si è sempre in ambienti bui, e poi gli scrittori si agitano parlando, e io non voglio mai usare il flash e così vengono sempre mosse.

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6 Responses to Pre-postumi: intervista a Matteo Galiazzo

  1. diamonds il 15 giugno 2012 alle 12:36

    sei il mio eroe,giuro.Almeno per i prossimi 5 minuti(che poi dopo devo passare a cambiare l’acqua alle piante del walhalla e a lucidare le iscrizioni delle lapidi,casomai si presentasse il leggitimo intestatario o qualche sconosciuto a reclamare spazio e tempo)

    http://blog.lib.umn.edu/medel/digitalphoto/15%20Oscillate%20Wildly%20%5BInstrumental%5D.mp3

  2. andrea barbieri il 15 giugno 2012 alle 13:00

    Mi era dispiaciuto quando Matteo Galiazzo smise di scrivere. Credevo fosse una rinuncia dopo Il rutto della pianta carnivora. Nel 2005, leggendo una sua intervista, ho capito che era bene così: era troppo intelligente per chiudersi nella letteratura. Infatti sentirlo parlare è sempre un piacere.
    Penso ancora che Galiazzo abbia una parentela sotterranea con i dadaisti e Duchamp per il suo spirito iper-intelligente e pacificamente sovversivo.

    P.s. Nell’intervista cita Mic non è mica una formica. Il rutto della pianta carnivora era il titolo originale de Il mondo è posteggiato in discesa.

  3. Antonio Coda il 15 giugno 2012 alle 15:07

    Matteo Galiazzo, leggo di lui qui per la prima volta, non so se sia il più-grande-scrittore-non-morto, non so neanche se essere il più-grande-scrittore-etc-etc significhi qualcosa, per qualcuno, certo ha una qualità, che però è prima umana e poi, siccome non guasta proprio no, da scrittore: è un senza filtro, parla in sintonia col pensiero, così come la mamma di Luca, nel racconto di Galiazzo presente su Nazione Indiana, parla con lo sbadiglio: viene fuori, senza star tanto a meditare se prima ha preso le chiavi o se ha chiuso il gas.
    Lo so che l’autenticità, in scrittura (e fuori), è il risultato più arduo, ma qui, più che a un risultato, credo si sia di fronte al moto spontaneo di chi non ha feticcio: non ha il feticcio della Letteratura, non ha il feticcio della Scrittura, e proprio perché vive secondo il suo tempo, scrive secondo il suo ritmo.

    I pregi sono molti e tutti visibili, ma se freschezza e immediatezza sono le doti, squisite!, che danno grandezza allo scrittore non-morto, significa che ancora più grande è la piccineria di chi gli fa – dovrebbe fare – competizione.

    Perché tra chi mastica trenta volte prima d’ingurgitare e chi la sputa subito fuori tra i denti, qualcun altro lo si trova che non emette col suo bepop l’abusatissima sentenza o-vivo-o-scrivo (ah, associare la scrittura a una esperienza di non-vita: quando si licenzieranno i miti degli Assoluto-Sì e Assoluto-No?), e che della scrittura come mezzo non convenzionale si pone ancora la questione – non di vita o di morte, magari, ma di vita e basta.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  4. Marco Drago il 16 giugno 2012 alle 06:05

    Continua o è finita così?

  5. Casa Editrice Gigante il 18 giugno 2012 alle 18:54

    Buongiorno seriamente,

    abbiamo messo un pezzetto di “Cargo” su questo blog che è il nostro blog.
    Potrebbe interessarvi. Potrebbe interessarvi?

    http://casaeditricegigante.blogspot.it/

  6. Casa Editrice Gigante il 18 giugno 2012 alle 19:07

    Dobbiamo essere più precisi:
    il pezzo è qui:
    http://casaeditricegigante.blogspot.it/2012/06/cargo-matteo-galiazzo.html

    ciao



indiani