Senza appartenenza: un’intervista a Tommaso Giagni su L’estraneo, il suo primo romanzo

5 luglio 2012
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di Giuseppe Zucco



Prima ancora di aprire il romanzo, molto prima di scendere e risalire gli scalini della narrazione, il titolo concede una promessa al lettore: stai per incontrare non un estraneo, ma l’Estraneo, un personaggio minuto e sfuggente quanto assoluto – tanto che il titolo ne richiama già
un altro,famosissimo, di Albert Camus, Lo straniero. Ecco, chi è l’Estraneo, e cosa fa di lui non solo un perfetto protagonista ma anche il riepilogo di una particolare condizione umana?

L’Estraneo è un ventenne, che è nato e cresciuto nella “Roma bene” perché figlio di un portinaio (questi originario dell’Agro e transitato per un quartiere marginale, prima di arrivare al posto di lavoro in una zona prestigiosa), ma che da quella Roma non si è mai sentito accettato. Lasciato dalla ragazza di periferia Alba, che in lui non ha trovato il modello borghese cui rifarsi, l’Estraneo decide di andare a vivere in una borgata (“il Quartiere”), nella speranza che sia quello il suo luogo. Comincia così un percorso, tra palestre e sale scommesse, per apprendere i codici di un mondo lontano da quello “pasoliniano” che immaginava di trovare – e che era poi quello da cui provenivano i suoi genitori. È un inetto, un timido, un incerto. Ed è uno che si ritrova fuori dall’adolescenza, quindi col massimo bisogno di definire sé stesso, in un momento storico che non dà alcun riferimento cui aggrapparsi.

 

L’Estraneo, solcando il mondo – e il mondo qui non è altro che la città di Roma, come se niente altro potesse espandersi oltre i confini del Grande Raccordo Anulare – lo divide in due parti uguali e contrarie: la Roma delle Rovine, il centro storico, e la Roma di Quaresima, la periferia. Come e perché le due città si attraggono e si respingono, entrano in contatto e si sfidano a distanza?

Queste due città sono tra loro ancora lontane, incapaci di dialogare, ed entrano in contatto molto meno di quanto ormai ci si aspetterebbe. La “Roma bene” attrae la Roma marginale, e non è certo una caratteristica locale né una novità nel rapporto, inteso in senso lato, fra Centro e Periferia. L’attrazione inversa si esaurisce essenzialmente nella presenza dei centri commerciali (scrivo a un certo punto: «due giorni a settimana è la città a venire qui – ad aver bisogno di questo»). Un elemento da non trascurare è la natura piccolo-borghese della maggior parte delle periferie di oggi, che spinge a rincorrere il centro – questo sì – borghese.

 

Questa divisione ideologica del mondo fa molto guerra fredda, crea una divisione netta, geometrica, da un certo punto di vista è perfino consolatoria: eppure i personaggi, muovendosi lungo la scacchiera del romanzo, sparigliano i confini, li rendono mobili, (per esempio, quando il gruppo della palestra arriva nella conca del Circo Massimo), come se i confini fossero più qualcosa di molto interiore che una frontiera geografica del tutto solida e materialmente definita. È così?

I concetti di Centro e Periferia, li intendo proprio in questo senso: categorie interiori, prima di tutto. Lo stesso vale per i confini. Questi nel romanzo sono definiti e piuttosto rigidi: per sparigliarli, non bastano delle incursioni come il pellegrinaggio dei body-builders al Circo Massimo o come le snobistiche “gite fuori Porta” che faceva Marianna prima d’incontrare l’Estraneo. Non so quanto dividere il mondo in due sia automaticamente ideologico; di certo è consolatorio e rassicurante sentire di appartenere a un “luogo”, e questa è la chiave per capire la scelta del mio protagonista.

 

In Qualcosa di scritto, Emanuele Trevi tratteggia Prati, uno dei quartieri bene di Roma, in principio terra di ladri e puttane, gente dal coltello facile e bambini abbandonati, come un luogo che ancora risente di questa sua origine. (Ma le cose e le persone non sono sempre state, soprattutto a Roma, così come ci siamo abituati a vederle. Si direbbe anzi che, per raggiungere e godere stabilmente il loro stato abituale, debbono avere attraversato, durante una lontana crisi, il loro esatto contrario). Non è che la divisione del mondo che tu delinei finisce per museificare una parte di Roma altrettanto viva e contraddittoria? A volte ho la sensazione che il centro storico sia diventato un altro non-luogo, come il centro commerciale che descrivi negli ultimi capitoli, un posto che perde o acquista significato secondo le nuove strategie di appropriazione di chi decide di abitarlo. Che ne pensi?

Il fenomeno del filthering-up è del tutto naturale in qualsiasi metropoli: per restare a Roma, il caso di Trastevere è ben più lampante di quello di Prati. Le cose cambiano, ma nel tempo: oggi il centro di Roma è ripiegato su sé stesso, autoreferenziale, incapace di aprirsi; ritrarre quello che è oggi, non significa museificarlo o negargli una potenzialità di trasformazione. Quella che chiamo “Roma delle Rovine” non corrisponde al centro storico, ma a un’area ben più vasta che topograficamente esce spesso dalle Mura. Di non-luoghi io tendo a vederne pochi, in generale, e non ci metto il Centro – in senso lato – di Roma, e sono convinto che questo romanzo faccia tutto meno che appiattire luoghi vivi a meri non-luoghi.

 

Quando scrivi, Intorno non c’è niente della poesia di Pasolini che immaginavo dai tempi della scuola, niente di quella grazia che mi aspettavo di trovare nella città di Quaresima, registri un cambiamento neanche così sottile. Come e in che modo si è evoluto il territorio e soprattutto gli esseri umani che abitano quel territorio?

Qui segnalo una museificazione. L’Estraneo arriva in borgata convinto di trovare un certo romanticismo, “le pipinare che giocano in strada” e cose del genere. Invece quelle dinamiche da cui provenivano i suoi genitori e di cui aveva letto a scuola, non ci sono. Disorientato, capisce che deve adattarsi alla svelta – che neanche nelle aspettative era preparato. Le periferie raccontate da Pasolini hanno cominciato a perdere le proprie caratteristiche negli anni Settanta, e all’inizio dei Novanta erano altro. Il cambiamento è stato economico e culturale, e ha tirato fuori la piccola-borghesia di cui dicevo sopra. Questa nuova marginalità romana è stata ottimamente raccontata sin da allora (penso ad autori come Sandro Onofri, Claudio Camarca, Andrea Carraro) per poi arrivare a Walter Siti.

 

Un’ossessione serpeggia per tutto il romanzo: quella dell’identità. Ma in un’accezione singolare. Non è la propria biografia, quell’insieme di scelte speranze debutti azzardi, a costruire la propria identità, ma in particolare vivere, e vivere quanto più intensamente, il territorio che la tua nascita ti assegna. Addirittura, la propria identità viene fatta risalire alla frequentazione di un Quartiere, nel caso più generoso, se non allo scorrimento forzato di un solo e unico Viale, nel caso più sfortunato. Se è così, è un salto epocale, non credi? Per tutti gli anni ’90 e la prima decade degli anni 2000 molto di ciò che aveva valore lo aveva soprattutto perché veniva da lontano, da un mondo altro che non faceva che amplificare il territorio circoscritto che si squadernava sotto i nostri occhi – a volte, bisogna dirlo, del tutto miopi – e se c’era un gesto ricorrente e generazionale nulla batteva il desiderio di abbandonare la propria casa, la propria regione, la propria tradizione. (L’invenzione della world music è di quegli anni: qui, nel romanzo, i ragazzi ascoltano Battisti, Baglioni…)

Il recupero del legame col territorio lo leggo come una forma di difesa di fronte alla fine delle specificità portata dalla globalizzazione. Gli esotismi, il fascino dell’altrove, in generale il senso di apertura che si poteva avere anni fa, probabilmente stanno lasciando il posto alla chiusura spaventata dalle contraddizioni che tutto ciò apriva. Detto questo, nelle borgate romane anni Novanta non si ascoltava la world music, ma Ramazzotti.

 

Il romanzo, alla fine, sembra un inventario di nuovi riti (Il Sabato del Fuoco: dove i ragazzi, allo scoccare dei diciotto anni, danno fuoco davanti alla popolazione del quartiere a ciò che hanno appena comprato, a ciò che hanno sempre desiderato) e di nuovi miti (il corpo, soprattutto: da oliare, depilare, allenare, tornire, abbronzare). Ed è strano: perché l’atmosfera in cui si situa questa storia appare perfettamente laica e mondana e secolarizzata, mentre invece noi siamo del tutto consapevoli che dall’incontro di miti e riti sorgono nuove religioni oppure grandi o piccole narrazioni totalizzanti. Ecco, qui, cosa è ritenuto sacro, quali sono le nuove forme di sacralità?

Hai ragione: il “Sabato del fuoco”, ma anche la festa degli “Oscar del Visconti” (lo spettacolo in cui il ‘Liceo bene’ che ha frequentato l’Estraneo si autocelebra) e il pellegrinaggio per Luciano Liboni (simbolo di un’opposizione allo Stato decisamente politica ma slegata da qualsiasi discorso partitico) sono momenti rituali che hanno a che fare con il sacro. Il fatto è che la mancanza del riferimento religioso (gli oratori che si svuotano, la perdita di autorevolezza della Chiesa cattolica nella percezione comune, etc.) è dolorosa, e il bisogno di sacro mi pare fortissimo, soprattutto laddove gli strumenti culturali sono meno diffusi.

 

Per tutto il tempo, l’Estraneo, arrivato in una periferia estrema, con l’unico fine di addentrasi nella vita di un quartiere e trovare un proprio specifico irripetibile posto nel mondo, ci comunica che oltre a questo, il suo progetto di vita è quello di andare all’università e frequentare il dipartimento di Storia dell’Arte. A me sembra una contraddizione, e forse è così proprio perché il personaggio in sé è irrisolto e contraddittorio: nel momento in cui inizia a piantare le radici in periferia qualcosa dentro di lui lo spinge a tornare all’università, e quindi irrimediabilmente al centro, non solo della città, ma anche della conoscenza. Anche questo fa parte delle continue oscillazioni che compongono la vita del protagonista?

Le premesse che hai posto, in verità, ti ingannano. La decisione di iscriversi all’università, intanto, precede quella di trasferirsi. Soprattutto, andare nel Quartiere non è solo un trovare il proprio posto nel mondo, ma anche un costruire sé stesso. E una passione come quella per la Storia dell’Arte è un mattone, per uno che si sente inetto e cerca qualcosa di solido da mettersi attorno. Poi, certo: il personaggio dell’Estraneo è tutto una contraddizione, nel senso di quella frase di Walt Whitman: «Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini». L’incertezza intorno al sé, l’esigenza di trovarsi un posto, lo fanno oscillare di continuo.

 

Quasi tutti i personaggi che compongono il romanzo si dicono di destra, o pensano al modo della destra, o fanno e dicono cose di destra: anche il protagonista non sfugge a questo imperativo categorico. A un certo punto dice: Tre mesi dopo il trasloco nel Quartiere, posso dire con forza che buttarmi, invece di restare paralizzato a valutare le possibilità, mi ha migliorato il rapporto con il mondo e l’umore e l’autostima. Cos’è tutto questo, se non Futurismo? È così, anche se prendendola da lontano?

La passione del protagonista per il Futurismo ha a che fare con la sua tensione verso l’azione – lui che è stanco di guardare gli altri agire. Il Quartiere è culturalmente di destra, anche se le celtiche che lo tappezzano rappresentano un segno grafico cui aggrapparsi molto più che una consapevolezza politica. Ultimamente mi è capitato di spiegare come le periferie romane piccolo-borghesi non riescano a canalizzare in una direzione strettamente politica le proprie sensibilità all’intolleranza e al populismo. A conti fatti, insomma, un vero riferimento politico, anche quello, manca. A monte di questa considerazione, ci sono le colpe della Sinistra italiana, che ha dilapidato decenni di lavoro fatto dal Pci in questo senso.

 

Questo romanzo, in un’epoca che ha messo alle corde il postmoderno, ha un che di moderno, di novecentesco, soprattutto nell’immaginario che emana, nelle parole d’ordine che adotta: ci sono i borghesi, i piccolo-borghesi, i fascisti. Il mondo intorno è sostanzialmente cambiato, tu in molte pagine del libro ne dai conferma, eppure questi vecchi relitti di un mondo passato tornano a galla come fantasmi mai svaniti. È questa una caratteristica di Roma? Non riuscire a cancellare il coro di fantasmi che agita le sue fondamenta?

Per me sono categorie ancora buone, quelle, non relitti; d’altronde il mio immaginario è più moderno, novecentesco, che postmoderno. Poi, certo che il mondo intorno è cambiato, ma se questo libro discende da qualcosa e si pone criticamente rispetto a qualcosa, è col Novecento molto più che col Postmoderno. Se questo rapporto col passato abbia a Roma un peso particolare, non mi sento di dirlo.

 

A un certo punto del romanzo, scrivi: “Nuova vita” deve significare anche affrontare le cose, scenderci in profondità – sporcarsi le mani e la faccia, se bisogna. Suona come un’argentina dichiarazione di poetica, no? Quanto lavoro di documentazione e quanta ricerca sul campo c’è dietro la stesura di questa opera prima?

Secondo me devi metterti in gioco, per poterti prendere la responsabilità di scrivere. Devi andare nei posti, metterci il tuo tempo, conoscere a fondo certi ambienti e certe dinamiche, sporcarti le mani con la materia che vuoi raccontare. Se vuoi è una dichiarazione di poetica, sì. Io non ho fatto niente di straordinario perché bazzico certi quartieri da anni, in periferia ho rapporti e ricordi che mi sono cari, insomma non c’è stato un lavoro di documentazione in funzione del romanzo, ma piuttosto ho messo insieme spunti eccetera raccolti nel tempo.

 

Tu prima d’ora sei stato uno scrittore di racconti, la cosa si vede soprattutto in alcuni capitoli autosufficienti che aprono in medias res e chiudono in sospeso, a mio avviso i più efficaci del romanzo: quanto hai dovuto lavorare su te stesso, sulla tua tecnica di scrittura, per arrivare a ideare e dare compiutezza a un romanzo?

La struttura era in effetti l’aspetto che mi preoccupava di più, perché mi trovavo a fare appunto un lavoro diverso da quello cui ero abituato. Ma poi sempre di tecnica stiamo parlando, e come ogni tecnica si può imparare. Di certo, la linearità della narrazione mi ha aiutato non poco.

 

Il libro riporta la partitura di una strana lingua: alta e bassa, preziosa e quotidiana, letteraria e dialettale. L’intreccio è così composito che non sempre riesce: ricorrono imperfezioni, in qualche caso stride – alcune volte immagino sia voluto, proprio per rendere coerente anche la lingua alle continue oscillazioni del protagonista – ma quando va a segno ha una sua segreta musicalità. Ricopio un brano particolarmente lirico, per fare sentire la grana delle voce: Da qui posso immaginarli soltanto, oltre, i fossi limacciosi della marrana, e m’introgolo di fantasie sulle sfumature di verde che la tingeranno e sulla densità del liquame che ci scorrerà a bigonce sotto l’orgia degli insetti di palude. Quanto lavoro c’è dietro questa lingua? Quanto ti ha tenuto occupato? Dove ritieni sia venuta meglio?

Per me la lingua è la prima cosa, l’aspetto su cui mi concentro di più, sia da autore che da lettore. Una prima persona come questa del romanzo, con una storia personale così mista, mi dava la possibilità di giocare di continuo – su quella partitura che dici – combinando alto e basso, per ottenere l’attrito che individui e far leva anche su quello per testimoniare il disorientamento del personaggio. Non mi sento di trovarli io, i momenti linguistici più riusciti. Il brano che citi è in assoluto il più lirico del romanzo, il picco oltre il quale non sono andato; specularmente, ci sono passaggi che scadono in un registro molto più basso di quello cui la voce narrante ci abitua. Intorno, c’è la forte presenza del “romanaccio” (quello che si parla oggi in periferia: un italiano sporco ormai lontano dal dialetto romanesco) che circonda la vita del protagonista nel Quartiere.

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