Chiusa nella mia stanza in un’abissale solitudine

«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012

diario immaginario di Susanna Camusso

di Evelina Santangelo

 

Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando…

Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo.

Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche le correnti. L’ho imparato e praticato… come ogni bravo velista, d’altro canto, che sa quel che bisogna fare.

Posso ritenermi una donna dotata di un certo coraggio, dunque, che sa affrontare il mare aperto e che ha partecipato a battaglie sociali e civili coraggiose. E il coraggio, in battaglie del genere, è una qualità che si nutre anche di contagio. Ho contagiato coraggio e ne sono stata contagiata.

Ora, il coraggio di cui vado più orgogliosa ha a che vedere con la capacità di immaginare quel che non esiste ancora. Ho fatto la mia parte nell’immaginare ad esempio una formazione collettiva in nome di un’azione collettiva. Era l’autunno caldo del ’73 e io, ancora studentessa – in quel tempo glorioso delle lotte operaie – ho lottato per il riconoscimento delle 150 ore di permesso retribuito, per il riconoscimento di un diritto permanente allo studio di tutti i lavoratori, per la diffusione di un sapere critico, di una cultura con dimensioni di massa capace di intrecciare sapere e lavoro, scienza, sviluppo tecnologico e critica al sistema di produzione, all’organizzazione stessa del lavoro… Ho partecipato con passione a quella battaglia in cui operai metalmeccanici, sindacalisti, intellettuali, studenti, insegnanti stavano reinventando la scuola, stavano progettando, ecco, una scuola che non c’era. Erano gli anni delle scuole popolari, ispirate a Don Milani e alla scuola di Barbiana degli anni ‘50. Erano gli anni delle 150 ore delle donne, con i corsi di formazione sulla condizione di lavoro, di vita, sulla sessualità delle donne… Erano gli anni in cui si immaginavano diritti che non c’erano.

Ho cominciato così. Di slancio. Ho ricoperto incarichi impensabili per una donna, conquistando terreno giorno dopo giorno, per arrivare fin qui: prima donna segretario generale della CGIL… E da qui, dall’alto di questa mia posizione, l’altro giorno a Taranto, nella città delle acciaierie dell’Ilva dove si muore di lavoro e dove il lavoro è morto… perché non può avere futuro un lavoro così in un paese civile… nel giorno dello sciopero europeo… davanti a lavoratori in mobilità, precari, giovani disoccupati, insegnanti mal retribuiti, studenti defraudati… dinanzi a tutte queste solitudini… mi è successa una cosa assurda… Dicevo: «un paese che si frantuma…». Dicevo: «Bisogna ridare reddito al lavoro… gli esodati partecipano di una lotteria… l’iva incide sui consumi obbligati, mangiare, vestirsi, andare a scuola…il welfare non è un costo, quando sono le pensioni, i lavoratori, quando bisogna pulire una scuola o dare assistenza a una persona … siamo tornati nel mondo in cui per andare a studiare bisogna essere dottori… senza diritto alla mobilità sociale…» e intanto pensavo: «Stiamo mendicando, stiamo mendicando… stiamo qui a seppellirci in rivendicazioni misere, a porre argini dinanzi a un fallimento». E, mentre tenevo quel mio discorso, mi sono girata idealmente verso quel passato remoto e… in quella capacità di immaginare le cose che non c’erano, che non esistevano ancora, ho visto il futuro. Così, beh, mi è venuta paura al pensiero che il futuro lo abbiamo lasciato lì, in quel passato remoto.

«Abissale solitudine», mi viene da scrivere, chiusa nella mia stanza, mentre dalla strada mi arrivano le note del «Nowhere Man» dei Beatles. «He’s a real nowhere Man/Sitting in his nowhere Land/Making all his nowhere plans for nobody…»

2 Commenti

  1. leggerlo ora che ho appena finito di leggere il bellissimo libro di Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, in cui interpreta l’attacco ai sindacati da destra e sinistra come uno dei segni incontrovertibili di questa lotta di classe fatta dai vincitori verso i vinti, dall’alto verso il basso, è stato quasi liberatorio. effeffe

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