Properzio – II, 17, 28 b, 29 b

15 febbraio 2013
Pubblicato da

trad. isometra di Antonio Maggio

 

17

Fare promesse all’amante, di vane ed effimere notti,

è come avere mani ricoperte di sangue.

Questo ripeto nel letto, ma stanco nel vuoto deserto

dove solo consumo la mia notte più amara.

Se ti colpisce la sorte di Tantalo al fiume, che soffre

con la sete perpetua, l’acqua priva di labbra,

o se di Sisifo ammiri lo sforzo che nega l’umano

per l’angusta montagna col difficile peso,

nulla è più duro nel mondo, che vivere come l’amante

né se saggio tu appari lo vorresti di meno,

per quegli sguardi invidiosi, felice un passato sembravo

mentre adesso rimango solo l’ultimo giorno

ma non mi lascia sparire, nei trivi la luna spogliata

per una voce spenta in stipiti di porta.

Adesso posso gettarmi, crudele, dall’alto dirupo,

nelle mani serbare un letale veleno

non è cambiare padrona che voglio, poi sia quel che sia,

riscoprirà piangendo quanto sono fedele.

 

28 b

Il carme magico placa la foga che muove la trottola

e sul fuoco morente si consuma l’alloro.

Da tanto tempo rifiuta la luna calarsi nel cielo

ma il nero uccello intona il suo funebre canto,

il Fato scorre sul mare, lontano ci porta gli amori

con la vela che spiega oltre i fiumi d’Inferno.

Non d’uno solo ti chiedo pietà, ma per lei e quest’uomo

che viva se ella vive, che muoia se ella muore

per tutto quello che spero a sacre parole mi affido:

Grande Giove ti onoro, perché salvi la donna,

un sacrificio farà, piegata ai tuoi piedi di padre

lì seduta narrando del passato dolore.

 

29 b

Era di primo mattino e volli soltanto guardare

Cinzia sola nel letto, ma che dorme serena.

Restai incantato, più bella all’occhio che cade mai apparve

neppure quando ornata d’una porpora rossa

alla Dea Vesta i suoi sogni narrava temendo che il male

annidato nei sogni ci potesse colpire:

così mi parve dal sonno destata. Ma quale valore

la lucente bellezza per se stessa conserva!

“Tu che di primo mattino, ti rechi a spiare l’amica

credi davvero”, disse, “ che  io sia come voi?

Non tanto facile sono, mi basta conoscerne uno

come te, oppure un altro  che più sincero appaia.

Né sul mio letto, d’un tratto, io vedo le impronte dei corpi

giacere unite e perse  in un unico segno.

Guardami pure, dal corpo respiro non sorge e ti mostra

occultato nei gesti un infido adulterio.”

Così parlò e con la destra respinse i miei baci sdegnosa

poi dal letto balzò col piede nudo al suolo.

Volevo farmi custode d’amore ma adesso rimpiango

quella mia ultima notte in cui vissi felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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5 Responses to Properzio – II, 17, 28 b, 29 b

  1. sparz il 16 febbraio 2013 alle 09:38

    Graziissime, molto bello anche Properzio: mi colpisce il primo verso del XXVIIIb, che in latino è, se non ho visto male, Deficiunt magico torti sub carmine rhombi,: allude a pratiche di magia, mi immagino, che implicavano il lancio di una trottola, è così?

  2. daniele ventre il 16 febbraio 2013 alle 16:18

    il rhombus (rhombi, plur. intensivo poetico) era effettivamente la trottola usata per riti di vario tipo. La trottola era probabilmente un simbolo cosmogonico, un’immagine dei cicli cosmici a base precessionale (non certo della rotazione della terra, allora ignota). Penso dovrebbe essere appannaggio dell’autore di queste traduzioni un’ulteriore spiegazione.

  3. eklektike il 16 febbraio 2013 alle 17:32

    Bellissimi versi.
    Grazie per averli condivisi.

  4. Antonio Maggio il 17 febbraio 2013 alle 01:32

    La trottola, è in effetti, un giocattolo antichissimo e presente in molteplici culture, uno strumento non necessariamente legato al gioco dei bambini ma che veniva adoperato anche da sacerdoti e da dispensatori di oracoli,per quel suo ondeggiare fluttuante e incerto, forse come la sorte. Io ho cercato di fare una traduzione non letterale, basata sulla sensibilità, sulle emozioni che i versi di Properzio mi suscitavano. Per questo ho recuperato il termine “carme” in italiano, dal latino “carmen”, senza modificarlo e lasciandogli la sua natura duplice, con da un lato il significato di “canto” e dall’altro quello di responso, vaticinio, ma anche formula magica o incantesimo, come è anche in alcuni testi di Ovidio. Per quegli stessi poeti della latinità (e non solo), la poesia ha un carattere sacro e inalienabile, un valore intrinseco che forse si è perso negli anni. Grazie a tutti per i vostri commenti.

    Antonio

  5. Mónica Flores il 17 febbraio 2013 alle 17:43

    grazie delle traduzioni!! sono bellissime!



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