Il senso di una fine

julian-barnes di Gianni Biondillo

Julian Barnes, Il senso di una fine, Einaudi, 150 pagine, traduzione  di Susanna Basso

Il romanzo è un feticcio borghese. E non esiste borghesia più romanzesca, perché frustrata dalle logiche di casta, di quella britannica. C’è come un destino ineluttabile inscritto nelle origini familiari presente nelle narrazioni inglesi, una coazione a ripetere generazione dopo generazione, senza possibilità di fuga. Julian Barnes, ne Il senso di una fine ci racconta tutto ciò: non tanto la vita di un uomo mediocre, ma la naturale mediocrità della piccola borghesia, che tarpa ogni volo e lo muta nel flusso tranquillo di una esistenza scritta a priori.

Questa è la vita di Tony Webster. Non una persona malvagia, non uno stupido. Un uomo come tanti, come tutti. Con i fallaci ricordi del passato organizzati a giustificazione di una vecchiaia da inetto. La Storia, che sia quella grande o piccola, viene scritta, secondo l’autore, non soltanto dall’arroganza dei vincitori, ma anche dall’autoindulgenza dei vinti. Rammentiamo ciò che ci torna utile ricordare.

Per comprenderla, la vita, occorre la letteratura. Deve farsi romanzo. E un espediente romanzesco, un lascito inatteso, rimette in gioco l’idea di sé che s’era costruito il protagonista in quarant’anni. Il senso di una fine è una lunga confessione, scritta con un tono colloquiale ma mai sciatto, un diario a ritroso, che rilegge quegli eventi della adolescenza che avrebbero dovuto essere traumatici, capaci cioè di una frattura nei confronti dell’ordine costituito, ma che sono stati sepolti dalla mota della mediocrità di casta.

E non si creda che siano necessariamente gli espedienti romanzeschi, compreso il colpo di scena finale, a rendere interessante questo bel libro, Man Booker Prize 2011. Sono piuttosto il flusso di (falsa) coscienza dell’intera narrazione e il dubbio filosofico che scaturisce sull’idea di sé che ognuno di noi s’è costruito come lenitivo delle nostre sconfitte. Perché chi fugge dal destino, nei romanzi, lo fa in modo tragico e eroico. Nella vita no: resta a vivere l’angoscia dell’insensatezza.

 

(Pubblicato su Cooperazione, n 47 del 20 novembre 2012)

7 Commenti

  1. “chi fugge dal destino, nei romanzi, lo fa in modo tragico e eroico. Nella vita no: resta a vivere l’angoscia dell’insensatezza”.
    Questo il nodo che i romanzi ci sbattono in faccia: l’incrocio a cui abbiamo o no saputo svoltare, le scelte che scalpellano i lineamenti di una vita, spesso delineata da errori poco eroici, da viltà che cerchiamo di sotterrare sotto macerie progressivamente più ingombranti e tonnellate di autogiustificazioni. E credo che queste caratteristiche non siano peculiari soltanto della borghesia britannica, ma anche di gran parte delle fasce sociali di ogni Paese occidentale, ognuna con le proprie peculiarità.
    Grazie per la segnalazione,

    mdp

  2. Da questa recensione pare emergere uno strano implicito: che una vita che non voglia (e riesca) a esplicitarsi come narrazione interessante agli occhi altrui sia da considerarsi senz’altro una “sconfitta” (impartita da chi?). Un briciolo di riflessione filosofica, oppure di fede, a me sembra sufficiente a cavarsi da simili gineprai mimetici, a meno che, beninteso, non vi sia un preciso interesse a ficcarcisi dentro.

    • Nulla di tutto questo. Se te l’ho fatto credere me ne scuso.
      Credo semmai, a dispetto dei miei colleghi, nella supremazia della vita sull’arte. (ciò, probabilmente, fa di me un pessimo scrittore).

  3. ho letto il libro e francamente mi ha un po’ delusa: un’onesta riproposta di still life britannica condita da qualche tentativo di riflessione ontologica, ma nel complesso direi che non se ne sentiva la mancanza, V.

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gianni biondillo
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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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