Un mondo pieno di debitori

di Giorgio Mascitelli
Lazzarato copertina

La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato (trad.it. di Alessia Colutelli ed Emanuela Turano Campello, Roma 2012, Derive Approdi, euro 12) spicca tra i numerosi saggi dedicati all’attuale crisi economica innanzi tutto per una ragione metodologica. L’autore infatti sceglie di inquadrare la sua analisi degli aspetti economici di questa crisi entro un più ampio discorso filosofico-politico. Così facendo egli mette in primo piano il fatto che quanto sta accadendo è una riconfigurazione traumatica dei rapporti di potere e dei modi concreti di governo della società anziché una generica trasformazione dei modi di accumulazione del capitalismo contemporaneo. Mi sembra che questa scelta, a prescindere dal particolare tipo di linea filosofica, sia fondamentale perché rende possibile una politicizzazione del discorso sulla crisi, che è quanto risulta difficile se non impossibile per mezzo di un‘analisi tecnico-economica pura, per quanto critica, che non può riconoscere all’interno della crisi i rapporti effettivi di potere o meglio di dominio che vigono.
La scelta poi di leggere Marx, Nietzsche e Foucault attraverso una focalizzazione deleuziana evidentemente svela alcuni caratteri della nostra realtà che, anche se magari talvolta evocati, restavano sullo sfondo. La descrizione della crisi attuale nelle sue due fasi, quella dei subprime e quella dell’attacco ai debiti sovrani dei paesi europei deboli, mette in luce che il rapporto creditore/debitore nel capitalismo contemporaneo è la relazione principale, che prevale e governa anche sugli altri tipi di conflitto a cominciare da quello tradizionale tra capitale e lavoro. In pratica questo rapporto è quello che esprime il conflitto di classe tra proprietari e non proprietari di capitale influenzando tutti gli altri rapporti sociali. In questo senso la crisi non è dovuta agli eccessi speculativi della finanza, che in verità non sono che mosse obbligate per mantenere alti i tassi di accumulazione privata e nel contempo i livelli di consumi individuali, senza i quali il sistema non regge. Il ricorso all’indebitamento privato e pubblico che fa di tutti noi dei debitori è in primo luogo dunque un tentativo fallito di uscire da questa circolo vizioso e si rivela poi una formidabile macchina di controllo sociale.
La caratteristica infatti della condizione di debitore è quella di generare un lavoro su di sé nel senso di un’accettazione senza apparente coercizione esterna di una serie di comportamenti, pratiche e valori che il potere neoliberista impone. Se da un lato infatti si sviluppa una morale da debitore intrisa di sensi di colpa, di cui si possono vedere tracce nel discorso delle èlite europee sui pigs, dall’altro esiste tutta una serie di automatismi macchinici che determinano l’esperienza sociale, come dimostra Lazzarato attraverso l’analisi del modus operandi della carta di credito rispetto al tradizionale prestito di denaro.
In questo contesto l’attacco allo stato sociale non ubbidisce semplicemente a regole di razionalità, o sarebbe meglio dire pseudorazionalità, neoliberista, ma diventa un tentativo di ridefinire le vecchie prestazioni, che erano intese universalisticamente come diritti, entro lo schema di asservimento debitore/creditore. Come al solito Lazzarato accompagna questa riflessione con un preciso esempio sociale, in questo caso l’esperienza dei disoccupati francesi che accedono all’indennità di disoccupazione.
Uno degli elementi di maggiore rilievo, in un libro ricco di stimoli e spunti al quale queste poche righe non possono che far torto, è il recupero della nozione medievale di usura, che all’epoca era un sinonimo del credito, come appropriazione del tempo da parte del creditore. Paradossalmente è solo in quest‘epoca di tecnologie biopolitiche e macchiniche che il creditore attualizza pienamente ciò che prima esisteva solo discontinuamente. Non bisogna pensare però a un anacronismo arcaico, al contrario la razionalità capitalistica, dai suoi albori fiamminghi e italiani fino alla qualità totale, ha cercato un controllo del tempo dei suoi soggetti.
Lazzarato conduce il suo discorso con un’argomentazione rigorosa, puntuale e arricchita da esempi concreti che sembra rendere ragione del vecchio detto di Vauvenargues ‘la chiarezza è la buona fede del filosofo’.
Ci troviamo dunque in una crisi sistemica probabilmente al termine di un ciclo di accumulazione secolare, basato sulla predominanza statunitense, in cui un blocco di potere eterogeneo ha perso ogni capacità di egemonia e fa unicamente ricorso alle tecniche biopolitiche e governamentali, che però Lazzarato intende in maniera diversa da Foucault: “Il problema del liberalismo non è, come credeva Foucault, quello di ‘governare il meno possibile’, ma, spinto dalle contraddizioni da lui stesso generate ed esasperate, quello di ordinare e stabilire il più possibile con il ‘meno di democrazia possibile’” (p.168). Insomma sembra aprirsi una fase autoritaria e del resto non è Lazzarato l’unico pessimista.
Non c’è solo il rischio di un autoritarismo incipiente, ma anche quello di un attacco alle condizioni culturali e antropologiche dell’esistenza: se infatti “nel capitalismo la solvibilità è la misura della ‘moralità’ dell’uomo” (p.72) e tutta l’esperienza sociale viene modellata secondo tale misura, veramente l’unica cosa che ci resta adesso è questa nostra vita, tanto per parafrasare una vecchia canzone di strada. E proprio l’amore per la vita e per i suoi frutti buoni e giusti, tra i quali possiamo annoverare questo libro, sarà il sentiero che dovremo seguire per non smarrirci in questi tempi bui.
[Devo l’opportunità di aver ottenuto questa bella recensione di Giorgio a Biagio Cepollaro che per primo mi ha segnalato il libro di Lazzarato e mi ha spinto a occuparmente. a.s.]

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6 Commenti

  1. Il libro di Lazzarato mette ben in evidenza la struttura di dominio tipica della debitocrazia:

    1) l’essenza del capitalismo finanziario neo-liberista, che si configura in realtà come un elastico dirigismo strisciante, in cui l’obbligo sociale diviene unidirezionale, e in cui la tecnologia dell’informazione che avrebbe dovuto porsi come forza liberatrice si trasforma in supercontrollo;

    2) l’etica di colpevolizzazione economica che funge da pietra angolare dell’edificio ideologico che il neo-liberismo debitocratico esprime;

    3) la tipica del giudizio morale debito-centrico, che si estrinseca come riduzione dell’individuo a sacrificabile bio-valore -quello che è in realtà il punto nevralgico dell’attuazione dell’intero edificio neo-liberista, e che costituisce nello stesso tempo il luogo in cui la “filosofia” neo-liberista si palesa con le sue manifestazioni più conseguenziali e più abbiette e meschine, dai tempi, ancora embrionali, di Maggie Thatcher the milk-snatcher fino alle restrizioni degli aiuti ai disabili attuate dal governo Monti e mantenute dell’attuale governo Letta.

    Meno d’accordo mi trova la relativa “innocenza” del sistema speculativo: la debitocrazia ne è l’effetto pianificato (e l’effetto che per retroazione alimenta e legittima la causa), non la strategia d’uscita, venuta poi buona per attuare una procedura estrema di controllo di vite e risorse. Sistema speculativo e debitocrazia sono semplicemente le due fasi di attuazione di una lunga prise de pouvoir da parte di un’anonima e irresponsabile oligarchia globale di ordinari e grigi ladri di tempo, degni delle più cupe immaginazioni-profezie di un Mikael Ende.

    • Non credo che Lazzarato pensi a un’innocenza, neppure relativs, del sistema finanziario. Credo che le sue osservazioni servano a mettere in luce che non esiste una contrapposizione tra un capitalismo corrotto e uno sano, produttivo. Semplicemente in questa fase storica il capitale finanziario è quello che ha garantito l’accumulazione, come si può arguire seguendo le logiche finanziarie di molte operazioni industriali.

    • Non credo che Lazzarato pensi a un’innocenza, seppure relativa, della finanza, ritengo che sottolinei il fatto che la finanza non si controppone a un capitalismo sano e produttivo, ma è il modo oggi dell’accumlazione capitalistica

  2. Viaggiando per l’Italia si ha l’impressione che la sola forma di vita economica ancora fiorente, e visibile, siano i nuovi centri commerciali, che spuntano ovunque come funghi. Nessuna ostilità preconcetta (anche se non sono tra i miei luoghi di vita prediletti) ma una domanda che, immagino, molti altri si pongono: quando ce ne sarà uno ogni cento abitanti, che ce ne faremo? Chi andrà a riempire i carrelli e a far tintinnare le casse (con questi chiari di luna, poi)? Amici umbri, atterriti, mi dicono che nel solo comprensorio spoletino già ne sorgono quattordici, e mi domando da quale pianificazione territoriale e da quale allucinazione del marketing possa sortire un numero così esorbitante di queste neocittà commerciali, parecchie delle quali, turrite come fortilizi, paiono la parodia dell’Italia monumentale, quella dei borghi e dei castelli.Di solito a questo genere di osservazioni qualcuno risponde, piccato, che l’economia ha disperato bisogno di nuovi cantieri e nuove opere. Benone. Ma poiché nel passato abbiamo dimostrato, autorità e cittadini all’unisono, di avere una visione del futuro di gittata cortissima, e di non saper programmare quasi niente al di là della settimana prossima, torno a chiedere: ma chi ci andrà mai, a riempire quel dedalo immenso di scaffali, comparse salariate?

    Da La Repubblica del 26/07/2013.(Michele Serra,of course)

    http://www.youtube.com/watch?v=QfMKz8cOlmk

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