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Teletubbies forever

di Helena Janeczek
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I tatuaggi li ami o li odi. Quando una cosa divide in fazioni opposte, diventa difficile guardarla senza troppi preconcetti. A meno di non voler tentare una postura elevata, una postura tipo filosofo francese che si avventura sovrano nella selva dei simboli e dei segni. Potrebbe dirci che l’umanità odierna è così incerta di se stessa da volersi procurare il senso della propria unicità marchiando indelebilmente la propria pelle, la superficie di contatto del corpo con l’esterno. Poi però potrebbe capitargli una cosa paradossale. Va al mare (facciamo che, a volte, il nostro filosofo almeno un baretto sulla spiaggia lo frequenti) e nota come la gente perlopiù giovane e vestita più o meno uguale, una volta che si è messa in costume, spesso esibisce anche dei tatuaggi pressoché seriali (le greche indigene sulle braccia dei maschi, i ghirigori delle ragazze alla base del fondoschiena ecc.) Quindi si domanda: ma lo sanno? Quando vanno dal tatuatore, lo sanno che, con pazienza e con dolore, stanno aggiungendo un altro strato di conformismo a livello epidermico? È questo ciò che vogliono? Sentirsi un po’ unici e al tempo stesso uguali? Oppure non gliene frega un tubo, l’importante è valorizzare i muscoli allenati, il girovita senza ciccia, mostrarsi sempre fichi, anche da nudi o quasi?
Com’è evidente, chi scrive ha perso la postura da filosofo sovrano di fronte a un fenomeno che trova affascinante, talvolta incomprensibile, senz’altro complicato. Perché i tatuaggi non sono semplicemente belli o brutti (quelli ben fatti, ricercati, originali, da quando è passata l’onda piena della moda mi pare siano in aumento), ma hanno, o dovrebbero avere, ciascuno una storia singolare. Magari rappresentano motivi dozzinali però una rosellina, un cuore, un ideogramma che gli altri non sanno decifrare, è lì per ricordare qualcosa o qualcuno, un momento cruciale dell’esistenza.
Inseguire i tatuaggi significa dischiudersi un mare di storie, come hanno capito a Discovery Channel, produttore di tre serie basate sul lavoro a Miami, New York e Los Angeles di diversi tattoo artists. La pelle diventa un promemoria definitivo, il luogo dove si cerca di fissare il contatto con il passato. È questo desiderio di fermare il tempo, questo bisogno di permanenza che spesso conferisce ai tatuaggi qualcosa di straziante.
Agli ultimi Europei di calcio mi trovavo in Germania a guardare tutta sola la partita Italia-Inghilterra. La palla entra in possesso di De Rossi e il commentatore offre un aneddoto sul giocatore. Daniele De Rossi, spiega, indosserebbe una maglia con una sola manica lunga per non mostrare un tatuaggio inciso sul braccio in onore di sua figlia, un personaggio dei Teletubbies. Come sanno coloro che hanno avuto figli piccoli in certi anni, la fase dei Teletubbies può durare molto ma alla fine passa. Invece il centrocampista della Roma dovrà invecchiare con addosso la piccola, gialla Laa-Laa (secondo il mio trascurabilissimo parere preferibile a Peppa Pig, però magari sono nostalgica), perché ha voluto compiere un gesto definitivo di vicinanza con una bambina che non lo sarà più da molto tempo. Poteva limitarsi a scriverne il nome come fanno comprensibilmente molti suoi colleghi, perché i figli non sono solo carne della propria carne, ma restano un legame anche quando si dissolve l’unione dalla quale sono nati. (Tra parentesi: sarebbe interessante conoscere il giro d’affari consistente nella cancellazione di nomi o simboli di ogni amore eterno finito male). Se quindi i tatuaggi da un lato forse riflettono la cultura del narcisismo (che non è semplice vanità esagerata), essi parlano con veemenza anche del contrario: del bisogno di sapersi stabilmente in relazione, possedere una mappa del proprio mondo d’affetti e del proprio passaggio sulla terra. Non pare un caso la diffusione di una pratica legata alla trasmissione tribale o comunque funzionante come segno d’appartenenza a gruppi esclusivi. Ma se per tanti ragazzi occidentali un teschio da mafia russa o da narcos messicani non si accompagna, per fortuna, ai vincoli e ai rischi di una carriera criminale, ci sarà sempre qualcuno che grazie a un raffinato pesciolino o un Teletubbie si porta dietro la traccia di qualcosa di così importante, e bello, che solo la morte, fosse anche la più serena e più lontana, dovrebbe essere autorizzata a cancellarlo.

pubblicato su La Repubblica novembre 2013

2 Commenti

  1. (almeno in famiglia restera` per sempre Capitan Futuro)Per quanto mi riguarda
    l`unico tatuaggio che prenderei in considerazione contemplerebbe la dicitura,ben visibile anche su un feretro vestito,”the show must go on”,quale monito per i posteri,e “al dio sconosciuto”

    http://youtu.be/ngg-mgBnBfg

  2. A me un tempo sarebbe piaciuto farmi un tatuaggio…ma è stata l’incredibile sensibilità della mia pelle a togliermi l’idea della testa. Molto curioso il calciatore con il teletubbie…

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Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.