Primo capitolo di un romanzo noir

21 marzo 2014
Pubblicato da

di Orso Tosco

Noir

Doctor Who, Pig Slaves

Il contenimento della lotta

Gesù disse “Ho gettato fuoco sul Mondo, ed ecco, lo custodisco fino a che divampi”.

E tu sei il Porco.

E devi trovare Denise Brown.

Denise Brown con i suoi 24 anni, una cicatrice sullo zigomo, due aborti, e anche del resto, del resto che tu non sai, del resto che tu non vuoi sapere.

Denise Brown ha rubato dei soldi in posta usando un coltello da cucina.

Un coltello da cucina che adesso è impacchettato in una stazione di polizia, sporco di sangue secco che potrebbe sembrare terra argillosa: fango di fiume torbido su cui galleggiano tronchi, ma non troppo a lungo, perché la corrente li schianta lungo i bordi, mischiandoli con altri tronchi, altre radici.

Eppure i bordi restano sempre identici, hanno un loro equilibrio pericoloso.

Come i marciapiedi che ti portano a casa.

Sempre la stessa casa.

L’unico posto che ti può dire dove si sia cacciata Denise Brown, con i suoi soldi rubati e la sua paura.

Stai per aprire la porta, stai per entrare. E sai che le stanze saranno buie, e nell’aria ci sarà odore di pane bruciato. E tu sai, tu lo sai bene, che nessun pane è stato bruciato.

Cammini al buio, tenendo gli occhi aperti come un tuffatore coraggioso, e ti siedi su una cassa posizionata al centro della stanza.

Estrai dalla tasca del giaccone una busta di plastica e un accendino.

La senti muoversi.

Senti il rumore del ferro che striscia contro il pavimento.

Il rumore del tuo tuffo a occhi aperti.

Nell’aria l’odore di pane bruciato si mischia a quello di disinfettante.

Le sue dita gelide, coperte di strisce di plastica e anelli di metallo, ti toccano le caviglie.

Passano sotto i pantaloni zuppi di pioggia. Capisci che è sdraiata per terra. Sta mangiando qualcosa. Ti chini in avanti per toccarle la faccia. Prima le orecchie, poi il naso bagnato, e infine la bocca, da cui spuntano petali di fiore e carta.

Ti morde la mano, con forza, ma tu non la ritrai.

La lasci immobile e dolorante dentro la sua bocca. La sua bocca piena di petali di fiore e carta e adesso piena della tua mano. Perché i suoi denti e il tuo dolore servono a sostituire cose che andrebbero dette, cose che da troppo tempo aspettano di essere dette ma che, prima di essere dette, vanno trovate.

E queste cose non possono essere trovate. Perché il tuffo ha i suoi costi, e loro ne fanno parte.

Accendi una sigaretta e gliela passi.

Fuma sdraiata con la testa contro il pavimento. La brace illumina quelle che sembrano lattine di birra rovesciate.

«Hai fame?» Le chiedi.

«Di tutto quello che manca», risponde, «di tutto quello che manca». E poi ride. Come l’esplosione di un palloncino nell’atrio di un enorme albergo abbandonato, l’istante prima della demolizione.

«Devo trovare qualcuno», dici.

Devo trovare qualcuno, dice il Porco che sei.

Lo sbirro che sei.

«Prima lavami» , risponde.

La illumini con una torcia.

È corsa a rannicchiarsi in un angolo della stanza.

È così vecchia nel suo lacero vestito da ballerina, con troppo trucco in viso, colato dagli occhi fin sulle guance, quasi a schernire la bocca cadente, il doppio mento.

Stringe la catena nelle mani. La catena pende dal collare che le cinge il collo e va a finire in un gancio infilato nel muro.

Ogni tuffo ha le sue virate improvvise, dovrebbe avere le sue virate improvvise.

Vorresti farla alzare e portarla fuori. Farle vedere la gente che mangia nei ristoranti, le coppie che bevono nei pub, i cigni che si puliscono la schiena restando a mollo nel canale.

Invece ti avvicini all’armadio e prendi un flacone.

«Chi devi trovare?» domanda nel buio.

«Denise Brown.»

«Denise? La piccola Denise? La piccola culona Denise?»

Appoggi la torcia sul tavolo.

«Una volta l’ho sognata, sai Porco?»

La luce illumina il muro annerito della cucina.

«Eravamo dentro un enorme panda di legno, un panda di legno con delle ruote che lo facevano scorrere sopra una foresta infinita, senza rompere nulla, nemmeno un ramo, nemmeno il corpo di un coleottero. Scorreva liscio come una puntina sul vinile.»

Apri il flacone. E fai in modo che l’odore di disinfettante copra quello di pane bruciato.

«Dovevi vedere com’era contenta Denise, la piccola culona ubriaca Denise. E adesso tu la cerchi, adesso il Porco la cerca. Non è buffa la vita, Porco, con tutte queste strettoie?»

«Ha ucciso un tizio», dici, mentre le versi il disinfettante sulla testa.

Si strofina la faccia come una lontra, tenendo gli occhi chiusi, si strofina le ascelle, le gambe coperte di pizzo devastato e tagli.

Vorresti portarla a vedere le barche che abbandonano il porto, vorresti dimenticarla in una città di vetro.

«La piccola Denise ha ucciso un uomo, e tu alle volte mi chiami principessa, altre volte povera troia, altre ancora 69. E adesso vuoi sapere dove si trova la piccola Denise. Non è una cosa stretta la vita, Porco? Non è forse una cosa stretta?»

Spegni la torcia e ti butti sulla cassa al centro della stanza.

Butti una mano a frugare sul pavimento, tra lattine vuote e croste di pane. Trovi un pezzo di carta argentata. Rovesci il contenuto della busta di plastica sopra il foglio di alluminio. Arrotoli una banconota

«Vieni vicino», le dici.

Lei si avvicina. A quattro zampe. Vorresti dirle che sei stanco di tuffarti, che sei stanco di tagliarti contro di lei.

Le passi il foglio di alluminio e la banconota.

Lei piega i bordi del foglio d’alluminio e li fa avvicinare tra loro senza permettere che si tocchino.

Scaldi il foglio di alluminio da sotto. La vedi inalare il fumo attraverso la banconota. La vedi inghiottire il fumo con la voracità di un insetto che si ciba esclusivamente di insetti più grandi, sperando in una rivoluzione.

La vedi piegare la testa all’indietro.

Adesso sei tu a fumare.

Il sapore della sua saliva sulla banconota arrotolata.

Il sapore della tua saliva sulla banconota surriscaldata.

I vostri baci.

I vostri baci come un dialogo di specchio e tenebra.

«La piccola Denise è in Mare Street», sussurra sdraiata sul pavimento, «nella casa occupata in cui aggiustano biciclette. Legge la biografia di un presentatore televisivo che combatte contro la caccia delle balene, i suoi successi, le sue paure, le urla sotto l’acqua, i suoi divorzi».

L’eroina ti mette una sciarpa sulle spalle. Ti scuce le spalle e ti infila una sciarpa sopra i muscoli.

Ti scuce i muscoli e ti infila una sciarpa sulle ossa.

«Fa due docce al giorno Denise, mangia riso e beve vino da quattro soldi. Il tizio che la ospita è uno spilungone biondo. Scopano due volte al giorno, sul letto dello spilungone appoggiato al pavimento, oppure nella vasca da bagno. Lei pensa che sia un buon modo per ricambiare l’ospitalità. Lui pensa che sia amore e ha deciso di fare un corso di giardinaggio. »

Smette di parlare. Oppure sei tu che smetti di ascoltare.

Il buio dietro i tuoi occhi ha più luce del buio della stanza.

Lei ti appoggia la catena tra le mani. Vuole che la strozzi un poco. Ogni rituale ha le sue leggi.

Tu vorresti levarle il collare. Vorresti infilarla in uno strumento e farla diventare musica, mentre Londra sputa raccomandazioni.

Invece tiri la catena. E anche se hai gli occhi coperti dal buio, sai che i suoi occhi sono puntati su di te. Come meduse tremolanti, meduse spostate dall’impatto provocato dal tuffo.

La senti boccheggiare. Le sue unghia mangiate conficcate nelle tue mani mangiate. Ti implora di continuare, ancora un poco, ancora un altro poco. Poi ti lascia. E tu lasci la catena. Che cade sul pavimento accompagnata dal suo corpo ansimante, il suo corpo sorridente.

Questo si vede alla fine del tuffo. Meduse confuse, e carcasse sorridenti.

«Cosa aspetti?» strepita alzandosi sulle ginocchia.

«Lasciami stare tranquillo un momento.»

Tu sei il Porco, e hai letto i libri, e hai aspettato molti momenti che poi sono scappati, e sei stanco.

Sei il Porco e hai picchiato donne e uomini, e sei stato picchiato. Hai imparato. Sei stato bravo ma nessuno si è complimentato. Nessuno si complimenta con il Porco. Ma va bene. Tutto va usato.

Dentro le orecchie lo sai. Tutto serve. La pancia grossa. Le mani sudate. Il sangue. La solitudine. Le facce distorte dall’odio e quelle levigate o distrutte dall’amore. Le dimenticanze. Tutto va usato.

«Cosa cazzo aspetti, Porco?»

«Arrivo, arrivo.»

L ‘eroina ti scuce la sciarpa dalle ossa e le lascia a galleggiare nel ghiaccio.

«Arrivo.»

Ti alzi e a vai in cucina. Prendi un bidone di ferro. Lo trascini nell’altra stanza. Dentro il bidone c’è una scarpa di plastica, vi versi sopra del disinfettante e ci dai fuoco.

La fiamma divampa. La plastica inizia a sciogliersi. Il fumo si infila nell’oscurità densa della stanza, diluendola con lingue di fuoco che per pochi istanti arrivano a lambire il soffitto.

Lei è in piedi, con le ginocchia tagliate, le braccia protese verso di te.

Tutta la violenza di certe conversazioni telefoniche, dei licenziamenti, delle truffe minori scoperte e punite, tutta la violenza nei suoi occhi rovinati dal fumo, coperti di mascara simile a lava che non verrà fotografata.

Si avvicina al bidone, si avvicina alla fiamma.

L’eroina mischia le tue ossa lasciate galleggiare nel ghiaccio assieme a cornicioni distrutti.

Ci sono uomini appollaiati sopra i cornicioni. Ti guardano. Non riesci a capire se stiano per saltare nel vuoto o abbiano bisogno d’aiuto.

Anche lei ti guarda. Attraverso il fuoco.

Ripensi a una ragazza che tanti anni prima ti ha parlato degli stupri tra anatre.

E adesso tu sei il Porco. E guardi lei. Il tuo oracolo. Con il suo fumo nero, la sua scarpa di plastica in fiamme. Ma in realtà non la guardi, non stai guardando la sua pancia slabbrata, le sue labbra spaccate. In realtà la stai bevendo. La stai bevendo come un urlo.

Esci dalla casa. La lasci a custodire il fuoco. Ti ributti nella pioggia. Cammini per Amhurst Road fumando. Prendi per Mare Street. Gente in attesa dell’inizio dello spettacolo davanti all’Hackney Empire. Due ragazzine stanno bevendo una bottiglia di sidro in offerta speciale sotto la pensilina del bus. Ascoltano musica distorta con un telefonino.

Dove sono i miei soldi? Dove sono i miei soldi? Continua a urlare la voce del cantante.

Ti fermi a comprare una birra e una bottiglia piccola di whiskey. Continui a camminare per Mare Street. La pioggia e la luce dei lampioni dubitano del cielo, nascosto, improbabile, farneticante dietro le nubi immobili. Cappucci e ombrelli si affrettano a tornare a casa. Cinesi fuori da un locale si scambiano numeri di telefono. Poche macchine. Qualche sirena di passaggio. Richmond Road, Ellingford Road, ancora avanti, posti di blocco della polizia, perquisizioni.

Poco dopo arrivi davanti allo squat.

Il cancello principale è aperto.

Il vialetto delimitato da carcasse di bici e cartelli dipinti a mano che invitano la comunità locale a partecipare a corsi e convegni. Il problema delle donne pakistane. Il problema dei rifugiati curdi. Anche la porta principale è aperta.

Il palazzo che un tempo era un riformatorio femminile è rimasto disabitato per molti anni.

Prima di essere occupato veniva utilizzato da una banda di vietnamiti come centro di smistamento per puttane in arrivo dall’Asia.

Tu sei entrato il giorno della retata.

Hai visto le stanze piene di brande, con i letti fatti e nessuna traccia né di donne né di uomini. Soltanto una montagna di assorbenti al centro del salone principale, ancora impacchettati nelle loro confezioni bianche e grigie. Adesso, in quello stesso salone, illuminato da poche luci rosse e da una lampada accesa sul bancone del bar, si sta svolgendo una festa. Cani eccitati dalla musica corrono e si azzuffano tra i corpi che ballano.

Alla fine della stanza c’è un palco.

Immagini lontane festività natalizie, gruppi di ragazzine carcerate cantare in coro, ragazzine che da bambine erano state sotto le bombe, i loro corpi scheletrici ammassati dentro i tunnel della metropolitana di Bethnal Green.

È una celebrazione delle loro fughe sbagliate, questo ritmo ossessivo, questo movimento di teste metronomo? Oppure un modo per tradirle?

Sali al secondo piano. Segui il forte odore di erba che arriva da una stanza alla fine del corridoio.

Apri la porta. Bevi un ultimo sorso di birra.

Denise si volta e smette di ridere. Ti riconosce.

Lo spilungone biondo si alza di scatto e ti chiede chi cazzo sei. Ha le labbra tipiche di una persona meticolosa. Sarà un buon giardiniere.

Denise tenta di fermarlo.

Ma lui ti viene incontro. Nessuno si aspetta un Porco veloce.

Ma tu sei molto veloce. Senza dargli il tempo di alzare le braccia, lo colpisci alla testa con la birra. Lui si piega. Denise rimane immobile.

Come la spettatrice di una gara di salto con l’asta.

Lo colpisci ancora, sulla schiena. Sputa qualcosa sul pavimento. Nemmeno lui sa cosa.

È per farglielo scoprire che lo calci nello stomaco?

È per aiutarlo a capire che lo calci ancora?

Denise si alza, muovendo le mani, come a dire, ho capito, io ho capito.

Lo spilungone resta in terra. Tu prendi Denise per un braccio e esci dalla stanza, dalla casa.

Denise non dice molto. Piange in maniera discreta. Prova a offrirti quelle cose che si offrono quando non si ha niente da offrire.

«Il tizio della posta è morto», le dici.

Senti il suo braccio contrarsi improvvisamente.

«Merda, merda, merda», bisbiglia, cercando di asciugarsi la faccia dalla pioggia.

Entrate nella stazione di polizia a braccetto, come una coppia di sposini.

Bob Defaux vi viene incontro e senza salutarti prende in consegna Denise.

«Come stai Jim?» Una voce alle tue spalle.

Il capo. Dennis Tabbot.

«Tutto a posto Dennis.»

«Ci hai portato la nostra Denise, bravo.»

«Pecorelle smarrite.»

«A spasso con i porci», sorride.

Ti prende per un braccio e ti porta verso il suo ufficio.

« Jim Jim, da quanto ci conosciamo?»

«Tanto.»

«Tanto non è abbastanza Jim, da sempre, da sempre, ecco da quando ci conosciamo.»

Annuisci entrando nel suo studio pieno di fotografie dei suoi figli, dei suoi cani, delle sue vacanze.

«Siediti. Vuoi qualcosa da bere? Si che la vuoi, sorride, siamo sempre assetati noi porci, dico bene?»

La immagini sorridente e sanguinante mentre fissa gli ultimi brandelli di scarpa ancora fumanti.

Dennis Tabbot ti passa un bicchiere di whiskey.

Dennis Tabbot con cui versavi acqua e sale nelle bocche di tossici silenziosi, picchiandoli prima sulla gola, per fargliele aprire, come uccellini, fino a gonfiargli la lingua, segnando le gengive con il bianco dell’arsura.

«Sono tempi strani Jim», riprende a parlare, «strani persino per porci come noi. Hai seguito la storia della vedova di Pimlico?»

Scuoti la testa.

«Questa vecchia di origine russa negli anni sessanta si è sposata un ricco uomo d’affari. Gran fica, ai tempi, alta, tette enormi, bel faccino. Insomma la tipa russa si sposa con l’uomo d affari e ci sta assieme fino a che il gonzo muore, quattro anni fa. Vero amore Jimmy boy, affinità elettive, vacanze esclusive. Poi lui muore e la lascia sola, sola come una cane, i due erano troppo impegnati a guardare tramonti per fare figli. Comunque. Due giorni fa la russa, che tra l’altro cammina a malapena dopo essersi spaccata l’anca durante una prova di equitazione, si arrampica su un albero di Hyde Park come una cazzo di ragno a motore. Si sistema in cima all’albero e inizia a sparare con uno dei fucili del marito. In dieci minuti ha freddato dodici persone, due cani e uno sbirro. Mi segui Jim?»

Annuisci

«Hanno dovuto mandare un elicottero per tirarla giù.»

«L’hanno ammazzata?»

«No.»

«Si è consegnata da sola alla polizia?»

«No, non si è consegnata alla polizia Jim, ha chiamato la polizia, li ha chiamati lei gli sbirri.»

«Dall’albero?»

«Piangendo come una bambina. Supplicava aiuto, aiuto, non so dove sono.»

«L’hai interrogata?»

«Si.»

«Allora?»

«Non si ricorda niente.»

Porgi il bicchiere. Dennis lo riempie fino all’orlo. Vorresti liberarla dal fumo, dalle catene, vorresti smettere di tagliarti, di tagliarla, per trovare cose che non importano, cose che nessuno vuole indietro.

«Quanti anni ha?»

«Settanta.»

«E quanto era alto l’albero?»

«Un palazzo a radici, un fottuto palazzo a radici. Ma la vuoi sapere la cosa più assurda?»

Bevi il tuo whiskey.

«La vecchia è cieca, Jim.»

«Cieca?»

«Come il buco del culo di un condannato a morte.»

Tu e Dennis rimanete in silenzio. I due porci silenziosi.

Bussano alla porta.

«Che?» grida Dennis.

Una poliziotta bionda apre la porta.

«Sua moglie Capo.»

«Merda. Ritorno subito Jim, aspettami qua.»

Dennis esce dalla stanza.

Dennis e le sue fotografie in spiaggia mentre mostra un pesce appena comprato o appena pescato. Dennis sulle dolomiti con un cappello di lana fatto a mano.

Dennis e il Porco hanno ucciso delle persone. Tra una vacanza e l’altra, tra una fumata e l’altra.

Lei sarà sdraiata sul pavimento, tra lattine di birra vuote, lei che tu chiami principessa o povera troia e altre volte 69. Ti sta aspettando. Perché vuole essere lavata, vuole essere strozzata.

Come faceva uno dei tizi che tu e Dennis avete ammazzato e che viveva con lei. Anche lui la lavava e la strozzava. E tu lo hai ucciso. Con un martello e una corda. In un parcheggio sotterraneo.

Non hai avuto tempo di chiedergli se anche lui avrebbe voluto levarle la catena, farla diventare musica, cucire la sua pelle per sempre tagliata.

Gli hai spaccato la testa con un martello mentre Dennis lo strozzava con una corda e gli sussurrava all’orecchio: vedi cosa succede, vedi cosa succede, vedi cosa cazzo succede?

Bevi un altro bicchiere. Provi a immaginarti una vecchia di settant’anni, cieca, che si arrampica su un albero in Hyde Park e riesce a sparare come un cecchino per dieci minuti, per poi chiamare la polizia perché non sa dove si trova. Non lo sa perché è cieca. Perché ha settant’anni ed è una vecchia rincoglionita.

Ma allora chi è diventata in quei dieci minuti da cecchino, cosa è diventata?

Dennis ritorna nella stanza.

«Voglio che il tuo oracolo parli con la russa Jim.»

«Meglio di no.»

«Deve parlarle.»

«Vuoi farla venire qui, qui in caserma?»

«No Jim, c’è troppa gente. A casa tua Jimmy boy, la devo portare a casa tua.»

«Lo sai che…»

«Lo so», ti interrompe, «lo so e me ne fotto. È una roba grossa Jim. Non è il primo di questi casi».

«Il ragazzino nella centrale elettrica?»

«E la puttana nel caveau della banca, il pensionato nella stazione dei treni, lo studente in gita. Stanno diventando troppi.»

«Quando?»

«Stasera.»

«Stasera no.»

«Non te lo sto chiedendo. Ti sto informando.»

Il mare per il tuffatore non è nient’altro che uno spazio da infrangere. Una membrana.

«Tra due ore Jimmy. Fatti trovare pronto.»

Esci dalla porta.

Nelle strade soltanto meduse confuse e carcasse sorridenti.

Ma ora sai che questa non è la fine del tuffo.

Ti domandi con orrore che cosa si veda alla fine del tuffo.

E ancora più terrorizzato, se la fine del tuffo si lascerà osservare.

Oppure sarà soltanto discesa.

Senza fine apparente.

A Londra non importa.

Londra.

Madre delle cicatrici.

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One Response to Primo capitolo di un romanzo noir

  1. Lydia f. il 21 marzo 2014 alle 21:04

    “Adesso sei tu a fumare.
    Il sapore della sua saliva sulla banconota arrotolata.
    Il sapore della tua saliva sulla banconota surriscaldata.
    I vostri baci.
    I vostri baci come un dialogo di specchio e tenebra.”

    Molto bello. Ma è lo stesso Orso Tosco di In tutte i quartieri in tutte le grotte? Schizofrenico.



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