Roderick Duddle – Michele Mari

25 aprile 2014
Pubblicato da

di Antonella Falco

mari_duddle

Ci sono romanzi che ci catturano fin dalla prima pagina e non ci lasciano più, romanzi che ci fanno perdere la cognizione di tutto il resto. Che ci riportano indietro nel tempo, alle fameliche e appassionate letture dell’adolescenza, quando leggevamo Il richiamo della foresta di London o L’isola del tesoro di Stevenson e venivamo completamente assorbiti da quelle storie e catapultati in mondi avventurosi dai quali ci riscuotevamo solo per sopperire alle basilari necessità fisiologiche della vita. Era a malincuore che ritornavamo alla realtà, sorpresi di come il tempo fosse volato e fosse già prossima l’ora di cena: ci sedevamo a tavola con aria assente e trasognata, sotto lo sguardo perplesso di nostra madre, e tra un boccone e l’altro continuavamo a fantasticare sulle storie e i personaggi del romanzo fin quando non ci era concesso di tornare nuovamente a inabissarci nella lettura.

Il romanzo che oggi, a distanza di tanti anni, mi ha permesso di fare questo piacevole salto indietro nel tempo è Roderick Duddle di Michele Mari. Della trama svelerò poco o nulla, per non rovinarvi il gusto della lettura. Vi basti sapere che il Roderick Duddle del titolo è un bastardello di dieci anni, figlio di una prostituta ed erede inconsapevole di un’enorme fortuna che fa gola a tanti loschi figuri, facendo di Roderick il centro di una fitta trama di intrighi che si dipana per oltre quattrocento pagine. Pagine che scorrono via leggere come la prua di una nave che col vento a favore scivoli su placide acque.

Mari si diverte – ed è un divertimento che per proprietà transitiva si trasmette dall’autore al lettore – a scrivere un romanzo meravigliosamente anacronistico che se ne infischia bellamente dei temi predominanti nella narrativa odierna e dei gusti del lettore, seguendo null’altro che la propria personale e travolgente ispirazione. Ci regala così un romanzo perfettamente dickensiano, ambientato in una Inghilterra ottocentesca della quale disegna con cura certosina una minuziosa toponomastica immaginaria (il romanzo si apre con una piantina che l’autore ha disegnato di suo pugno e che racchiude l’intero avventuroso mondo di Roderick). Ma non di solo Dickens si nutre questa storia, che non trascura di omaggiare – come già Mari aveva fatto nel racconto Otto scrittori, di certo uno dei più bei racconti degli ultimi trent’anni di narrativa italiana – i classici del romanzo d’avventura marinaresco quali L’isola del tesoro di Stevenson, Moby Dick di Melville e Gordon Pym di Poe. Questi i riferimenti più macroscopici. Ma non mancano suggestioni, e l’elenco non vuole certo essere esaustivo, da Conrad, da Steinbeck (leggendo del personaggio di Lennie come non pensare a Uomini e topi?), da Mc Carthy, dal marchese De Sade e dal Manzoni della monaca di Monza (per quanto concerne i personaggi di suor Allison e della badessa), mentre il silente Ram-Singa si ammanta di tutta l’esotica e lussureggiante musicalità dei nomi salgariani: se è vero, come diceva Borges, che lo scrittore crea la realtà nominandola, allora è vero che Mari facendo propria la capacità di Salgari di racchiudere l’esotismo in una parola, in un suono, in un semplice baluginio semantico, ci spalanca tutto un mondo di leggendarie avventure miniaturizzandolo nell’ammaliante potenza del nome Ram-Singa.

Nella vasta galleria di personaggi che affollano questa intricata storia almeno tre restano indelebilmente impressi nella memoria del lettore. Primi fra tutti il Probo e suor Allison. Del primo vale la pena sottolineare l’ambiguità semantica del nome che rimanda antifrasticamente alla virtù della probità laddove egli è in realtà uno spietato e preciso sicario. Ma Probo è anche abbreviazione di “proboscide” e quindi rinvia alla singolare anomalia fisica del personaggio. Difficile non pensare al John Merrick reso celebre dal film The elephant man di David Lynch, ma trattasi solo di suggestione fisiognomica, essendo ben altra la personalità del nostro. Il dettaglio della voce bassissima, quasi un sibilo, che lo contraddistingue, giova a renderlo ancora più inquietante.

Analogamente al Probo anche suor Allison porta impresso nella propria carne lo stigma della diversità: con le loro anomalie anatomiche ambedue sono espressione di quella teratologia da sempre cara a Mari. Sono loro i personaggi più affascinanti dell’intero romanzo: la scena del loro incontro costituisce uno dei momenti più sublimi di tutta la storia.

Ma se il Probo è figura inquietante e seducente fin dal suo primo apparire, diversamente accade per suor Allison, personaggio originariamente del tutto marginale che diviene strada facendo uno dei protagonisti, nonché degli strateghi, della vicenda: vera e propria maliarda, manipolatrice di destini. Suor Allison è la dimostrazione di come un personaggio possa iniziare a vivere di vita propria e imporsi all’autore, il quale sospendendo l’onniscienza che il suo ruolo di voce narrante gli attribuisce, sperimenta il piacere di scoprirsi spettatore e di osservare l’evolversi della storia senza tracciare schemi o programmi predefiniti, assistendo piuttosto giorno dopo giorno, con la curiosità propria del lettore, al corpo a corpo inscenato dai personaggi per sopravvivere e far valere la propria superiorità su tutti gli altri.

Completa la terna dei personaggi indimenticabili il signor Jones, sorta di cattivo simpatico che pur non lesinando trame e inganni suscita nel lettore uno sguardo indulgente e divertito: le sue innocenti perversioni ce lo rendono fin troppo vicino e umano, essendo riflesso irrefutabile del lato oscuro che alberga in ciascuno di noi, mentre il procedere della narrazione ci svela l’insospettabile candore del suo animo. È Jones a incarnare il vero doppio (poteva mancare questo tema in un romanzo di Michele Mari?) della storia, molto più della coppia di bambini identici Roderick-Michael. Ma il gioco degli alter-ego e dei doppi innerva anche il prologo e l’epilogo del romanzo dove Roderick, o forse dovremmo dire Roderick-Michael, trova un ulteriore alter-ego in Michele Mari figlio di Enzo e di Iela a conferma del gioco di specchi che lega questi personaggi all’autore.

Mentre leggevo il libro mi sono chiesta più volte come possa un romanzo che ricalca gli stilemi del feuilleton e ripropone tutti gli stereotipi del romanzo d’avventura ottocentesco, un libro quindi che non racconta niente di originale, tenere il lettore incollato alla pagina senza che abbia mai un calo di attenzione o un momento di noia, facendolo anzi vivere in apnea per tutto il tempo che suo malgrado è costretto a trascorrere lontano dal libro, divenuto ormai indispensabile serbatoio d’ossigeno mentale e linfa vivificatrice della sua fantasia troppo spesso mortificata dall’orrendo mondo.

La risposta è da ricercarsi nella maestria con la quale da sempre Mari maneggia i materiali della tradizione letteraria e nella passione, nel trasporto, nell’ardore oserei dire religioso con cui li ha letti e assimilati fino a renderli parte integrante della sua stessa persona: «certe cose non solo si possono continuare a dire bene e originalmente anche se sono state già dette» ha affermato Mari in un’intervista – «ma ci sono cose – anzi, la letteratura è proprio la patria di queste cose – che si possono dire solo perché sono state già dette, proprio perché sono state già dette. […] Se ti senti non esautorato in quanto tutto è già stato detto, ma una specie di ventriloquo attraverso cui quelle voci continuano a parlare, non sei più un pupazzo di legno, sei un essere vivo, un essere che senza nemmeno accorgersene se ne trova una tutta sua, di voce».

Qualcuno, certo maldestramente, incapperà nella tentazione di definire Roderick Duddle un romanzo di formazione. Ebbene, sappiate che nulla è più alieno a Michele Mari di una concezione formativa e pedagogica della letteratura: la grande letteratura è anzi il più delle volte diseducativa, un libro non necessariamente rende migliore chi lo legge, Mari al contrario è convinto che «i libri guastino, rovinino. Che i libri turbino. Seducano e perdano» e non manca di ricordare le parole dell’amato Manganelli secondo cui la letteratura non è autentica «se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso», a conferma del fatto che «i libri che non danno disagio sono libri disertati dagli dèi».

Dunque non esiste grande libro che non sia contaminato dal veleno della vita («Fiorita dal male e sul male della vita la letteratura, come opera di vivi, non può fare a meno di compromettersi in continuazione con quel male», scrive Mari ne I demoni e la pasta sfoglia), ma proprio in virtù di questo contagio esso non tollera di lasciarci uguali a prima. E Roderick Duddle di certo non lascia il lettore che trova.

Tag: , , ,

7 Responses to Roderick Duddle – Michele Mari

  1. alida airaghi il 25 aprile 2014 alle 10:30

    Splendida recensione-omaggio a un grande scrittore.

  2. diamonds il 25 aprile 2014 alle 10:57

    Voglio leggere un libro scritto da Antonella Falco(assolutamente)

    http://youtu.be/L5br5Y7_DeU

  3. Gloria il 25 aprile 2014 alle 15:35

    Ed è anche quello che dice Tabucchi:certe cose si possono dire, raccontare proprio perchè sono già state dette. L’originalità dell’autore consiste nel come si pone rispetto alle voci che gli giungono, nel modo di rimettere a posto certe schegge letterarie, nel ricostruire il racconto, nel dargli una nuova vita, un senso del mondo che sia proprio e vero. Ed è quella voce di memoria che ti resta dentro, per sempre.

  4. Serafina il 26 aprile 2014 alle 12:13

    Bella questa recensione. Mi ha fatto venire voglia di leggere il libro di Michele Mari, che non conosco.

  5. […] Roderick Duddle – Michele Mari | Nazione Indiana. […]

  6. davide vargas il 5 maggio 2014 alle 08:51

    una noia….e poi non è meglio leggere gli originali? Dickens per esempio….

  7. Roderick Duddle a Bologna | Andrea Tarabbia il 9 giugno 2014 alle 14:56

    […]  «Ci sono romanzi che ci catturano fin dalla prima pagina e non ci lasciano più, romanzi che ci fanno perdere la cognizione di tutto il resto. Che ci riportano indietro nel tempo, alle fameliche e appassionate letture dell’adolescenza, quando leggevamo Il richiamo della foresta di London o L’isola del tesoro di Stevenson e venivamo completamente assorbiti da quelle storie e catapultati in mondi avventurosi dai quali ci riscuotevamo solo per sopperire alle basilari necessità fisiologiche della vita. Era a malincuore che ritornavamo alla realtà, sorpresi di come il tempo fosse volato e fosse già prossima l’ora di cena: ci sedevamo a tavola con aria assente e trasognata, sotto lo sguardo perplesso di nostra madre, e tra un boccone e l’altro continuavamo a fantasticare sulle storie e i personaggi del romanzo fin quando non ci era concesso di tornare nuovamente a inabissarci nella lettura».Antonella Falco – Nazione Indiana (il pezzo continua qui). […]



indiani