L’Europa di Telemaco

di Daniele Ventre

 

 

Nella ingloriosa peripezia dell’Unione Europea, fra il sorridente gelo di una Merkel, il ghigno intempestivo di un Farage, le sguaiataggini mediatiche di un Grillo, le implosioni xenofobe di una Le Pen e il telefonico e telegrafico “Fuck the EU!” di Victoria Nuland in tema di Ucraina, sembra che le metafore odissiache siano d’un tratto tornate di moda. In questa inopinata Odyssey-renaissance, nella consapevolezza dell’assenza definitiva di Ulisse, forse inghiottito oltreoceano dal vortice di un inaccessibile purgatorio finanziario in vista di una Lady Liberty armata di spada, qualcuno (lo stesso Matteo Renzi fra gli altri) evoca l’idea che le giovani generazioni attuali, portatrici di una inevasa domanda di padre, siano affette da quello che si è voluto chiamare complesso di Telemaco, sulla scorta dell’allegoria psicanalitica proposta da Massimo Recalcati, uno degli uomini chiave meno oscuri nel panorama dell’ovvio culturale nostrano.

Lacan e padri svaporati a parte, la valenza politica del mito ha una lunga storia, che per ovvie ragioni non ripercorreremo adesso. Ci dedicheremo al più agro e cerebrale divertissement di estremizzare la metafora, e quasi di sceneggiarla, per come essa appaia più rivelatrice, in negativo, di quanto si vorrebbe. Perseguiremo questo nostro curioso e svagato impulso analitico soffermandoci su tre (sì, sempre tre, as usual) punti essenziali: la situazione di partenza (storico-politica) del mito; il “complesso di Oreste” e l’interazione con Atena; il tema del viaggio.

 

 

1. La politica ai tempi di Telemaco

Il primo illuminante spunto che il mito getta sull’oggi salta all’occhio già solo a considerare lo stato iniziale della Telemachia: in una terra dove il re è disperso, un nutrito gruppo di pretendenti alla mano della regina presunta vedova (tutti giovani di esclusiva estrazione aristocratica) dissipa ciecamente le risorse dell’economia pastorale e agricola arcaica, quasi che tale economia sia chiamata per spinta intrinseca a una crescita infinita. Il tutto avviene nell’indifferenza generale, alla presenza di una struttura assembleare esautorata dallo stesso potere di pressione dei pretendenti. L’assenza del re, che nell’economia protostorica (Harris docet) controlla e ridistribuisce le risorse, implica la disintegrazione delle riserve e della struttura produttiva deputata a rinnovarle. I verbi che il poeta dell’Odissea, per bocca di Telemaco, impiega per descrivere lo sciupio (e che io riporterò qui prono alla mia tara di folle grecizzante), sono piuttosto chiari: l’atto bestiale del διαρραίνειν, “fare a brandelli” (di cui potrebbe divenire vittima, al limite, Telemaco stesso: διαρραίνουσι καὶ αὐτόν: “sbraneranno anche me”, α 251); lo stato di marcescenza e degrado delle risorse in quanto tali (τὰ δὲ πολλὰ μαραίνεται: “molto si consuma, deperisce”, β 58). Ricordiamoci, a tal proposito, che da un certo punto di vista, quello della sistemazione tardo-micenea del mito, l’Odissea è l’epos di un dopo-crisi: i regni achei si sono impegnati (invano) nell’ultima grande impresa di conquista, il tentativo di controllare l’Asia (in termini tardo-elladici = Ilio e la Troade); la loro espansione però si è arrestata; la loro economia è caduta in ginocchio per l’eccessivo drenaggio fiscale, imposto dai crescenti bisogni del palazzo, della burocrazia e dell’esercito, necessario, quest’ultimo, per le vitali imprese militari transmarine e per tenere a bada bande di pirati, predoni e migranti senza controllo che a causa di un complesso di circostanze eccezionali di difficoltà verificatosi nelle loro aree geografiche di partenza (Mediterraneo centro-occidentale, entroterra balcanico meridionale) si muovono alla spicciolata, lungo ben note rotte commerciali di mare e di terra, con imprevedibili e catastrofiche conseguenze, dalle zone periferiche dell’ecumene politico della tarda età del bronzo. Alla crisi e al dopoguerra, una volta crollato il sistema dei grandi palazzi in difficile equilibrio reciproco, cercano ancora di rispondere i residuali signorotti sub-micenei, lanciandosi in disperate imprese piratesche e di commercio improvvisato, verso le coste del Mar di Levante e il delta del Nilo. Alcuni ritornano, altri no. Il risultato, comunque, non è sufficiente a mantenere l’infrastruttura della civiltà, che collassa in un degrado di sopraffazione quotidiana e di disorientamento. Da un altro punto di vista, quello dell’età protoarcaica in cui fu effettivamente composta, l’Odissea è un poema della crisi in atto: la crescita demografica favorita dall’assestamento progressivo delle economie tribali di IX e VIII secolo, ha determinato il risorgere di aristocrazie intraprendenti e rapaci, che si pongono di nuovo a capo di imprese di espansione “trans-statali”, stanno blindando ed esautorando le strutture, di per sé tendenzialmente egualitarie, delle democrazie militari dell’età di mezzo: un po’ dappertutto emergono cricche di principi mangiatori di doni e divoratori del popolo, che concentrano nelle loro mani tutte le risorse della primitiva società agraria, sfruttandole a loro arbitrio e opprimendo tutti gli altri. I riassestamenti politici delle oligarchie e delle democrazie della matura età della polis sono ancora di là da venire, e comunque poche aree ne usufruiranno in pieno. Nell’immediato, c’è solo da partire verso l’occidente mediterraneo pre-coloniario, ancora ignoto e popolato di mostri decisamente poco amanti degli xénoi, degli ospiti-stranieri.

In un simile scenario, il ritorno del re-padre ha una funzione specifica, dal punto di vista di quella grande narrazione che comunque l’Odissea di fatto è: implica il ristabilirsi dell’autorità politica dell’assemblea, con cui il basilèus, che non è un monarca assoluto o un tiranno, governa di concerto -e da cui viene di fatto designato, tanto che la successione di Telemaco non è così scontata; il ritorno implica soprattutto il restaurarsi di un’economia di equilibrio produttivo di conservazione e ridistribuzione delle risorse. Fuor di metafora, Telemaco attende un “padre” che sia anche un’autorità politicamente legittimata e credibile, tale da restaurare l’ordine produttivo della società prima che questa vada in sfacelo; il dettaglio più interessante ai fini del nostro discorso, tuttavia, è notare che per Telemaco quest’ordine legittimante è la norma, costituendo il disordine illegittimo dei pretendenti una sinistra eccezione. Nel contesto storico-mitologico dell’Odissea interlocutori immediati di Telemaco sono il ben governato regno di Nestore a Pilo e la ciclopica reggia di Menelao a Sparta. Il poeta dell’Odissea ha facile gioco nel mettere a raffronto implicito il banchetto scomposto e bestiale dei pretendenti, con l’agape di Poseidone imbandita da Nestore e con la rutilante festa matrimoniale organizzata da Menelao per sua figlia Ermione e suo figlio Megapente -due momenti topici in cui il basilèus di turno attua, in un rituale spontaneo, aperto o implicito, di intermediazione col divino (cioè, fuor di costruzione ideale e cognitiva da società orale arcaica, sulla base dei valori sociali fondanti e condivisi) la sua funzione archetipica di *pH2tér “nutritore-protettore”, cioè dispensatore di risorse (e per tornare all’ovvio culturale, non è un caso che “padre”, “pane”, “pascere” e “pastore” condividano la stessa radice indoeuropea). L’altro aspetto notevole è che nell’Odissea il padre per sua natura spontanea sa di dover cedere il passo al figlio, una volta che questi ha fatto propria, a suo modo e secondo la sua natura, l’eredità identificante del padre: nella Telemachia, tutti i re-padri in carica stanno legittimamente (e non per via di nepotismo sgusciante) tramandando sé stessi attraverso la generazione successiva, la cui presenza (ad onta di tutte le interpretazioni adolescenzial-ribellistiche di certa tradizione astorica post-sessantottina) viene valorizzata implicitamente: i figli e le figlie di Nestore -a parte Antiloco, caduto a Ilio per mano di Memnone e poi vendicato da Achille- annunciano, con la loro partecipazione attiva alle dinamiche rituali pubbliche della comunità, che la continuità sociale dei Pilii è destinata a perpetuarsi. Addirittura potremmo azzardarci a notare (sempre più corrivi alla perversa tara filologizzante di cui sopra) come nel rito ospitale del bagno di Telemaco, a cui presiede una delle figlie di Nestore, la principessa Policaste, l’aedo odissiaco si spinga a prefigurare un’ipotesi di matrimonio esogamico -e Telemaco viene così naturalmente e allusivamente reimmesso nel circolo del perpetuarsi generazionale, che a Itaca è interrotto.

Sulla base di queste considerazioni finali, potremmo anche troppo facilmente essere indotti a pensare che al confronto del loro eroico archetipo di VIII sec. a.C., i Telemachi di oggi sono ben più sfortunati, dato che devono affrontare un mondo in cui la non credibilità dell’autorità politica costituisce invece la norma -essendo la legittimità democratica relegata in esempi tanto remoti quanto comodi (per le élites, non per i Telemachi) di eroismo neo-terzomondista vecchio e nuovo, dal sub-comandante Marcos a Josè Mujica, passando per Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi. Ma per il resto il Telemaco medio di quest’ultimo trentennio, privo di polarità identificative credibili, si configura come un giovane le cui prospettive future, lavorative e non solo, subiscono ogni giorno da padri giovanilistici, rampanti e onnipervasivi piuttosto un confinamento che un incentivo, tanto che a essere nei panni di Recalcati, ci si interrogherebbe piuttosto sull’opportunità di abbandonare l’idea del complesso di Telemaco per parlare invece, in materia di genitori, di una sindrome di Peter Pan degenerata in complesso di Crono. Beninteso, i genitori di cui stiamo parlando non sono i padri e le madri biologici di un’intera generazione costretta a campare suo malgrado di pensioni e stipendi parentali: stiamo parlando dei padri più o meno nobili che si sono da tempo arrogati il diritto di farsi venerabili maestri (per tornare all’ovvio culturale delle citazioni da istant-book) di una società in cui i pretendenti neo-liberisti detentori di una ricchezza virtuale che si presume infinitamente espansiva (e tale non può essere) stanno facendo a brandelli, senza proposito di grandi piani, ma per mero cieco impulso captativo, tutti gli altri, così che troppo si perda.

 

 

2. L’obliterazione di Athena – il modello di Oreste

Nell’Odissea, il momento che innesca il passaggio di Telemaco all’azione è l’arrivo a Itaca di un ospite del padre, una figura paterna vicaria, Mente (il cui nome, così come quello dell’altra guida di Telemaco, Mentore, ha l’ominosa radice *men propria dei termini legati alla memoria e al raziocinio). Ovviamente, dietro il volto umano di quest’ospite del padre si cela l’intelligenza divina di Athena, che si fa principio motore della maturazione del giovane attraverso lo spontaneo riconoscimento della sua ormai evidente maturità (per averne conferma, basterebbe leggere le parole della dea a α 295 ss.). Già in questo semplice enunciato l’abisso fra il mito e il suo oggetto di comparazione è più che palmare. I figli, nell’Odissea, sono determinati per loro natura intrinseca a farsi carico dell’eredità paterna come identità, e dove necessario, il loro compito sarà rivendicare, e vendicare, la figura paterna. L’esempio continuo che Telemaco ha davanti, quello di Oreste che uccide Egisto punendolo per l’assassinio di Agamennone, diviene così il termine di paragone a cui Telemaco è chiamato a conformarsi. Il figlio si pone allora come difensore, sostenitore del padre, in un rapporto di reciprocità che può fondarsi proprio perché il padre di omerica memoria ha agito, sul figlio, come polo di forte identificazione sociale, riconoscendo spontaneamente il momento della maturazione del figlio. Le società arcaiche precristiane sono senz’altro società del tempo ciclico, in cui il mondo è governato da una ananke tanto naturale quanto ineludibile, in virtuù della quale la libertà del singolo individuo consiste nel raggiungere il proprio approdo destinale in modo più o meno cosciente, ma comunque spontaneo. Tuttavia in nessuna società arcaica, per fatalista che fosse, si è mai raggiunto il livello di rassegnazione inerte che i padri lacanianamente evaporati dell’Europa contemporanea (e dell’Italia in specie) trasmettono alle generazioni che dovrebbero seguirli. Si è spesso evocata, per la società post-moderna (e post-post-moderna) l’idea di una fine della storicità (più che della storia) e l’immagine del ritorno a un pensiero del tempo umano scandito “per ère geologiche”, cioè, fuor di metafora calviniana, misurato sui parametri di forze astoriche perché espressione di una struttura profonda che ci agisce e ci sembra di fatto trascendere l’orizzonte della storia come grande romanzo di formazione dell’umanità, il cui motore è segnato dall’agire umano, sia che si faccia incarnazione dell’idea assoluta, sia che si presenti come attuatore dei mutamenti oggettivi di una dialettica economica. In realtà i genitori e i mentori pubblici dei Telemachi del nostro tempo proiettano sui figli la cappa di piombo della necessità nevrotica dell’implosione sociale: dai parametri di Maastricht all’ipoteca del debito, dall’inafferrabilità dei flussi della ricchezza virtuale gestita dal trading finanziario transnazionale al contrarsi dei diritti offerti in olocausto sull’altare del Dio Bilancio, l’autofagica civiltà europea contemporanea sta celebrando nel tofet monetario un enorme e inesorabile sacrificio di massa, una immolazione plurima di Isacco in cui tutti sanno che l’angelo dell’economia virtuale non fermerà la mano dei “padri”. Dall’imprenditore che non assume, ma licenzia e delocalizza per sopravvivere, all’affare del precario rimandato di master a pagamento in master a pagamento, di Adecco in corso di formazione, purché il long life learning non approdi mai al lavoro, se no l’affare finisce, il “padre” del Telemaco del XXI secolo ha sancito per legge che Telemaco non dovrà mai veder riconosciuto il momento della sua maturazione e della sua realizzazione. Athena-Mente oggi direbbe a Telemaco che non ci sono prospettive, che “dove-vuoi-andare-sbarbatello-chi-ti-credi-di-essere”, che questa non è un’Itaca per figli di Ulisse, che è fortunato fintantoché mamma Penelope può pensarci e sarebbe meglio se poi lei si sposasse un pretendente ricco -e per concludere lo qualificherebbe come “bamboccione” e “sfigato”. O nella migliore delle ipotesi, incarnando la tardiva allegoria della dea del pensiero filosofico e razionale, Athena farebbe riflettere Telemaco sul fatto che la sua pretesa di vedere il ritorno del padre non ha più fondamento, perché le grandi narrazioni storiche sono morte, morte le idee, morto dio, morto, in definitiva e defintivamente, anche il padre come tale e la pretesa di vendicarlo, come ha fatto Oreste -perché questa non è un’Itaca per padri di Telemaco. E gli manderebbe infine una cartolina postale dall’Olimpo, con tanto di certificazione della propria presenza assente -facendogli notare che in definitiva, anche il thalamos regio non è stato costruito intorno a un olivo, ma è (af)fondato su una proliferazione multipla di cedevoli rizomi. Svanito l’ulivo sacro come totem, rimane il ripeness is all come tabù. Nel frattempo, fra tante illustri assenze, nella sala del banchetto nemmeno Femio sta troppo bene: a causa della spending review, dovrà cantare e tessere le sue canzoni epiche, da buon tessitore di canti (rapsodo) per 20 ore su 24 in piedi, con in cambio solo un tozzo di pane duro: del resto si sa che gli aedi e i rapsodi sono fannulloni e che anche i beni cognitivi vanno privatizzati, in uno Stato moderno! Nel frattempo, in materia di canto e di tessitura, i Telemachi moderni non possono nemmeno aspettarsi più di tanto che la tela di Penelope, questa operazione magica ancestrale di evocazione indiretta fra canto e racconto (quasi una tessitura e un canto di Moire), finisca per far tornare il padre davvero… Possono al massimo sperare che la pensione genitoriale duri il più possibile, quando c’è, visto che il job manca, è in nero, se non addirittura non pagato.

 

 

3. Conlusioni – il viaggio di Telemaco: partenza e ritorno.

Alla maturazione di Telemaco, nell’Odissea segue la presa di posizione pubblica (formalmente necessaria, ma in sostanza inefficace) davanti ai pretendenti e all’assemblea, e il viaggio alla ricerca del padre, le cui tappe abbiamo già richiamate sopra. L’analogia con la fuga all’estero di un’intera generazione si porrebbe spontanea, non fosse che per un dettaglio. Il Telemaco del secolo VIII a. C. non è partito in cerca di fortuna verso orizzonti estranei, senza preventivare un ritorno: è andato in cerca di notizie, presupponendo un ritorno il più possibile rapido, considerando lo stato di crisi istituzionale di Itaca. Soprattutto, all’estero non ha incontrato il ghigno di Farage, gli xenofobi lepeniani o la degnazione di Angela Merkel. Telemaco cerca il kléos (“fama, gesta epiche”) del padre (γ 83) come se inseguisse le stelle lungo l’equivalente marino di una via dei canti aborigena, una rotta che è viaggio sulle onde ma è anche, tanto per essere sempre più ovvi, viaggio interiore: Telemaco, con affianco Athena, costruisce la propria grande narrazione sul solco delle schiume sollevate dalla nave, e dalla grande narrazione, di Ulisse; è peraltro questa l’unica via che il figlio può percorrere andando incontro al padre, cioè costruire la propria memoria (eroica) così che anche i tardi nipoti lo lodino (α 302 = γ 200). In questo cammino incontra i compagni del padre, che attraverso il riconoscimento esplicito dell’identificazione, non solo psicologica ma anche fisica, con il padre (α 207, δ 142 ss.) lo riconoscono loro pari. Telemaco, così come Ulisse, non è un migrante (con buona pace degli evocativi nomi odissiaci di tante associazioni per l’accoglienza dei migranti). In ogni caso, alla luce di quanto abbiamo detto finora, appare evidente come per certi versi l’allegoria recalcatiana, per gli aspiranti Telemachi di oggi, assuma connotati sottilmente e ingenerosamente dileggiatori -e per molti aspetti esplicativamente insufficienti-, nell’Europa del complesso di Crono e del tofet monetario -quando non induca i padri a sentirsi assolti, in presenza di Telemachi un po’ troppo bamboccioni e non abbastanza coraggiosi: anche perché non si comprende quale nuova esperienza o memoria possa costituirsi oggi, in assenza di ogni principio di ragionevolezza, sotto il dominio dell’iper-razionalismo schizofrenico dei mercati, alla presena di un nichilismo da salotto, con la certezza che il ritorno, il nostos, è destinato a rimanere leggenda. Il mito, di per sé, è insidioso: non conosce sfumature intermedie; come grande narrazione animata di insospettabile vita latente, ignora il pensiero pigro che rifiuta le grandi narrazioni: a instaurare improprie analogie, di fronte al suo passato senza tempo risaltano estreme le poche luci e le troppe tenebre di ogni inadeguato presente.

3 Commenti

  1. Grazie D. Ventre. Una sciabolata sulle blaterazioni, logismi, evacuazioni comunicative, ecc. Anche se dissento dall’equazione cruciale; Mito di Cronos=Patristica postsessantottista.
    Il Mito di Cronos sta nelle viscere di tutte le Rivoluzioni vere, profonde!
    Ma questo un Argomento indigesto da decenni e assolutamente drammatico da studiare.
    Se qualcuno ne avrà il fegato!

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daniele ventre
Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).