Cìcikov

lunadi Romano A. Fiocchi

Quando il modulo lunare appoggiò le sue zampe metalliche in prossimità del Mare dei Sogni, il piccolo astronauta ebbe un tuffo al cuore.

Si chiamava Ivan Petrovič Cìcikov, discendente di quel Pàvel Ivànovič Cìcikov che collezionava anime morte in un romanzo d’altri tempi. Ecco perché tutti lo chiamavano semplicemente così, Cìcikov. Ma al contrario del suo trisavolo, niente anime morte: questo Cìcikov collezionava sogni. Fin dai primi anni di scuola aveva sognato di diventare astronauta per vedere la faccia nascosta della luna e si era così incaponito in quel desiderio infantile da dimenticarsi di crescere. Era rimasto un Cìcikov della statura di un bambino o poco più. Proporzionato ma piccolo. Nel frattempo aveva realizzato altri sogni: aveva portato avanti gli studi con ottimi risultati, si era laureato in ingegneria alla Lomonosov di Mosca e nonostante l’altezza, si fa per dire, era riuscito a conseguire il brevetto di volo con il celebre colonnello Dolgov. Ma da queste inaspettate soddisfazioni a finire sulla luna c’era un bel passo. Senza averci mai sperato, la sua corporatura da bambino si rivelò un autentico vantaggio quando l’Agenzia spaziale sovietica decise di agganciare un modulo lunare segreto a una navicella Soyuz. L’abitacolo ridottissimo scatenò la caccia agli ingegneri di dimensioni lillipuziane. Cìcikov si fece avanti. Fu subito accettato.

E allora eccolo lì, il piccolo Cìcikov, che senza rispettare il programma della missione, disobbedendo al comandante rimasto a bordo della Soyuz, interrompendo i contatti con la base di Baikonur e con la stazione orbitante, dirottava il suo modulo lunare oltre la linea di demarcazione di una splendida luna piena per finire dall’altra parte, nell’oscurità della sua faccia nascosta. Lì il buio dell’universo scendeva sino al suolo e si mangiava ogni cosa. Niente più crateri, solchi, striature a raggiera, monti e catene montuose. Cìcikov slacciò le cinture che lo legavano al sedile, agganciò zaino e manicotti per la passeggiata all’esterno, infilò il casco, aprì il portello del modulo lunare e uscì.

La tuta da cosmonauta, costruita su misura, lo isolava da ogni percezione ma sapeva che intorno a lui il silenzio era più profondo del rumore del suo respiro. Non c’era vento, sulla luna. E non ci sarebbero state né pioggia, né neve, né giornate nuvolose, né giornate afose. Il tempo non cambiava mai. C’erano soltanto la luce del giorno e il buio di una notte gelida che durava due settimane con una temperatura che scendeva sino ai centocinquanta gradi sotto lo zero. Cìcikov accese la luce sopra il casco. Compì alcuni passi incerti. La polvere si sollevava attorno ai piedi, si sentiva leggero e al tempo stesso trattenuto sul suolo lunare da una mano misteriosa, che era poi il peso stesso della tuta.

Salì l’altura che delimitava il Mare dei Sogni, accese il faretto di profondità e guardò dentro l’abisso. Fu una visione straordinaria. In fondo a un canalone c’erano ammucchiati migliaia e migliaia di oggetti provenienti dalla Terra. Erano di ogni tipo e forma, alcuni primordiali come vecchi utensili ricavati da ossa di mostri preistorici, altri modernissimi come testate nucleari dismesse. E poi mobili distrutti dai bombardamenti, chincaglierie, quintali di libri, di giornali, bottiglie di vino, armi arrugginite, attrezzi agricoli, vestiti nuovi e usati, spartiti musicali, pacchi di lettere, giocattoli, parrucche, manichini, montagne di scarpe da donna e da uomo, borse e sacchetti a non finire. Finito il canalone se ne apriva un altro, anche questo traboccante di manufatti umani lasciati lì da millenni. Era evidente che tutti i mari della faccia nascosta fossero pieni di queste cose. Gli sembrò allora di sentire la voce della luna che diceva: «Vedi, piccolo astronauta, la mia forza gravitazionale non serve solo per il movimento delle maree e per le pance delle gestanti: attira tutto ciò che l’uomo abbandona e dimentica, e lo raccoglie qui, nei mari della mia faccia nascosta. Un giorno, tutto ciò che avrà costruito l’uomo nel corso dei millenni finirà quassù».

Cìcikov si intristì. Il freddo saliva di intensità e cominciava a penetrare la tuta. Si incamminò con i suoi movimenti rallentati verso la linea di demarcazione. Una volta uscito dalla zona d’ombra, la protezione del casco dovette far fronte a una sferzata di luce e di calore. Fu allora che la vide.

Era una sfera colorata sospesa nell’oscurità dello spazio, senza frontiere né confini se non quelli dei mari e degli oceani. I bianchi erano abbacinanti, i blu intensi, i verdi e i rossi più vivaci del piumaggio di una paradisea. Non vedeva la vita – uomini, animali, piante – ma la vita traboccava da quella sfera colorata con una forza che investiva tutto l’universo. Disse allora una sequenza di frasi senza senso, del tipo: “Pensavo che fosse una cosa seria. Neppure la morte lo è. Neppure Russia America Giappone Cina. Anche le guerre, da quassù, sembrano nulla”.

Cìcikov capì che il sogno che aveva sempre inseguito era in realtà il mondo dove aveva sempre vissuto. Ma se fosse tornato a vivere laggiù, nel mondo meraviglioso che si chiama Terra, una specie di presbiopia cronica gli avrebbe impedito di riconoscerlo. E allora Ivan Petrovič Cìcikov decise. Rimase lì per l’eternità. Sarebbe stato uno dei tanti astronauti dispersi nello spazio e di cui più nessuno sapeva il nome.

E voi sulla Terra, finché la Terra continuerà ruotare intorno al sole, quando sollevate lo sguardo verso la luna ricordatevi del piccolo astronauta russo che con occhi infiniti vi osserva da lassù.

 

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4 Commenti

  1. Il cosmos è fatto di sogni tanto è bello il colore dell’universo.
    Si crea paesaggio straordinario, colori mai visti.
    Ma il racconto svela che lo spazio è solo il seminterrato dei sogni.
    Una riva degli oggetti persi del mondo
    terrestro.
    Bellissimo racconto.

  2. Sei sempre poetico nei tuoi brevi racconti. E’ vero che spesso le cose vicine non le vediamo per una nostra presbiopia congenita. La poesia serve proprio ad avvicinare le cose lontane e ad allontanare le cose vicine per apprezzarle meglio (lo sosteneva Pascoli e non solo).

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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