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La Grande Guerra dell’Italia, cent’anni dopo.
Intervista a Emilio Gentile

Bersaglieri marciano verso il fronte.   (“The people’s war book; history, cyclopaedia and chronology of the great world war”, 1919, p. 177). Internet Archive Book Images

di Davide Orecchio

(Una versione ridotta dell’intervista è uscita all’interno di un servizio più ampio sui musei europei e la Grande Guerra, pubblicato da pagina99 nel numero 57 del 30 agosto – 5 settembre 2014).

«Quando ci occuperemo del centenario della Prima guerra mondiale, nel commemorarlo dovremmo tenere conto di un fatto: l’Italia è il Paese che con l’ingresso in guerra mise in atto un programma di espansione territoriale, mentre nell’agosto 1914 tutte le potenze proclamavano di essere state costrette a dichiarare guerra per difendersi da un’aggressione o da una minaccia di aggressione».

Emilio Gentile individua subito il punto che, a suo parere, caratterizza la Grande Guerra degli italiani (sia quelli che presero le decisioni, sia quelli che obbedirono, o disubbidirono, e morirono). Per lo storico dell’età contemporanea (tra i suoi molti studi citiamo giusto gli ultimi dedicati al 14-18: il recente Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo. Storia illustrata della Grande Guerra, Laterza 2014; e L’apocalisse della modernità. La Grande Guerra per l’uomo nuovo, Mondadori 2008) «l’Italia si proponeva di annettere le “terre irredente” dell’impero asburgico, popolate da italiani; conquistare un confine sicuro al Brennero, annettendo il Sud Tirolo popolato da austriaci, e ottenere gran parte della Dalmazia, abitata in maggioranza da slavi, con l’obiettivo di controllare entrambe le sponde dell’Adriatico. Penso – osserva Gentile – che sarà necessario aver presente questa peculiarità dell’intervento per comprendere la condotta della guerra e le impreviste difficoltà a ottenere tutti i territori cui l’Italia ambiva, incontrate poi alla Conferenza di pace nel 1919».

In realtà il centenario è già iniziato. I più importanti musei storici europei, le istituzioni culturali, i governi e i media lo stanno celebrando. La convince l’impostazione che si sono dati finora?

«Tutto quello che si sta facendo oggi, specialmente attraverso la televisione, è inquadrare il fenomeno della Grande Guerra nel Novecento forse con un’enfasi eccessiva, oltre che sulla tragicità di quell’evento – come è giusto che si faccia senza retorica – sulla cosiddetta “inutilità” della guerra stessa nel suo complesso. Ciò rischia di non farci comprendere il significato che la Grande Guerra ha avuto nella storia del Novecento. Forse bisognerebbe fare uno sforzo di immedesimazione nel passato, rivivendo quei momenti anno per anno come se non ne conoscessimo l’esito, così potremmo ripensare criticamente, nello stesso tempo, nel suo svolgimento effettivo, l’esperienza di cento anni fa. Inoltre quanto sta accadendo ai confini orientali dell’Europa fa pensare che quel conflitto, per quanto distante da noi, abbia in realtà generato il mondo nel quale ancora viviamo. Anche la questione mediorientale è una conseguenza della Grande Guerra».

In trincea nelle gallerie dell'Imperial War Museum di Londra. Fonte: http://www.iwm.org.uk/
In trincea nelle gallerie dell’Imperial War Museum di Londra. Fonte: © www.iwm.org.uk/

Alcuni addetti ai lavori (storici, organizzatori di mostre) lamentano che, a parte poche eccezioni, i principali musei europei trascurino il fronte italiano nelle loro ricostruzioni della WW1. Spesso si cita l’Imperial War Museum di Londra…

«Molti anni fa inoltrai una protesta all’Imperial War Museum perché non vi era quasi traccia, nelle rappresentazioni iconografiche, della partecipazione italiana alla Grande Guerra. Mi risposero che il museo era dedicato principalmente alla Gran Bretagna, ai dominions e alle colonie dell’Impero britannico. Non so se ora la lacuna sia stata colmata. Allora mi parve essere un retaggio della Pace di Versailles, quando l’Italia fu considerata irrilevante per la conclusione vittoriosa della guerra da parte dell’Intesa e degli Stati Uniti, così da negare all’Italia le sue ambiziose richieste, o almeno considerate ambiziose da Francia e Gran Bretagna. Ma non bisogna stupirsi che ci siano ancora pregiudizi nei confronti dell’apporto italiano alla guerra. Pensiamo a quanti pregiudizi anacronistici e localistici, antirisorgimerntali e antiunitari, neoborbonici o addirittura neoasburgici si sono rivelati in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia, tre anni fa».

Proprio in occasione del 150° dell’Unità d’Italia Ernesto Galli Della Loggia e Andrea Carandini, lanciarono un appello dalle pagine del Corriere della Sera per la fondazione di un museo della storia d’Italia. Un museo che raccontasse l’identità nazionale. Quell’appello cadde nel vuoto. Si potrebbe rilanciare col centenario?

«Evito di usare il concetto di “identità nazionale”, perché le nazioni sono individualità storiche che si trasformano nel tempo e non sono sempre identiche a se stesse come la fototessera della carte d’identità, che pure deve essere rinnovata e aggiornata con una nuova fotografia. L’individualità nazionale italiana da oltre mezzo secolo è in crisi, si contesta persino che sia mai esistita una nazione italiana, perciò non mi stupisco che non ci sia un museo storico italiano, anche se ci sono vari musei dedicati alla storia italiana, come il Vittoriano e i musei del Risorgimento. Per quanto riguarda un museo storico italiano, non saprei da quando iniziare. Da Roma? Dai popoli italici? Forse si potrebbe iniziare solo da quando inizia lo Stato italiano. Altrimenti sarebbe molto difficile pensare un museo della storia d’Italia: lo si dovrebbe circoscrivere, limitare alla storia dello Stato italiano, come avrebbe detto Benedetto Croce».

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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