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Così irripetibile

che
di Giacomo Verri

Soltanto nella gloria, si può morire più soli che in mare.
Riccardo Bacchelli, Amleto, cinque atti, 1918

Sognai mani sporche e generose. Anche adesso le vedo. Ci passano i cannelli delle vene. Ci fioriscono dei peli, quasi setole, ma pochi. Sotto le unghie, grigie, c’è come un tenace rifiuto di arrendersi. L’intensa Mila riposava al mio fianco i suoi sonni complicati. Erano i giorni in cui diceva che avrei dovuto essere più attento alle cose che mi circondano. Ma io non riesco, ancora oggi. Penso a me, temo di non amare nessuno all’infuori di me.

Come sono brutto.

Sognai le mani, so a chi appartengono, dure come legno, quasi di cemento. Le carezzai dalla lamina delle unghie fino al polso dove, d’un tratto, s’apre il vuoto, l’orlo della carne cade fiappo. Mila si voltava col sedere all’insù e mostrava il percorso animoso dei polpacci, delle cosce, della schiena. Le mani che immaginai non avrebbero potuto toccarla, sono mani mozze e morte, quelle del partigiano Ernesto Guevara de la Serna di cui Mila andava raccontando la storia appresa dai quotidiani del dieci, dell’undici di ottobre. E degli altri giorni di quell’autunno del millenovecentosessantasette. È il Cristo del Mantegna, garantiva; lo disse ancora prima di addormentarsi, scudisciando il dorso della mano sulla pelle del giornale. Ma è più bello perché ha gli occhi sbarrati, sta come un cristo adulto che non perdona, che seguita a odiare chi odia l’uomo. Aveva in mente una tra le pose scattate da Freddy Alborta. Il labbro superiore leggermente sollevato, la barba in garbugli, le braccia sembrano attendere il segnale di guerra. È per springare in piedi dalla quieta lettiga dove lo hanno costretto. Gli palpano la testa, gli mettono l’indice sul cuore. Il corpo lo hanno ripulito, una donna, rovesciato nel lavatoio dell’ospedale di Vallegrande, nell’aula con gli usci fuori squadra. Tra gli intestini gli galleggia ancora una fetida minestra di arachidi. Ma il guerrigliero detesta essere toccato dalle vostre mani infernali e, a un tempo, vili. Lo disse Mila. Le sfere di piombo che gli hanno appesantito le gambe sulla Quebrada de lo Yuro gli sono restate nella polpa della carne per sempre. Per sempre, Comandante. Le lacrime che ti sei pianto nelle mani, per non farti vedere, nella baracca di Higueras, sono per sempre tue, solo tue. Il tuo cuore lo hanno spaccato la mattina del nove ottobre, con la sberla di un proiettile, vicinissima. Ce l’hai per sempre lì.

Meschino com’ero, pensai che Mila le amasse quelle carni morte, che quasi, se avesse potuto, avrebbe massaggiato il cuore inabitato dai battiti, forse ocra di pus, fino a mungergli via la pallottola più grave.

Uomo, guerrigliero, comandante. Nel Che Guevara parole assolute, come si era compiaciuto di dire, in un rigo che Mila lesse molte volte, Beppe Fenoglio a proposito di chi è poeta, e partigiano. Eppure io, nudo per il caldo del nostro appartamento, accanto a Mila, nuda anche lei ma per una forma di splendida assolutezza che la abitava, pensavo all’inutilità di quella creatura eroica, il Che dico, così glorioso anche nella morte, audace e bello come un Ulisse, forte come un Ajace, dolce, al bisogno, come un Ettore. Negli scatti di Alborta, dove le braccia comuniste posano brunite dallo sporco della guerriglia quasi fossero di marmo marezzato, gli occhi meglio splendenti sono proprio i suoi occhi cadaveri, mentre quelli di Félix Rodriguez, breve bastardo della CIA, sono biechi e stupidi, sono di chi non sa cosa stia facendo.

Un sacco di gente è entrata nella baracca dov’era il Guevara, prima che gli dessero la morte: le sentinelle, gli ufficiali, la maestra de La Higuera. Con quella parlano di grammatica e di uomini piccoli come virgole. Il Che è enorme, invece. È gigantesco, anche senza la speranza del domani.

Affidai le mie mani teporose come la ceralacca e profumate di mughetto ai peletti biondi in fondo alla schiena di Mila. I minuti cascavano uno dentro l’altro. E io pensavo. Pensavo. Cosa ce ne facciamo di un uomo come il Che Guevara, così capace di luminose follie, di generosità continentali, di coraggi perversi? Cosa ce ne facciamo di una creatura irraggiungibile? Adesso che sei morto, hai smesso di fare il cocciuto, l’incontentabile, l’eroe randagio! Senza conforti se non il tuo orgoglio. Non hai saputo che nutrirti di fatti straordinari e irrevocabili, per tutta la vita, quando gli altri ne hanno uno solo, o due: una guerra, un amore, un figlio.

Cosa ce ne facciamo di un uomo come te? Così ìmpari rispetto a tutti gli altri! Io non so come sia quel lavatoio di Vallegrande, che odore aleggiasse quando ti asciugarono. Forse al soffitto c’erano le grosse pale del ventilatore. I muri si scrostavano fino al rinzaffo. I corpi dei tuoi compagni stavano in terra come stracci. Per far passare i giornalisti li voltavano con le tacche degli scarponi. Solo a te hanno eretto il catafalco, dopo averti nettato nel fondo buio della vasca. Ma la colonna sonora giusta non è l’Hasta siempre narrante della mano forte e gloriosa che spara sulla storia. È piuttosto un grido di angeli che dice, quasi con invidia, le tue venerate rivoluzioni e le costringe nel candore gregoriano di un melisma.

Nella tua bocca socchiusa, nella sbeccatura del labbro, vedo allora l’attonita respirazione del sacro.

Quella notte aveva ragione Mila: non dovevano ucciderti. Cosa ce ne facciamo di un morto così sommo e così fuori portata, così irripetibile, così bello, così generoso? Mi farai sentire piccolo, per sempre. Ci farai sentire tutti piccoli.

Per questo, ancora oggi, capita che le mani tue defunte mi facciano visita, nel sonno, mi frughino gli intestini, o mi carezzino sbeffeggiandomi, o mi si posino sopra il ventre per farmi stare tranquillo. E, quando ci riescono, io abbraccio la mia Mila. E quelle altre volte che invece no, mi alzo dal letto e cammino con gli occhi viziati, cammino nel buio fino a quando ne provo terrore.

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