I fantasmi di Luca Ricci

IMGP0169-pola

 

di Ornella Tajani

Domestici, familiari, quasi innocui. È il ritratto dei Fantasmi dell’aldiquà che popolano i racconti di Luca Ricci (Napoli, La scuola di Pitagora, 2014), fantasmi d’intérieur che si aggirano in paesaggi privi di una connotazione geografica precisa. L’io narrante e polimorfo mangia sandwich e dipinge staccionate, prende il sole sul prato e sogna piscine in stile David Hockney, prepara biscotti di Halloween e descrive pomeriggi dal sapore di provincia americana. Non ci sarebbe da stupirsi se, accanto al gatto dell’ultimo racconto Il piede nel letto, sbucasse d’improvviso anche l’enigmatico pavone che compare in Penne di Carver, o se la chiazza liquida che si forma nel letto dei due coniugi in Livelli d’acqua non fosse in realtà provocata da un guasto al frigorifero, come in Conservazione, ancora di Carver; nessuna sorpresa se, in una delle cucine di Ricci, si accendesse di colpo una radio «straordinaria» col design curato da Cheever.
Eppure, come si diceva, la latitudine di queste narrazioni è indefinita: sia perché l’attenzione è focalizzata sugli interni piuttosto che sugli esterni («Preferibilmente non si esce mai di casa nei miei racconti», concludeva Ricci in un intervento per la rubrica Usus Scribendi qui su Nazione Indiana), sia perché i fantasmi in generale non hanno indirizzo preciso e riescono a viaggiare nel tempo e nello spazio, in tre moderni minuti necessari a scongelare una pizza al microonde, così come in un battito di ciglia di colore più romantico. Dagli States del XX secolo alla Francia dell’Ottocento: il racconto d’apertura, La lunga attesa, che gioca su un elemento denso di riferimenti letterari come la somiglianza fisica, e crea un tempo coniugale cristallizzato dalla segregazione domestica dopo un funerale, ricorda il Villiers de l’Isle-Adam dei Contes cruels, in particolare quello di Véra, rivisitato però in chiave hitchcockiana; Uscita in giardino, col suo trompe-l’œil troppo attraente per essere completamente finto, solleva una nebbia di mistero in stile Vénus d’Ille di Mérimée. Il fantastico va per la sua strada, viaggiando su un binario parallelo, quasi ucronico, un po’ come gli amici immaginari dell’omonimo racconto, o come il gatto del già citato Il piede nel letto, che appartengono a dimensioni altre, a mondi che la realtà incrocia a tratti e spesso poi abbandona. Come scriveva Calvino su Repubblica, in una vecchia recensione che del fantastico era una piccola enciclopedia, a volte «il soprannaturale è solo in una connessione o sconnessione misteriosa che si delinea tra i fatti di tutti i giorni». Lo sa bene Ricci, per il quale il mistero può risolversi in una sorta di sospensione narrativa, oppure è utilizzato come un ironico grimaldello, che apre a interpretazioni dei fatti molto più concrete: è il caso di La prima bugia, oppure di Ikebana, che si chiude su un finale dal silenzio pinteriano.
Il testo che più di tutti resta impresso, però, è forse L’eclissi. Se il Nuotatore di Cheever compiva un viaggio a nuoto verso il disincanto (di recente Forlani ha proposto per il cinédimanche l’adattamento cinematografico con Burt Lancaster), il protagonista di Ricci esce dal racconto dalla stessa finestra attraverso cui era entrato: ne esce correndo, pensando che “aveva voluto provarci”, e smette di correre soltanto quando è ormai troppo lontano per tornare indietro, così come il nuotatore smette di prendere a pugni la porta della casa quando capisce che l’abitazione è vuota.
Solitudine, bugie, routine, incomunicabilità, tradimenti, senso di inadeguatezza: sono loro, fra gli altri, i fantasmi dell’aldiquà che l’autore convoca in questi racconti brevi, misurati, linguisticamente cristallini e sempre dotati di quella particolare carica elettrica che solo il fantastico, quotidiano e non, sa fornire.
Postfazione di Umberto Silva.

1 commento

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Mots-clés__Angelo

di Carla Burdese
Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica, che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.

La donna invisibile. Traduttrici nel primo Novecento italiano

In questo convegno si ripercorreranno le traiettorie spesso occultate o non abbastanza valorizzate di alcune traduttrici, e si indagheranno le condizioni che hanno consentito loro l’accesso al campo letterario, traduttivo ed editoriale della prima metà del Novecento

Immagini dell’arrivo_parte seconda

di Carlo Brio
Che faccia dubbiosa o smarrita o imbarazzata faremo, quando sulle poltrone in attesa dell’imbarco o persino in volo per interrompere monotonia e soliloquio, ci parleranno con intimità di fatti che ci riguardano solo perché apparteniamo a un popolo, ma che nella classe che ci ha allevato non si sono mai verificati?

Immagini dell’arrivo_parte prima

di Carlo Brio
Noi siamo esseri colti, come arriveremo in America? Come sbarcheremo dall’aereo, facendo che faccia? Noi educati, abbiamo negli occhi e in memoria i filmati, i film, le foto dagli archivi che abbiamo studiato per alzare la mano e dare la risposta, noi con che faccia sbarcheremo all’aeroporto?

Mezzo chilo di carne

di Elisabetta Foresti
Il contenitore, questo lo ricordo. E prima, il lavoro, i viaggi per il lavoro, l’inglese per il lavoro. Come lo so. Loris, no. Loris dice due parole. How much is it. Nemmeno. How much for this. Neppure.

Venezia 78_Il capitano Volkonogov è scappato

di Giulia Marcucci
"Il capitano Volkonogov è scappato" di Merkulova e Čupov si inserisce appieno in una tendenza che caratterizza anche la letteratura russa contemporanea: guardare al passato sovietico dal presente
ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.