Miti Moderni/ 5: viaggiare a casa

10 gennaio 2015
Pubblicato da

7149175137_f8232eb897_bdi: Francesca Fiorletta

Le parole del supermercato: vai a prendere le acciughe, le olive in salsa piccante, la salamoia che è scoscesa, dentro ai sacchetti di plastica ermetica sembra quasi un punto di fuga, un capannone sul molo, l’altopiano vicino al parco naturale che ricorda i confini della tua nuova casa di famiglia.

Puoi dormire ancora nel mio letto, se ti va, puoi spazzolare bene le asole della giacca, gli acari goffi che permeano i batuffoli del cotone, il beauty case con i prodotti a ribasso non ancora scaduti, la lacca per capelli, l’olio alle mandorle che fluidifica i capillari, la vaselina che lubrificava gli angoli retti, e che adesso si è seccata, dentro il flacone lasciato aperto, rosso, scalzato nel bidè.

E cuciniamo insieme un ultimo pasto, e affacciamoci dal balcone principale, quello con la visuale più ampia, in risalita, ma lenta, verticale, le nuvole fanno presto ad addensarsi di là, verso il quartiere che ci piaceva tanto, con le villette comunali, le osservazioni comode dei ricchi, gli osservatori monumentali per aspiranti astronauti di borgata, infetti.

I colpi inferti dal tempo non li sentiamo più così vicini, le Variazioni di Goldberg in sottofondo statico, il laccetto per capelli stringe il braccio monocorde, le dita si rapprendono in un mare miscellaneo, composito e opulento, con la brezza della sera che si farà brina, domani, quando ci alzeremo al mondo per un nuovo caffè, guardando fuori, sempre oltre, con addosso la maglietta dei giocatori di rugby, i tifosi spasmodici delle partite di tennis, i venditori di noccioline caramellate all’ingresso del cinema Multisala, che è sempre in festa, è sempre illuminato, le luminarie egocentriche del Natale, gli elfi numerati che si arrampicano dai balconi vuoti; sono partiti già tutti, anche lo stradone è vuoto ma tu non lo senti, senti solo il vento che ti taglia la faccia, i piedi in umido, le grinze sulle labbra che ti fanno uomo, ti fanno donna, sono rughe d’espressione, eppure non sorridi mai abbastanza.

Il vetro è freddo, è opaco, è sporco di pioggia, è madido di colore e assurdità: non doveva andare a finire così, ripeti piano, malcelando un coraggio inusitato, mentre sbatti i pugni sul tavolo; tu porti adesso una barba nuova, io ho un nuovissimo correttore per le occhiaie violacee.

C’è stata una strage inspiegabile, quanti morti senza un senso, si riavvia dopo qualche minuto la conversazione Skype con quell’amico francese, c’è pure l’altro compagno di bevute che ha vinto un bando comunale, dice che adesso deve fare uno stage, lo stage presso gli Uffici della Regione, che ha delle questioni in sospeso da sistemare, dice, ma poi ritorno, eccome se ritorno, bisogna inventarsi qualcosa, aprire un bar nelle Filippine, approdare sulle Isole Cayman e trafficare in erba, in droga leggera, ho un compagno algerino che brinda sempre da solo sotto casa, dice, quando i portici nascondono l’atarassia delle stagioni.

Non ho nemmeno una finestra, spiega il parigino, la mia finestra è la porta d’ingresso del quartiere, a venti chilometri dalla Tour Eiffel, lavora nel grande magazzino, fa il cameriere di pizzeria, eppure i monumenti non li vedo mai, si giustifica, gaudente, potrei vivere dappertutto, potrei stare persino lì con te, a non fare assolutamente niente, se non fosse per la fatica delle quindici ore senza busta paga, del sonno indotto con la chimica, della pioggia londinese che continua a venire giù: ho visto il sole quattro volte, sì e no, si rimprovera la scelta, l’affaire è controverso, speriamo che domani nessuno s’impicchi, nell’Undicesima Banlieue.

Te la faccio vedere io, la mia nuova casa, guarda quanti mobili, ho persino una finestra con le tende ricamate a mano, bianche, una clausola che incespica nel diporto, l’importante è partecipare della vita di quartiere, domani andiamo a fare yoga, dopodomani i canti popolari, mi dice lei, il giovedì è il mio giorno libero, posso dormire fino a tardi, finalmente, il giovedì voglio andare a pranzo fuori, facciamo un salto al ristorante macrobiotico, come fai a non sapere dov’è, ma sì, davanti la chiesa, dopo la piazzetta, a sinistra, aspetta, la palestra è quella nuova, quella economica, non mi oriento ancora troppo bene, qui non nevica mai.

Aspettiamo l’inverno, allora, quando l’inverno stenta di più a passare. Con la musica classica funziona così, si ripete fra i rosoni del teatro antico, che è bruciato, c’è da contare a testa alta tutti gli stemmi dei papi, uno per uno, e un prurito nuovo da curare, le orecchie molli, troppo chiuse, un ronzio lontano di danze balcaniche e telefoni a manovella; restava ancora ferma, però, quell’ultima luna, illuminata sul molo.

Hai disfatto gli scatoloni? I viaggi, no, i viaggi restano a casa.

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