Appunti su roghi e coprifuochi

14 gennaio 2015
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[Sono passati dieci anni e due mesi dall’ondata di tumulti che per tre settimane sconvolsero le periferie francesi tra il 27 ottobre e il 17 novembre del 2005. In quel contesto, non fu possibile neutralizzare le cause sociali della rivolta, per appellarsi allo spettro dello scontro tra civiltà. Non si era ancora sostituito, sul fronte ideologico, il “problema immigrazione” con il “problema islam”, come è avvenuto invece in anni recenti. Mi sembra interessante riprendere alcune riflessioni fatte allora su NI (il 9 e il 14 novembre di quell’anno). Mi appaiono, oggi, per certi versi limitate e riduttive. Ma la sostanza del discorso credo sia ancora valida, per misurare uno degli aspetti più critici del modello francese d’integrazione. a. i.]

 

di Andrea Inglese

Il diniego
Il Primo ministro francese, signor Villepin, bell’uomo incravattato, con un’aria calma e concentrata, ha comunicato il 7 novembre, sul primo canale della televisione nazionale, che da ieri notte, in Francia, sarebbe stato reintrodotto il coprifuoco.

La sua postura composta, la sua voce senza tremiti e sbalzi, la sua capigliatura argentata, di uomo intraprendente, tutto in lui, immortalato nell’inquadratura televisiva fissa, quasi frontale, rimandava al Daniel Auteuil di Haneke: tutto nel Primo ministro ripeteva quel diniego radicato profondamente, ignaro di sé, e devastante che il francese-francese manifesta di fronte al francese-africano, all’immigrato, al figlio d’immigrati, al figlio del figlio d’immigrati, per una sotterranea fede nel proprio sentimento di superiorità o nella propria missione di civilizzatore. Villepin come Auteuil in Haneke: la stessa distanza incolmabile, lo stesso essere parte di un quadro immobile, di un’inquadratura identica, che esclude ogni piano-sequenza, ogni svolgimento imprevedibile, ogni passaggio di parola all’altro, ogni intrusione, ogni fluidità. Il non-riconoscimento degli esclusi, fatto figura, incarnato, laddove la parola è indirizzata ai cittadini “veri”, scavalcando silenziosamente la storia delle Francia coloniale, della guerra in Algeria, dell’immigrazione. Come nel personaggio di Haneke, uomo di successo, giornalista televisivo, il contatto con il non francese-francese è compromesso da sempre, in quanto quest’ultimo è portatore di un’ombra, di un sospetto, di un’insufficienza, di una pelle più scura, di una lingua diversa. Il Primo ministro che rassicura il paese decretando lo stato d’emergenza, che promette soluzioni efficaci per il disagio giovanile, questo Primo ministro ribadisce ancora una volta il misconoscimento dell’immigrazione come apporto determinante alla propria identità, ricchezza e grandezza di francese-francese.

Taci, so già cosa pensi!
(Perché Haneke? Perché il suo ultimo film –  Caché – parla di questo. Un film che a molti non è piaciuto. Avrebbero voluto un trattamento “esplicito”, dove la storia della rimozione francese del trauma post-coloniale fosse affrontata da uno sguardo complice dell’oppresso. Invece Haneke organizza tutto il film a partire dal punto di vista immobile, difensivo, senza tempo e storia, del protagonista, che non vuole entrare in rapporto con l’immigrato, che lo tiene costantemente a distanza, che pretende di conoscere in anticipo ogni suo pensiero. Quindi non c’è “svolgimento” del tema, ma solo “strappi” e immediate ricuciture, affinché l’immagine della vita rimanga ferma, senza perturbamenti, nella ripetizione dell’identico. Il massacro di quattrocento francesi-mussulmani operato dalla polizia parigina nell’ottobre del 1961 è evocato fuggevolmente in una conversazione privata. Tutto è cloroformizzato, avvolto da una patina che blocca ogni impulso. L’unica emozione che emerge, nel protagonista, è la paura. Paura che si trasforma in rabbia, in aggressione preventiva. E per il resto uno sguardo che non conosce pietà, ripensamenti. Haneke è stato magistrale nel distillare questo sentimento, che appartiene ad una larga parte della classe medio-alta francese. Così è perpetrata l’esclusione: rifiuto di incontrare e di ascoltare, convinzione di sapere in anticipo le intenzioni (malevoli) dell’altro, tentativo di metterlo a tacere con il denaro (l’assistenza) o con le minacce (repressione poliziesca). Questa dinamica attraversa l’intera società francese, e coinvolge la stragrande maggioranza dei più giovani che provengono dalle periferie povere.)

La conservazione del dolore
(Quali sono i tempi necessari, affinché una moltitudine che ha subito ingiustizia, consumi fino in fondo il proprio dolore, la propria umiliazione? E per quali canali si trasmette questa sofferenza, quasi che essa debba trasformarsi inevitabilmente in rabbia, senza poter mai annientarsi? Come circola, velenosamente, di generazione in generazione? Costantemente nascosta, trasformata in lavoro e obbedienza, in sopportazione e tenacia, finché non trova più tabù e forme, idee e vincoli, antiche strutture mentali dentro cui riassorbirsi: ed ecco che allora preme, come una sostanza impermeabile, inarginabile, proprio attraverso le membra più giovani, per essere espulsa in forme violente, distruttive.)

Corpi estranei
L’attuale governo riesuma, dunque, una legge del 1955, grazie alla quale lo stato francese imponeva lo “stato di emergenza” in Algeria, durante la guerra. Tale testo di legge è stato utilizzato, dopo l’Algeria, una volta soltanto: in Nuova Caledonia, durante gli anni 1984-85. Sottoposte allo “stato d’emergenza”, oggi, non sono più le popolazioni recalcitranti delle colonie, perdute o rimaste. Il coprifuoco investe l’intero territorio francese, da nord a sud, e ha come obiettivo i francesi stessi, anzi dei giovanissimi francesi, con un’età media compresa tra i 14 e i 15 anni. Eppure la sensazione è quella di uno stato alle prese con un corpo estraneo, con una moltitudine misconosciuta che occupa il suo territorio in modo fortuito e ora si manifesta con intollerabile violenza. Di fronte a tale intrusione, la risposta non può che essere una legislazione da guerra coloniale.

Molte “cités”, come vengono chiamate, hanno la fama di luoghi mitici e terrificanti. Evocano a priori immagini di miseria e violenza, quasi che si trattasse di propaggini del sottosviluppo, insediatesi a tradimento a casa propria in seguito all’esperienza coloniale. Nei centri cittadini, la violenza è tutta mediata e si scarica unicamente sui senza tetto e sui barboni, ma nella forma rassicurante dell’autoemarginazione, della patologia solitaria. Quanto ai giovani incendiari, essi sono, letteralmente, corpi estranei: molti non hanno visi da francesi, e inoltre non parlano il francese dei francesi. Sono, quindi, anche loro sospetti, ancor prima di incendiare alcunché. Formalmente sono francesi, ne hanno la cittadinanza. Ma i loro padri non lo sono e tanto meno i loro nonni. Le loro famiglie sono povere o, in ogni caso, con un basso capitale culturale. Loro hanno spesso insufficienti livelli di scolarizzazione. Poveri e poco scolarizzati, è sinonimo oggi, in Occidente, di “aggressori potenziali” della brava gente (quella meno povera e un po’ più scolarizzata). Se poi si aggiunge, anche, che alcuni di loro sono di fede musulmana e frequentano qualche moschea, allora il ritratto del nemico si compie e difficilmente può essere scalfito dalle controprove empiriche. (Per la cronaca, bisogna almeno sottolineare che questa volta nessuno ha potuto far leva sull’aggravante religiosa. Anche perché le istituzioni religiose musulmane sono intervenute per riportare l’ordine, senza per altro riscuotere più successo delle istituzioni laiche della Repubblica.)

[In realtà, le ragioni principalmente “sociali” della rivolta sono comprovate dal carattere eterogeneo dal punto di vista etnico e religioso delle bande coinvolte. In queste mie riflessioni vi è un eccesso di attenzione verso la componente legata all’immigrazione dei paesi un tempo sottoposti a dominio coloniale. D’altra parte, questa componente esiste e, pur non avendo un destino monolitico e univoco sul territorio francese, si trova in modo significativo confinata nei casermoni popolari delle città di periferia.]

In questo caso, però, l’eterno “nemico presunto” si è dato da fare per divenire il “nemico reale”. E ha ottenuto il maggiore riconoscimento che la Francia potesse concedergli: lo stato di emergenza, secondo una legge sperimentata durante la guerra in Algeria. Ora il coprifuoco fornisce all’intervento poliziesco poteri quasi illimitati, che vanno dalle perquisizioni notturne a domicilio alla chiusura dei locali pubblici. D’altra parte, la polizia francese è sempre intervenuta pesantemente nelle periferie e nei confronti degli immigrati, anche in tempi normali. Con l’avvento della destra, e Sarkozy come ministro dell’interno, la repressione poliziesca si è fatta poi più diffusa e indiscriminata. Negli ultimi anni, ho visto poliziotti per strada o in metrò accanirsi su ogni sorta di disgraziati, malati psichici compresi.

Coprifuoco e piani di risanamento
Naturalmente anche il Partito socialista, a denti neanche troppo stretti, appoggia il coprifuoco. A questo livello di scontro, e con il rischio di “contagio” emotivo delle sommosse, nessun politico di peso vuole rinunciare ad un’azione dimostrativa e di forza dello stato. È poi del tutto paradossale che lo stato debba dimostrarsi “forte”, quando l’esplosione delle periferie dimostra proprio che lo stato è, ormai da decenni, estremamente debole nei confronti dei suoi cittadini più esposti al rischio di esclusione sociale. E che continuerà ad essere debole, ne è riprova il fatto stesso dell’introduzione del coprifuoco, come strumento di ristabilimento dell’ordine. La via è già tracciata: stato sociale debole, regime poliziesco duro. Alla fine della corsa, c’è il modello Americano, nella variante Stati Uniti o America Latina: sfaldata la grande classe media, i ricchi da una parte, sotto protezione poliziesca, i poveri dall’altra, in quartieri controllati dalle mafie o dalle bande. E una linea tra l’una e l’altra realtà, che si attraversa, in un senso o nell’altro, solo a rischio della vita.

Ma la destra francese promette, per ora, un’altra cosa. Polizia forte, ma anche intervento forte dello stato. Ed ecco che ovunque, in radio, in TV, sui giornali di sinistra e di destra, si torna a parlare del “grave problema” delle periferie, si arriva a dire, persino, con inattesa audacia, che il modello francese d’integrazione non ha funzionato. Anche perché il penultimo tema del giorno, prima dei roghi di macchine, era in Francia l’idea del curriculum vitae anonimo, ossia una legge per la “discriminazione positiva”, sul modello di quella statunitense.

La sinistra, per prima, si mobilita, ridando voce a pedagoghi, educatori, insegnanti, allenatori sportivi, ecc. La destra a sua volta fa parlare aziende e imprenditori. Si fanno ovunque solenni promesse, si proclama che l’intervento stavolta sarà lungimirante, di lunga durata, sistematico e radicale. Si parla nuovamente di educazione, di formazione, di impiego. Certo, il contagio vandalico è davvero senza precedenti: mai così a lungo, mai così diffuso geograficamente. Però il flusso di buoni propositi assomiglia straordinariamente a tutti quelli che lo hanno preceduto, almeno dagli anni Ottanta in poi. È infatti dal 1977 che si susseguono a ritmo crescente, interrotti e poi accelerati da esplosioni di violenza, piani su piani per risanare le periferie. Lo stato non sembra, quindi, assente, anzi mostra un certo interventismo, e immette gran quantità di denaro nei progetti. Non a caso, in questi giorni, anche persone politicamente insospettabili dicono che “nelle periferie arrivano un sacco di soldi, che i ragazzi possono usufruire gratuitamente di tante strutture e opportunità, che se vogliono possono fare deltaplano senza spendere una lira”. Si propaga così quel sentimento, che le persone di sinistra conoscono bene, in certe situazioni… Il sentimento di essere stati troppo ingenui, troppo idealisti, troppo sognatori, troppo “buoni”. Questo giustificare ad oltranza, questo scusare, questo addossare colpe alla società, scagionando i presunti “emarginati”. E se tutti questi problemi, che lo stato da anni cerca di risolvere inutilmente, venissero in fondo da una generazione malata, definitivamente corrotta, e che non rimane altro che prenderne atto? E condannarla, unendosi finalmente al coro generale che grida “chi rompe paga”?

Nonostante però il deltaplano e i grandi progetti di risanamento, nelle periferie si concentra la popolazione giovanile con il più alto tasso di disoccupazione. E forse, a questi ragazzi, più che i giri in deltaplano, proposti dall’ennesima associazione di quartiere, interessa avere un lavoro, per poter spendere come vogliono i soldi che guadagnano. Il lavoro è l’unica cosa che permetterebbe a queste persone di fare a meno degli educatori e di tutte quelle strutture che sono unilateralmente offerte dallo stato per intrattenerli, controllarli, distrarli dall’unica eventualità che non gli è concessa: decidere come gli altri del loro destino. Ma è possibile, davvero, offrire del lavoro a dei tipi “sospetti”? E poi, anche se fosse, anche se non comparisse il nome arabo sul curriculum, anche se il colloquio d’ingaggio avvenisse con il volto coperto e le mani nei guanti, c’è abbastanza lavoro per tutti? (Pare che di lavoro non ce ne sia abbastanza, eppure molti di quelli che lo hanno, lavorano troppo e lo maledicono. E comunque il capitalismo sta bene e le aziende fanno grassi profitti.)

Il fuoco alle spalle
Ma le auto bruciano, e di conseguenza c’è grande agitazione di idee: qualcosa di nuovo, di incisivo, di meno burocratico, di più solidale, verrà trovato. Poi le auto smetteranno di bruciare. Perché le sommosse hanno un inizio e una fine. E tutto ritornerà alla calma. Al piccolo vandalismo scolastico e di condominio. Ai piccoli traffici di quartiere. Ai furtarelli. Alle bocciature. Alle giornate senza scopo. Alla vita normale, insomma.

Scriveva Musil, nell’Uomo senza qualità: “perché l’uomo non fa la storia, cioè perché non interviene attivamente nella storia solo come bestia, quand’è ferito, quando ha il fuoco alle spalle; perché insomma, fa la storia solo in caso di estrema necessità?”

Francese-x
Perché insisto a distinguere, in questo discorso, il francese-francese dal francese-africano? Perché, fuor di retorica, il secondo termine è più “ricco”, più incerto anche, incerto di sé, ma anche incerto per gli altri, sfuggente alla definizioni (e dunque promettente). Qual è la riposta della destra di fronte alle sommosse giovanili di periferia? È un tipo di risposta ricorrente, che si ripete, innanzitutto, durante le crisi economiche. La destra non sopporta di dover negoziare con un francese-africano. Questo è il punto. E allora fa di tutto per separare queste due entità, in modo da avere da una parte dei francesi e dall’altra degli “stranieri”, degli étrangers. Questo è lo scopo della destra. E ciò avviene per tanti motivi. Il primo è da ricondurre all’attività di tutte le destre: offrire soluzioni politiche che ignorino la complessità del reale. E poi perché la destra francese è inseparabile dal nazionalismo, e vive di “identità” mitiche, immobili, come quella di “popolo francese”. Il popolo francese assimila a sé l’africano, ma non se ne fa contaminare. Il processo di assimilazione deve seguire un unico verso, il verso civilizzatore. La persona di origine africana, anche se nata in Francia, diventerà francese, nel momento in cui saprà non cancellare – il che sarebbe fisicamente impossibile – ma svuotare la sua dimensione africana, neutralizzandola con grosse dosi di manierismo francese. L’idea, invece, che un influsso africano possa circolare nell’identità francese, arricchirla e articolarla, questo credo che non sia contemplato. Ed equivarrebbe ad una contaminazione, ad una corruzione.

Il termine francese-africano, quindi, non ha poi nulla di così strano. Il 10 novembre compariva sul settimanale Libération un articolo di Esther Benbassa. L’autrice scrive, paragonando Stati-Uniti e Francia:
“In quel paese [gli Stati Uniti] si dirà “americano e musulmano”, “americano e nero”. Questo e essenziale alla cittadinanza è ufficialmente bandito da noi, quando ormai è inevitabile e i poteri pubblici dovrebbero tenerne conto.”
Cito un altro passaggio: “La Francia, durante i periodi di crisi, costruisce la sua identità in opposizione all’Altro che le fa paura. Nel XIX secolo, è stato il caso degli ebrei. Oggi, di fronte alla globalizzazione, a far paura è l’Altro come arabo o nero. (…) In questo contesto, il nostro nazionalismo esacerbato ci impedisce di vedere la multiculturalità francese. Né la storia della colonizzazione, né quelle della decolonizzazione o della schiavitù, che sono oggi quelle delle differenti componenti della nazione, occupano lo spazio che meritano nella memoria collettiva” [corsivi miei].

Lo “spazio” dell’immigrazione nei documenti ufficiali
Ho consultato un documento ufficiale del 17 dicembre 1983 intitolato La qualità di vita nelle periferie della grandi città. Si tratta di un volumetto, redatto dal “Consiglio economico e sociale” per il Journal officiel de la république française. Si tratta quindi di un documento ad uso del dibattito parlamentare e finalizzato all’intervento politico del governo. La forma è quella del rapporto e si articola in tre parti: Vivere in periferia, I problemi delle periferie in crisi, Per una politica delle periferie “Orizzonte 89”. Un piano di evoluzione di cinque anni 1984-1989. A mano a mano che ci si sposta dalla pura constatazione alla proiezione nel futuro, si passa da una titolazione anodina ad una più mossa e solenne. “Vivere in periferia” dice poco. Ma “politica delle periferie”, “Orizzonte ‘89” e “piano di evoluzione” promettono già, almeno verbalmente, qualcosa di più.

Il volume completo consta di 41 pagine, stampate con caratteri molto piccoli. Nella seconda parte, quella dei “problemi” e della “crisi”, sono presenti una serie di capitoli con relativi paragrafi. Si va dal primo capitolo, La popolazione, al sesto, La nocività. Abbiamo paragrafi con titoli prevedibili: “I giovani”, “L’analfabetismo”; altri, maggiormente accattivanti: “Un urbanismo senza urbanisti”, “La politica del cucù”. Ma quello che più ha attirato la mia attenzione in questo testo, è lo spazio concesso all’immigrazione. Lo immaginate? Il titolo del paragrafo non può essere che “Il problema degli immigrati”. (Questo valga anche per noi, per tutti: spaiare il concetto di PROBLEMA e quello di IMMIGRATO, è come spaiare “di cotte” e “di crude”, nella locuzione idiomatica “farne di cotte e di crude”.)

Traduco (tutti i corsivi sono miei):
“C’erano in Francia, in data 1° gennaio 1983, 4.318.068 stranieri. La cifra è importante. Ma non costituisce, in percentuale, una novità nella storia di Francia. La demografia francese, che non si è mai ripresa dalle perdite in vite umane del periodo della Rivoluzione e dell’Impero, va, nel XIX secolo, controcorrente rispetto al resto dell’Europa. Mentre i suoi vicini soffrono di un eccesso di popolazione, la Francia appare come deficitaria e importa già dei lavoratori. Erano 1.400.000 nel 1914. Le perdite della guerra e lo sviluppo dell’economia rendono il bisogno ancora più pressante. Il loro numero raggiunge i tre milioni nel 1931 su una popolazione di 40 milioni di abitanti. Si tratta, all’incirca, della stessa percentuale di oggi.

Non appare necessario, nell’ambito di questo rapporto, analizzare lungamente le ragioni della loro presenza in Francia. [Permettetemi di tradurre le “intenzioni”: “Bene, delle ragioni che giustificano la presenza dell’immigrazione in Francia, ne abbiamo dovuto parlare. Ora, dimentichiamocele: e consideriamo questi immigrati come se ce li fossimo trovati in casa una mattina, all’improvviso. Un bel problema…] Ricordiamo solamente che esse [le ragioni dell’immigrazione] sono legate a tre fattori determinanti. Innanzitutto la precarietà della loro vita nei loro rispettivi paesi d’origine, sia per ragioni politiche, sia, più spesso, per ragioni economiche. Poi, delle ragioni storiche e geografiche che riguardano un aspetto importante della storia coloniale della Francia, il che spiega la predominanza dei popoli del mediterraneo [testo originale: “des Méditerranéens”, termine praticamente inesistente nella lingua d’uso, per denominare i magrebini], in secondo luogo i cittadini dell’Africa nera e, in misura minore, gli asiatici. Infine, la strozzatura in materia di manodopera esistente in certi settori dell’economia dove predominano i bassi salari e delle condizioni di vita difficili, hanno favorito questa situazione da cinquant’anni.”

Senza scendere nelle sottigliezze della psico-critica del linguaggio politico, si possono dire alcune cose. La gerarchia dei fattori, così come è presentata, appare faziosa. Va semplicemente rovesciata: al primo posto, l’esigenza francese di manodopera a basso costo per lavori “difficili”, ossia “pericolosi per la salute e la vita del lavoratore”. In secondo luogo, il sistema coloniale, che avendo come priorità lo sfruttamento delle risorse naturali, implica già da sempre anche uno sfruttamento della manodopera. Infine, il terzo fattore che permette di evitare una “immigrazione forzata”, ossia una improponibile, nell’Europa del Novecento, tratta degli schiavi. Gli immigrati verranno volontariamente a casa nostra.

Basterebbero questi semplici dati, per promuovere la costruzione di statue dedicate all’immigrato anonimo ovunque in Francia ci siano state grosse comunità africane o asiatiche. Anche in Italia dovremo presto erigerne. Con una scritta di questo tenore: “All’immigrato e all’immigrata anonima, vera manna dell’economia italiana”. O ancora, meno generica: “Alla badante, che ci liberò, per un salario davvero basso, dalla cura dei nostri vecchi”.

Ma finiamo con il nostro documento. Il meglio deve ancora venire. Passiamo al paragrafo successivo: “Un oggi difficile”.
“Per dei decenni, questi immigrati sono stati accolti in Francia senza che fossero considerati efficacemente i problemi che poteva porre tale popolazione. Il nostro paese li ha alloggiati nei baraccamenti o nei pensionati costruiti in fretta, tutti luoghi d’abitazione precari e che gli uni e gli altri speravano vagamente essere revocabili. [Traduciamo: il “problema” posto da questi lavoratori a basso costo, è che alla sera, finito il lavoro, “vogliono dormire”. Potessero stendersi per terra, a lato delle impalcature o in officina, questi “problemi” non ci sarebbero. Quanto a noi, ossia i politici, abbiamo come loro “sperato vagamente” che succedesse qualcosa in grado di toglierli dalle loro baracche. Ma nessun miracolo è avvenuto. Gli ostinati sono rimasti nelle loro baracche.]

Quasi sempre abbiamo praticato il laissez-faire e abbiamo avuto fiducia nella capacità degli immigrati di sbrigarsela da soli, chiudendo gli occhi sulle loro condizioni d’alloggio spesso disastrose. Per essere chiari, la Francia non ha mai avuto, fino ad allora, una politica in questo ambito.”

Va notato che, non solo l’immigrato è pagato poco per fare lavori che mettono a rischio la sua salute, ma vive pure in situazioni abitative “disastrose”, e malgrado tutto ciò riesce ancora a “sbrigarsela”. La formula francese usata è: “esprit de débrouillardise”, ossia quella capacità, quel talento, di cavarsela in situazioni difficili, in ambienti ostili. Non solo l’immigrato lavora come un mulo, vive in baracche, ma ha dimostrato agli stessi politici francesi di avere anche grandi risorse creative nell’affrontare le gravi difficoltà della sua esistenza. Senza tali risorse creative, probabilmente, l’immigrato avrebbe costretto lo stato francese ad avere una politica anche per lui. Insomma, avrebbe costretto lo stato francese a considerarlo come un cittadino normale. (Ma attenzione, nell’immaginario comune l’immigrato è colui che gode, in maniera smodata, dell’assistenza pubblica!)

Eroismo
Andiamo ad una conclusione: la vita dell’immigrato, in Francia, ha avuto per almeno una paio di generazioni le caratteristiche dell’eroismo: grande spirito di sacrificio, umiltà, perseveranza, ecc. Nonostante ciò, il discorso istituzionale non ha smesso di catalogarla sotto il capitolo “grossi problemi” piuttosto che in quello “fortune insperate”. Ma il cosiddetto trend si è malauguratamente invertito. Le ultime generazioni hanno, apparentemente, dismesso i panni dell’eroismo. Hanno, nel frattempo, visto molto MTV, letto riviste giovanili, guardato cartelloni pubblicitari, girovagato per centri commerciali, memorizzato epigrammi di spot pubblicitari. Le attese di un cittadino francese non le conoscono, non le hanno assimilate, negli ambienti dove vivono. (Ciò significa che non si aspettano successi scolastici, lavorativi, progetti di vita secondo obiettivi più o meno ambiziosi, ecc.) In compenso, hanno assimilato senza fatica le attese di un consumatore globalizzato. (I templi della merce sono accessibili veramente a tutti, senza discriminazione di sesso, razza, età e religione.) Sarà quindi difficile chiedere loro, oltre a tutto tacitamente, di perpetrare le virtù di umiltà e sacrificio dei loro padri e delle loro madri.

Scontro etnico o di classe? Etnico, perché di classe…
(Due citazioni dalla traduzione francese di Historical capitalism di Immanuel WallersteinIl capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema mondo, Torino, Einaudi, 1983)

“Abbiamo anche rilevato che la formazione di gruppi etnici era interamente legata a quella della forza-lavoro in alcuni Stati, dove essa serviva da griglia di classificazione approssimativa per la distribuzione dei ruoli in seno alle strutture economiche. Laddove, le differenziazioni etniche erano state più profonde, o quando le condizioni di sussistenza si aggravavano, il conflitto tra i detentori del capitale e i segmenti più oppressi della classe operaia tendevano ad assumere la forma di scontri linguistici, razziali o culturali, perché queste caratteristiche erano strettamente legate all’appartenenza di classe. Si parla generalmente di lotte razziali o nazionali per designare questo tipo di conflitti.”

“L’universalismo e il razzismo sembrano, a prima vista, una coppia ben strana, per non dire che si presentano come delle dottrine radicalmente antitetiche: l’una basata sull’apertura, l’altra sulla chiusura; l’una promuove l’uguaglianza, l’altra la discriminazione; l’una si vuole un invito al discorso razionale; l’altra incarna i pregiudizi. Ciò nonostante, il fatto che esse abbiano camminato di concerto nel corso dell’evoluzione del capitalismo storico, ci invita a considerare più da vicino le vie attraverso le quali si sono potute rivelare compatibili l’una con l’altra.

L’universalismo nascondeva una trappola; infatti, non si è imposto come un’ideologia libera e spontanea, ma è stata propagata dai detentori del potere economico e politico nel sistema mondo capitalistico. L’universalismo era offerto al mondo come un regalo dei potenti ai deboli. Timeo Danaos et dona ferentes ! Il dono stesso era impregnato di razzismo, in quanto il suo destinatario aveva due possibilità: accettarlo, riconoscendo così che era situato molto in basso nella gerarchia della saggezza acquisita; oppure rifiutarlo, e rifiutarsi, nello stesso momento le armi che potrebbero aiutarlo a rovesciare la situazione d’ineguaglianza del potere reale.”

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8 Responses to Appunti su roghi e coprifuochi

  1. jamila il 16 gennaio 2015 alle 18:34

    Andrea, mi sembra una chiave di lettura superinteressante: ragionare sullo shift che si è prodotto in 10 anni: da un lato, come dici, tu, dal “problema immigrazione” al “problema islam”; dall’altro, direi io in senso non puramente provocatorio dai casseurs ai jihadistes. Non sono in grado di trarre delle conclusioni, però ho apprezzato tantissimo questo pezzo.

  2. Andrea Raos il 16 gennaio 2015 alle 19:13

    Una mia vecchia riflessione laterale, ispirata in parte da questo stesso pezzo
    https://www.nazioneindiana.com/2005/11/25/sui-roghi/

  3. Nat il 16 gennaio 2015 alle 22:55

    Sì ma tutte fonti culturaliste che vanno tutte nello stesso senso. Nella perferia della mia città ci sono molti Ceceni, e poi non solo perché sono anche nel mio palazzo. La Francia è uno dei paesi che accoglie più persone nell’ambito del diritto di asilo. “Francese africano” non vuol dire assolutamente nulla. O allora si intendono solo le persone i cui genitori sono originari dell’Africa Subsahariana, l’autore assimila i figli dell’immigrazione algerina a tutti gli immigrati e all’africa tutta intera ! Nel caso delle distruzioni di scuole pubbliche nelle periferie non c’era nulla da negoziare, o allora si lascia in pasto ai trafficanti di droga come del resto è successo ora a Marsiglia. La Benbassa è un’ossesionata del modello americano, ora negli USA i musulmani sono l’1% dell’operazione. Ottima inoltre la sua promozione del rapper Medine che accumula stupidaggini una dietro l’altro l’ultima delle quali un clip dove invita a crocifiggere i laicisti. Normale che venga poi fischiata durante la manifestazione contro lo stupro antisemita di Créteil. Nessuno si interessa all’antisemitismo ? Quando gli ebrei saranno partiti quasi tutti dalla Francia che tipo di modello di società protremmo proporre ? Non certo quello laico in Italia…

  4. andrea inglese il 17 gennaio 2015 alle 11:03

    Jamila,

    due cose sul passaggio da “casseurs” a “jihadistes”.
    L’origine della rivolta del 2005 è stata scatenata, come è stato comprovato anche da studi sociologici, da delle morti innocenti. Quasi sempre, nella storia dei tumulti giovanili e di periferia della Francia vi è all’origine la morte di qualche ragazzo. Qui si trattava di due giovanissimi di 15 e 17 anni che, perché figli d’immigrati africani, facile bersaglio dei controlli di polizia, si son messi a correre alla semplice vista di una pattuglia. Si sono nascosti in una centrale elettrica e sono morti fulminati in un trasformatore.
    L’innesco della rivolta, intanto, è qui costituito da qualcosa nettamente percepito come un’aggressione, una diretta conseguenza della unilaterale, e quindi razzista, vigilanza poliziesca.
    (Ci sono anche studi mirati sull’atteggiamento delle forze di polizia nelle periferie francesi. Ce ne siamo occupati qui: https://www.nazioneindiana.com/2012/06/12/due-letture-del-decennio-sicuritario-fassin-e-matelly-mouhanna).

    In ogni caso, all’epoca delle rivolte del 2005, due cose emergevano chiare. Queste rivolte pur nella loro violenza apparentemente indiscriminata (l’attacco alle scuole), erano la consequenza di una molteplicità di pesanti fattori che andavano tutti a mostrare il fallimento di una politica d’integrazione (alcuni dubitavano che una tale politica ci sia mai stata), in un contesto post-coloniale.
    L’altra constatazione era l’incapacità di questa “moltitudine”, qui il termine negriano è forse azzeccato, di diventare epressione di una denuncia politica articolata e di un’attività politica in grado di supportarla.

    Il jihadismo francese di oggi è un fenomeno estremamente minoritario e complesso, non certo staffetta di quel fenomeno di rivolta generalizzata di allora. Però cresce su una fetta della società francese che continua ad essere discriminata e penalizzata.
    (Il numero più alto (in termini relativi non assoluti) di jihadisti vengono da Nizza, e sono convertiti da pochissimo, hanno un’eta media intorno ai 17-18 anni, e molti provengono da famiglie cattoliche o non praticanti, e da famiglie francesi-francesi.)

    I limiti della mia analisi di allora, credo che siano in un tentativo di proporre chiavi multi-culturaliste, come elementi di possibile progresso a fronte di questa situazione in Francia. Oggi, non sono così sicuro che quella direzione sia la migliore. In ogni caso, un confronto con il multiculturalismo anglossassone è fondamentale per la Francia, perché nel bene e nel male il modello anglosassone ha dato alcune risposte, funziona su un piano pragmatico. L’integrazione alla francese rimane per certi versi una sorta di auspicio, di fantasma.

  5. jamila il 17 gennaio 2015 alle 11:34

    la staffetta a cui alludevo è “geografico/sociale”, i fenomeni diversissimi. Non penso che il jihadismo sia il remake della rivolta delle banlieue, né che vi sia una linea di continuità evolutiva (parlavo di shift) , ma abbiamo a che fare con alcuni elementi di analogia di partenza: periferie (e quello che comportano in termini di assetto sociale e economico e rapporto allo Stato e alle sue emanazioni), adolescenti, retaggio coloniale e migratorio. I fenomeni, dicevo, sono ovviamente diversissimi. Uno collettivo – le rivolte di banlieue – , come tu dici, e anche “espressivo” (nonostante all’epoca si parlasse in diversi contesti di rivolta “afona”, screditata in quanto non conforme alle forme della politica auspicate), e uno minoritario e anche frammentato, cioè non di massa, nonché deleterio. per me la staffetta si dà in questi termini, semplificando un po’: negli stessi luoghi, frange della popolazione simili, protagoniste di fenomeni di “lotta” ben diversi, e però inscrivibili in una parabola degenerativa. Sulla chiave multiculturalista forse non ho capito bene cosa intendi: la risposta ad un universalismo razzista non è ovviamente il multiculturalismo (razzista e classista pure lui), ma della tua analisi coglievo la pars destruens (critica dell’universalismo) con cui concordo, e non la pars construens (ricetta multiculturalista, se di questo si trattava).

    • andrea inglese il 17 gennaio 2015 alle 12:28

      “per me la staffetta si dà in questi termini, semplificando un po’: negli stessi luoghi, frange della popolazione simili, protagoniste di fenomeni di “lotta” ben diversi, e però inscrivibili in una parabola degenerativa.”
      del tutto d’accordo…

      sulla questione appunto pars construens (sulla destruens siamo entrambi, e molti altri con noi, d’accordo), non ho soluzioni convincenti, e vedo innanzitutto una difficoltà teorica; e qui inviterei a svolgere una riflessione sulla questione dei presupposti che stanno alla base dei modelli francese e anglossassone di società, considerando i loro rispettivi limiti e fallimenti sul piano fattuale. Mi sembra che nonostante anche il tanto lavoro teorico e sociologico fatto, si sia ancora dentro una foresta fitta e assai oscura. Che ne pensi?

      • jamila il 21 gennaio 2015 alle 15:38

        Sono d’accordo sulla difficoltà teorica (e l’assenza di soluzioni convincenti). Cioè criticare l’universalismo è più facile che trovare alternative. Fatico anche con le parole sostitutive: pluriversalismo, comune vs comunitario e via dicendo, perché le sento anni luce distanti dal darsi e porsi dei problemi concreti.

  6. andrea inglese il 17 gennaio 2015 alle 12:37

    a Nat

    Le critiche che muovi al mio pezzo, sono quelle che anch’io oggi riconosco in esso. (Vedi scambio con Jamila). Poi ci sarebbe da dire anche molto sull’impermeabilità francese ai cultural studies e alla riflessioni intorno alla letteratuta post-coloniale. Per questo la risposta non è semplice su questo terreno.

    “Nessuno si interessa all’antisemitismo ? Quando gli ebrei saranno partiti quasi tutti dalla Francia che tipo di modello di società protremmo proporre ? Non certo quello laico in Italia…”

    In Francia, gli omicidi antisemiti sono ben chiari a tutti, e se ne parla ovviamente in tutti i media. E il problema esiste anche a livello più ordinario, di vita quotidiana. Dopodiché l’invito fatto dal capo del governo israeliano agli ebrei francesi di venire in Israele è pura propaganda politica. Come può un governo di estrema destra, che sostiene una politica d’occupazione e quindi di guerra, convincere gli ebrei francesi che Israele rappresenti un posto più sicuro? Solo perché ci sono bunker super attrezzati?



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