Made in France: Jusqu’ici tout va bien

21 gennaio 2015
Pubblicato da

Fabriqué en Francedi

Francesco Forlani

Un discorcio. Riuscire a tenere un oggetto da descrivere in prospettive ogni volta diverse. A questo pensavo mentre continuavo a documentarmi sulla strage di Charlie Hebdo Officiel. Obliquità dello sguardo, linee di fuga e prospettive, angolazione e frammentazione del tempo. Come titolo potrebbe funzionare quello de “la Haine”: Jusqu’ici tout va bien ( Fino a qui tutto bene). La Haine è la storia di 24 ore di 3 amici (un ebreo, un arabo e un nero) e di una pistola perduta da un poliziotto in una banlieue parigina. I tre ruoli sono interpretati da: Vinz : Vincent Cassel (di fatto il suo esordio), Hubert : Hubert Koundé , Saïd : Saïd Taghmaoui. Il film di Mathieu Kassovitz si apre con lo schermo nero su cui a poco a poco si illumina il pianeta Terra. La frase accompagna la caduta di qualcosa di simile a un meteorite. Una bottiglia molotov buca lo schermo. Intanto la voce recita: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. “
La storiella (vd l’estratto video) è ripetuta tre volte. La prima, voix off, in modo impersonale; la seconda voix-in con i due amici visti di spalle davanti a un paesaggio che non ha orizzonti, che non ha futuro. Nell’ultima scena, muro contro muro, humour contre humour, la storia è detta ancora una volta con una variante. “Questa è la storia di una società…” Amour contre Amour, la Haine quoi! (primo scorcio)

Passage à l’acte

L’Affaire Florence Rey-Audry Maupin.

Una possibile pista, direi quasi iconografica, nel mio immaginario si è presentata a un certo punto con i fatti successi nel 1994 sempre tra Nation e Vincennes e che coinvolsero due giovani Florence Rey et Audry Maupin. Esiste una relazione tra gli attentati  ad opera di Coulibaly, Saïd et Chérif Kouachi, e la folle sparatoria che coinvolse i due giovani anarchici e in cui persero la vita un tassista e tre poliziotti? Non credo che esista un nesso ideologico tra i due fatti  anche se li accomuna l’ossessione del passaggio all’atto, un atto di estrema violenza e un odio viscerale verso i poliziotti. Per quanto l’eco degli eventi del 1994 sull’immaginario collettivo in Francia sia stata enorme, è difficile ipotizzare che abbia influenzato i recenti fatti di sangue. Per capire però l’ampiezza di tale impatto basta sfogliare la voce che wikipedia dedica all’affaire e soffermarsi sulle opere, canzoni, libri, film che sono stati dedicati a Florence. Ad accomunare questi due tempi in uno scorcio che racchiude gli ultimi vent’anni, a parer mio è proprio il senso di un profondo vuoto, una sorta di buco nero in grado di inghiottire ogni forma di riflessione che pur correndo rischi enormi di fraintendimento non esiti ad esplorare la zona grigia a cui tutto sembra portare. Mi limito a citare un wiki-passaggio che a parer mio illustra meglio questo coinvolgimento:

“Frédérique Coudert giornalista, pubblica dopo il processo di Florence Rey in ottobre del 1998, un libro-documento sull’ affaire, risultato da un’inchiesta sull’entourage di Florence Rey e Audry Maupin, « per capire come degli studenti, destinati a priori a un avvenire privilegiato siano potuti  sprofondare nel mostruoso ». L’opera solleva la questione della motivazione della coppia  Rey-Maupin, di questo bisogno di esistere, di dare un senso alla propria vita e che precipita in tragedia.

photo-florence-rey-datant-5f0b-diaporama“Frédéric Couderc evoca una citazione di  Florence Rey al momento dell’occupazione, con il proprio compagno Audry Maupin, dello squat al no1 rue Becquet a Nanterre :

« Ah, j’existe, je le sens. C’est loin d’être une consolation. C’est parfois plus triste, puisque je n’ai pas d’histoire. Je me tais, mais je ne sauve pas le monde. Je sens déjà l’influence de la morale, de la police de la pensée … Certains sont prêts au combat, mais se feront vite briser, d’autres sont déjà brisés et plus tard, ne sauront jamais nommer leur mal … En face, la prison de Nanterre, toujours illuminée, qui me rappelle concrètement la réalité de ce monde. Je ferme la fenêtre et retourne à la chaleur de ma cellule et je pense à un refrain à deux francs : Que devient le rêveur, quand le rêve est fini ? »

« Ah, io esisto, lo sento. Lungi dall’essere una consolazione. Talvolta è più triste, poiché non ho storia. Me ne sto zitta, però non salvo il mondo. Sento già l’influenza della morale, della polizia del pensiero…Certi sono pronti alla lotta, ma si faranno spezzare in fretta, altri lo sono già e più tardi, non sapranno mai dare un nome al proprio male… Di fronte, la prigione di Nanterre, sempre illuminata, che mi ricorda concretamente la realtà di questo mondo. Chiudo la finestra e ritorno al caldo della cella e penso a un motivetto da quattro soldi: Cosa diventa il sognatore, quando il sogno è finito? »

I protagonisti della strage di Charlie Hebdo non erano studenti, destinati a priori a un avvenire privilegiato. Eppure mi sento di dire che anche per loro il mostruoso è piuttosto l’esito di una deriva psicologica ed esistenziale che non il pericoloso cocktail di una natura o peggio ancora di una cultura. Per capire cosa accade ai giovani non si può non pensare alla scuola, da una parte e dall’altra alla promessa tradita da parte della società che formazione e conoscenza possano significare accesso alla vita activa, al mondo del lavoro.

A Saint Denis, per esempio,  gli studenti delle scuole medie e dei licei non sono tutti “Charlie”. Così titolava Le monde un articolo sulle reazioni dei ragazzi del ’93 ai recenti e tragici eventi parigini. Ma proprio da quella periferia è arrivata da parte di tre professori la lettera più autenticamente repubblicana, laica che si potesse scrivere: in un passaggio dell’articolo, tradotto da Claudia Vago a un certo punto leggiamo:

“Se i crimini perpetrati da questi assassini sono odiosi, ciò che è terribile è che essi parlano francese, con l’accento dei giovani di periferia. Questi due assassini sono come i nostri studenti. Il trauma, per noi, sta anche nel sentire quella voce, quell’accento, quelle parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili.  (…) Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia degli imbecilli e degli psicotici marcire in prigione e diventare il giocattolo di manipolatori perversi, quella di una scuola che viene privata di mezzi e di sostegno, quella di una politica urbanistica che rinchiude gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in cloache di periferia. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù si insegna solo attraverso l’esempio.

A me interessa questo spazio di osservazione. Forse perché insegno in un liceo o perché mi rendo conto che se esiste davvero uno Zeitgeist ( anche se in certi momenti da spirito del tempo, questo sembra trasformarsi in una più modesta aria che tira )  lo si potrà cogliere solo a stretto contatto con le nuove generazioni. Uno degli aspetti, per esempio, poco indagati rispetto a quanto accade riguarda il senso e soprattutto la funzione dell’autorevolezza in quei luoghi che dovrebbero insegnarla. Autorevolezza del sapere vs utilità della conoscenza. Nel 1999, in uno dei saggi più letti del mondo della scuola francese, l’Enseignement de l’ignorance, il filosofo Jean-Claude Michéa già osservava come la distruzione sistematica della scuola attraverso riforme di stampo neoliberale, avallate tanto dalla destra che dalla sinistra, avesse portato proprio all’abdicazione di quel principio senza il quale nessuna trasmissione di sapere sarebbe stata più possibile.

“Si delegittimano gli insegnanti con un atteggiamento apparentemente libertario chiamando genitori e alunni a denunciare tutte le forme di autorità del ‘Maestro’. Ora, la parola ‘maestro’ ha due significati molto diversi. In latino, dominus designa colui che esercita un dominio o un’oppressione e magister colui che possiede un’autorità conferitagli da un sapere.”

Nella ricostruzione del profilo degli attentatori del 7 gennaio la cosa più incredibile è che poco più che adolescenti erano stati arruolati nelle fila dell’Islam radicale proprio attraverso una radicalizzazione di un principio di giustizia religiosa e dunque morale in grado di trasformare vittime in carnefici. Recuperati, temporaneamente, dai servizi sociali, avevano seguito un programma di reinserimento – dell’attentatore all’hypermarché sappiamo che fu addirittura ricevuto da Sarkozy all’Eliseo nell’ambito di certi incontri con il mondo associativo francese mentre di uno dei due fratelli esiste un documentario girato anni fa in cui si racconta una storia simile. Una storia che drammaticamente ci illustra il fallimento non solo del modello di integrazione ma peggio ancora di quello del recupero.

lea Su Nouvel Obs in maggio era uscita una testimonianza agghiacciante sul reclutamento delle ragazze tra i quindici e i vent’anni. Si parla di alcune centinaia di casi in cui si confondono tutti i paradigmi: maschile vs femminile, famiglie agiate vs marginali, francesi d’origine vs francesi di seconda o terza generazione. Ad accomunare le diverse esperienze è ancora una volta quel vuoto che viene riempito da ideologie-totalitarismi, iteologie in cui i reclutatori agiscono facendo leva sulle fragilità delle ragazze, esercitando un terrorismo psicologico e una manipolazione tale che è difficile non confondere tale plagio con quello provocato dalle sette. Maestri contro maestri? Autorità contro autorevolezza? A me interessa questo piano. Perché tale “successo” presso i giovani?  Se dovessi decidere un punto di osservazione, beh partirei certamente da qui. Cosa accade ai sognatori? (secondo scorcio)

You talkin’ to me?\ c’est à moi que tu parles?

In ogni strada di questo paese c’è un nessuno

che sogna di diventare qualcuno. È un uomo dimenticato

e solitario che deve disperatamente provare di essere vivo.

Taxi Driver

Ricordo quando uscì il film la Haine nel 1995. Andammo a vederlo con un po’ di amici a Bastille. C’era una fila lunga e  a un certo punto ci fu una sorta di dibattito tra gli studenti dei centri sociali. Alcuni pretendevano di entrare senza pagare il biglietto forti di un argomento quanto meno plausibile: questo film racconta la nostra storia, la nostra rivolta, e allora perché pagare un biglietto? Ineccepibile. Per fortuna un gruppo più ragionevole riuscì far passare la mozione più soft adducendo come motivo della scelta di pagare non tanto la resa al sistema capitalista ma un’interpretazione pragmatica del conflitto: supportare registi come Kassovitz è possibile solo acquistando il biglietto. Questo episodio in sé innocente, mi è venuto in mente nelle ore successive all’attentato.

Si tratta di una deriva che sarebbe sbagliato raccontare attraverso lo choc delle civiltà, une imagerie da nuove o vecchie crociate; significherebbe assecondare proprio quel tipo di propaganda che fondamentalisti ed estrema destra diffondono quotidianamente nei media ufficiali e non. Per capire, o almeno tentare di capire quanto è successo in Francia e sta succedendo in Europa bisognerebbe pensare più a una narrazione come Taxi driver che non ad Armageddon.

Non è un caso che nel film la Haine una delle scene più forti è proprio quella in cui Vinz (Vincent Cassel) impersona Travis Bickle (Robert De Niro) davanti allo specchio. (terzo scorcio)

Tra i gruppi che composero la fortunata colonna sonora del film  v’erano anche Le Ministère A.M.E.R. (rétroacronyme de Action, Musique Et Rap). Una generazione allo specchio; la generazione che le racchiude tutte nell’arco di un ventennio . 1995-2015 . Come l’immagine allo specchio di Vincent Cassel nella Haine che si legge a contrario; la faccia riflessa, contrariata, rétroactive si traduce nel suo linguaggio inverso, invertito, perverso.

“Per verlan si intende, in ambito linguistico francese, una particolare forma di linguaggio gergale usata in Francia. È caratterizzata da parole nuove ottenute soprattutto mediante inversione sillabica. La stessa parola “verlan” (veʀ’lɑ̃) è in codice: significa à l’envers (a lɑ̃’vɛʀ), ossia “al contrario”.

Appartenersi attraverso la lingua.

meuf (femmina) teuf (festino) keuf (sbirro)
ovvero la santissima trinità delle periferie.
La canzone dei Ministere AMER immagina il sacrificio di un poliziotto.
La terribile sequenza di uno dei due fratelli Kouachi che spara a sangue freddo al poliziotto ferito a terra sembra il passaggio all’atto di un odio che da simbolico si trasforma nel suo contrario, il diabolico.

Pare che Mathieu Kassovitz voglia girare un sequel.

“Je ne pense pas qu’on soit dans un pays anti­sé­mite. Je ne pense pas qu’on soit dans un pays même isla­mo­phobe. Je ne pense pas qu’on soit fondamentalement racistes. Je pense qu’on est vraiment prison­niers de nos poli­tiques et de nos médias qui nous condi­tionnent à penser que nous sommes comme ça. Mais on n’est pas nos propres ennemis“, lance l’acteur/réalisateur.”

“Non penso che siamo in un paese antisemita. Non penso nemmeno in un paese islamofobo. Non penso che siamo fondamentalmente razzisti. Penso che siamo veramente  prigionieri delle nostre politiche e dei media che ci condizionano  nel pensarci così. Ma non siamo i nostri propri nemici.”

Varrebbe la pena informare il regista francese su quanto sta succedendo sui social network italiani a proposito della liberazione delle due giovani volontarie Greta e Vanessa; potrà così toccare con mano l’odio che è in grado di produrre la maggioranza silenziosa nel nostro paese verso se stesso. Un odio non troppo diverso da quello che ha scatenato i crociati del caos contro un gruppo di coraggiosi fumettari libertari, paladini dell’anarchia.

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10 Responses to Made in France: Jusqu’ici tout va bien

  1. daniele ventre il 21 gennaio 2015 alle 14:48

    Jusqu’ici c’est parfait.

  2. Ilaria il 21 gennaio 2015 alle 15:41

    Fino a che faremo vivere la dittatura del rumore dei mostri verbali generanti odio e paura il tritolo delle immagini senza sguardo né silenzio. Fino a che non diventiamo vivi

  3. véronique vergé il 21 gennaio 2015 alle 18:17

    Bella riflessione.

    Ma voglio tornare alle scuole medie.
    Non è solo problema di periferia.
    Nella mia scuola media 15 alunni che non hanno rispetato la minute de silence!

    Gli insegnanti fanno un lavoro straordinario.
    E che fanno gli alunni?
    Non hanno rispetto.

    E’un po facile di criticare una società.
    La scuola è aperta a tutti. In periferia ci sono associazioni che lavorano per fare crescere i ragazzi.

    In tutta vita, si incontra un giorno una bella persona: un amico, un professore, un cugino.

    E’una questione di scelta.

    Abbiamo parlato di Charlie Hebdo.

    Mi viene in questa sera il grido delle ragazze nel mondo. Non il grido di Greta e di Vanessa -non ho seguito la polemica.

    Il grido delle miei sorelle schiave, il corpo con la cintura di bomba costretta da morire dilaniata.

    E’la morte programmata delle donne.

    E’quello che riserva”l’islam fanatico” alle donne.

    Bisogna accendere tutte le penne per gridare non l’odio, ma la rivolta.

    Rivolta contro il terrore.

  4. véronique vergé il 21 gennaio 2015 alle 18:32

    In realtà si dovrebbe parlare della periferia con esempio di talenti.
    Non solo le RAP.
    C’è una creatività possibile: poesia, arte urbano, teatro.
    La periferia è il cuore giovane della Francia.
    Bellezza e periferia.
    Sembra ossimoro.
    Ma c’è.

  5. diamonds il 21 gennaio 2015 alle 18:49

    quel “mostri verbali generanti odio e paura il tritolo delle immagini senza sguardo né silenzio” di Ilaria mi sembra piuttosto eloquente

    http://www.echopulse.net/music/Cheb%20Mami%20&%20K-Mel%20-%20Parisien%20du%20Nord%20(instrumental).mp3

  6. giuseppe il 21 gennaio 2015 alle 19:26

    molto bello

    • giuseppe il 21 gennaio 2015 alle 19:30

      il testo intendo, non certo il meccanismo d’odio in cui ci ritroviamo

      • helena il 22 gennaio 2015 alle 14:59

        bello, Fra!

  7. francesco forlani il 22 gennaio 2015 alle 15:40

    carissimi grazie per le parole che avete speso. A distanza di giorni il disorientamento è tale che ho come l’impressione che si sia entrati in un tempo rapidissimo nel tempo della rimozione. La rimossa della storia che non scandalizza. L’informazione in questi giorni vive di effetti collaterali. Ecco perché bisogna lavorare sul lungo termine, investire le risorse nelle scuole e nei quartieri. Veronique condivido la tua riflessione geopolitica. Qui si tratta di lotta senza quartiere, senza più centro nè periferia. effeffe

  8. ornella tajani il 23 gennaio 2015 alle 20:25

    Condivido qui qualche breve riflessione a margine di un pezzo letto oggi su Internazionale. È un articolo di Sylvia Zappi, che sta seguendo per Le Monde quello che sta succedendo nelle banlieues. Su Le Monde vedo che l’articolo si intitola “La banlieue tiraillée entre ‘Charlie’ et ‘pas Charlie'”, titolo che in italiano è stato tradotto con un più brutalmente sintetico “La periferia non è Charlie”… paradossale che nello stesso numero di Internazionale ci sia anche un articolo sul come i titoli influenzano la nostra lettura degli articoli.
    Al di là di questo, la giornalista raccoglie testimonianze varie fra abitanti di banlieue che sono francesi di cultura musulmana, credenti o non credenti (cit.). Fra le varie, e a proposito di scuola, qualcuno chiede: “Perché gli insegnanti che mandano in banlieue sono sempre gli ultimi in graduatoria?”. Ottima domanda… cosa rispondono le politiche dell’immigrazione o le velleità multiculturaliste a un ragazzino di una scuola di banlieue che pone una domanda del genere? Come si fa a convincerlo che quello in cui vive non è un ghetto? O magari a rispondergli che alla base della graduatoria c’è un criterio meritocratico – di quella stessa ambigua meritocrazia che Jamila trattava in un suo pezzo recente? [ovviamente io non penso affatto che gli ultimi in graduatoria siano cattivi insegnanti, né i ‘peggiori’ insegnanti; è la domanda in sé che mi sembra sintomatica]
    Qualcun altro fra gli intervistati dice: “Manca la cultura, la tradizione politica per capire che in Francia la blasfemia non esiste”, frase che più che altro evidenzia quanto sia assurdo parlare della ‘banlieue’ come di un organismo monocellulare… cose già note, eppure, per quel poco che ho visto interessandomi ad alcuni autori francesi contemporanei che hanno trattato la banlieue nei loro romanzi, anche la rappresentazione letteraria della banlieue è molto stereotipata e a senso unico; è uno sfondo che la immortala e raramente le lascia via di scampo (al qual proposito io mi limitavo a pensare che questo tipo di rappresentazione è in qualche modo rassicurante, perchè isola il male in un contesto specifico, e così facendo tenta di circoscriverlo).
    Infine, si sottolinea come social network e tv siano mezzi di comunicazione troppo veloci per aprire un dialogo fra i giovani che vivono in banlieue, e quindi si sta cercando (non so bene in quali modi) di trovare spazi più adatti… un altro aspetto che vale la pena considerare, la ‘velocità’, e non solo l’ampiezza, del bombardamento mediatico: quella velocità che non lascia il tempo di assimilare e riflettere.



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