«l’amor di sistema»: Giacomo Leopardi e la contraddittorietà

Raoul Bruni, Da un luogo altro, Su Leopardi e il leopardismo, La Nuova Meridiana, Le Lettere, Firenze 2014

Raoul Bruni, Da un luogo alto, Su Leopardi e il leopardismo, La Nuova Meridiana, Le Lettere, Firenze 2014

di: Francesca Fiorletta

Esce per Le Lettere, nella collana La Nuova Meridiana, Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo, una dotta e ben articolata raccolta di saggi di Raoul Bruni, critico letterario e docente fiorentino, attualmente adiunkt all’Università Pedagogica di Cracovia.

Dalle Operette morali alla tragedia antica, passando per lo Zibaldone e i Paralipomeni della Batracomiomachia, Bruni ripercorre criticamente il percorso filosofico e filologico dell’immenso poeta di Recanati, non trascurando altresì di puntare il fuoco dell’attenzione sugli stretti e indispensabili rapporti che intercorrevano fra Leopardi e gli intellettuali di spicco della sua epoca.

Gli ultimi due capitoli, inoltre, sono accuratamente dedicati all’influenza imprescindibile che ha avuto Giacomo Leopardi su tutta la cultura novecentesca, italiana e non solo. Influenza qui intelligentemente rimeritata e ben evidenziata grazie soprattutto all’ausilio di due importanti figure: Giovanni Papini e Giuseppe Rensi.

Non occorrerà, certo, soffermarsi ulteriormente sulla grandezza dell’opera poetica e intellettuale del nostro vate de La Ginestra, eppure, uno dei pregi maggiori del pensiero leopardiano è, a mio avviso, la capacità di riservare sempre nuovi spunti, l’incredibile quantità di nuove prospettive dialettiche che è in grado di aprire e valicare, ad ogni pagina, la sua scrittura, dicendo e contraddicendo anche se stessa, forse addirittura anche a un certo livello non completamente volontario.

Perciò, ad esempio, durante la lettura, mi sono soffermata su un passaggio forse un poco ostico ma che ritengo fondamentale, e che riguarda, per l’appunto, «l’amor di sistema», inteso come presupposto filosofico, ma diremmo, più in generale, ideologico, che soggiace o dovrebbe (o piuttosto non dovrebbe?) soggiacere a un certo tipo di scrittura autocosciente.

Leggiamo, dunque, direttamente dallo Zibaldone, 948, 16 aprile 1821:

l’amor di sistema, o finto, o vero e derivante da persuasione, è dannosissimo al vero; perché i particolari si tirano per forza ad accomodarsi al sistema formato prima della considerazione di essi particolari, dalla quale il sistema dovea derivare, ed a cui doveva esso accomodarsi. Allora le cose si travisano, i rapporti si sognano, si considerano i particolari in quell’aspetto solo che favorisce il sistema, in somma le cose servono al sistema, e non il sistema alle cose, come dovrebb’essere.

Ma di cosa si sta parlando, esattamente? Raoul Bruni ci viene opportunamente in ausilio con la spiegazione di questo passaggio. Lo cito:

Per Leopardi, insomma, ogni sistema teorico deve misurarsi con l’esperienza individuale del soggetto, che spesso finisce per smentire le presunte verità generali.

Fin qui, tutto chiaro, ma sembra ci sia ancora dell’altro, qualcosa di più profondo, un nervo toccato, lasciato ancora più scoperto. E così, infatti, più avanti, il critico prosegue:

Proprio perché osserva la realtà direttamente, senza il filtro di lenti ideali, il pensiero di Leopardi giunge a mettere in discussione gli assiomi della logica occidentale, a cominciare dal principio di non contraddizione, enunciato nella Metafisica di Aristotele, «estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri».

Questo, in fin dei conti, mi sembra il nodo della questione: il diritto alla contraddittorietà, che tanta linfa ha dato e sempre è in grado di dare alle forme artistiche e espressive più incisive, dai secoli addietro fino ancora ai giorni nostri, ci resta impresso a vividissimo memento come uno dei numerosi e più fervidi insegnamenti del pensiero filosofico leopardiano.

Non soltanto si esalta, dunque, il privilegio dell’esperienza, il primato della singolarità, che è cosa ben diversa dall’individualismo, ovviamente, ma oltretutto si rivendica, in chiave assolutamente vitalistica, l’assoluta necessità dell’atto stesso della messa in discussione, della pratica consapevole del rifiuto dei dogmi, contro l’orrorifico e fin troppo protratto scambio dei piani fra ciò che “dovrebbe essere” e ciò che invece “è e non può non essere”.

Leggiamo ancora:

Per Leopardi un pensiero effettivamente sintonizzato con l’esistenza non può non essere contraddittorio perché:

l’essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell’esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in lei); cioè nell’essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con esistenza non vera e propria […]. Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l’esattezza la più geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (Zib. 4099-40100, 2 giugno. 1824).

E quanto bene ci fa, oggi, continuare a leggere e rileggere Leopardi, per non cadere nelle maglie dello spirito del «sistema», per lasciarci avvolgere, piuttosto, dallo spirito di contraddizione.