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Note in margine al manifesto più breve del mondo

di Giorgio Mascitelli

( questo intervento è stato scritto per Libera occupazione poetica, iniziativa in occasione della giornata mondiale della poesia, tenutasi a Torino il 21 marzo scorso presso la fondazione Antonicelli e curata da Andrea Inglese, Francesco Forlani e il collettivo Sparajuri)

Alcuni anni or sono mi capitò di redigere un manifesto letterario che per la sua brevità chiamai il manifesto più breve del mondo ( sono sempre stato pigro ) e in effetti si componeva di un solo punto che suona così:

  1. Oggi una Monna Lisa cyberpunk è più bella di un automobile lanciato in folle corsa che è più bello di una Vittoria di Samotracia che è più bella di una Monna Lisa cyberpunk. E puoi capire che il gioco va avanti sempre così.

Come si può notare facilmente, il manifesto più breve del mondo è caratterizzato da una certa improntitudine semigoliardica al pari della situazione in cui fu ideato. Eppure, se si analizza la situazione estetica attuale dal punto di vista dei valori estetici novecenteschi, possiamo affermare che esso descriva il presente in maniera ineccepibile. Questa sottospecie di morra cinese nella quale tutti i valori sono indifferenziati e in fondo niente prevale su niente è in un certo senso la trascrizione fedele, per quanto goliardica, dell’assoluta libertà espressiva e comunicativa dell’ Occidente attuale ( in termini naturalmente di estetiche prescrittive).

E’ chiaro che l’indifferenziata tolleranza produce un effetto di non senso, soprattutto se si pensa che il Novecento, e tutto sommato anche l’Ottocento, è stato contrassegnato da aspre battaglie di poetica ed è chiaro che questo stato di cose, senza volere con ciò idealizzare una situazione che produceva spesso preconcetti alle soglie del fanatismo e talvolta dell’idiozia, contribuiva a determinare un orizzonte di significato collettivo che valeva non solo per gli artisti impegnati dentro queste battaglie di poetica, ma anche per i refrattari, gli individualisti e i disertori di ogni credo poetico in nome della libertà d’artista ( perché, si converrà, fare l’individualista laddove regnano idee collettive ha un senso, che non ha nell’esserlo quando tutti sono, volenti o nolenti, individualisti). Non è però utile spiegare il non senso che nasce da questo indifferenziato in termini di nichilismo postmoderno: non che sia sbagliato, ma non è la prospettiva più interessante. Si può leggere più utilmente questo effetto di non senso come il segno dell’imporsi di un nuovo ordine di vedere le cose che vanifica le contrapposizioni precedenti: laddove una poetica vale l’altra per le istituzioni della cultura, significa che ciò che conta per la società non è più il modello o l’idea dell’arte.

Il valore della produzione  estetica, cioè, non sta più nel veicolare simbolicamente nella forma o nei contenuti determinati immagini o valori a vario titolo importanti per la cultura o per la società, ma sta nel suo accreditarsi pienamente come merce e dunque nella completa uniformazione alle leggi che determinano il resto degli ambiti sociali ossia quelle di mercato. Mi è capitato di chiamare estetica del profitto questo nuovo stato di cose, intendendo con questa espressione l’idea, diffusa tra il pubblico, anche se ancora priva di una formulazione organica e accattivante dal punto di vista teorico, che la bellezza di un’opera coincida con il suo successo commerciale. Si tratta di un’idea veicolata dalle forme di classifica di vendita e poi da tutte le altre classifiche di merito che popolano la nostra quotidianità mediatica. Questo pensare per top ten produce progressivamente un’attenuazione dell’idea estetica in passato corrente basata sull’estetica dell’originalità di origine romantica, che è quella che spingeva a redigere nuovi manifesti per nuove poetiche: così l’opposizione tra successo commerciale e successo artistico per la gran parte del pubblico colto sparirà.

Negli ottanta alcuni scrittori di valore salutarono la fine del clima degli anni settanta, caratterizzato anche nella letteratura da poetiche di impegno politico e di sperimentalismo, come un trionfo della libertà dell’autore e del lettore. Avevano in un certo senso ragione, solo che le libertà che trionfavano erano quelle dei grandi operatori di mercato e dei loro clienti.

Una delle prove più eloquenti di questo genere di trionfo è la totale marginalità nel discorso ufficiale della poesia, che sussiste nella memoria collettiva tutt’al più come ricordo scolastico. Del resto è ovvio che, in un’epoca determinata dall’estetica del profitto in maniera molto più profonda di quanto il residuo dibattito culturale registri, un genere così poco commerciabile sia, per così dire, in una situazione di perenne mobilità in uscita.

Ora sto per affermare che paradossalmente questa situazione comporta anche dei vantaggi per la poesia e per i poeti, ma temo che questa mia tesi venga scambiata per un discorso del tipo “tutto sommato è meglio così”. Evidentemente non è un bene che la poesia sia così emarginata, ma visto che la stato dei fatti è questo, è meglio esaminarlo con attenzione e cercare di fare di necessità virtù. Il fatto che la poesia sia una merce così scadente dal punto di vista del mercato  e che i suoi artefici siano figure paragonabili agli esodati o a quelli in mobilità lunga, cioè siano figure ormai superflue per il processo di produzione del valore aggiunto, è disastroso per l’immagine sociale del poeta e della poesia, ma nel contempo crea alcuni spazi impregiudicati di manovra.

Infatti tutta la produzione artistica e culturale in una società dominata dall’estetica del profitto paga un pesante tributo a quel non senso montante a cui mi riferivo sopra. Anche un film o un romanzo o un’installazione pregnanti nel significato, innovativi nel linguaggio e critici rispetto alla realtà presente perdono un parte di significato in un processo di pubblicizzazione che usa canali di diffusione fatti per le merci: anche opere piene di senso rischiano di risultare la voce di colui che grida nel deserto delle merci. Il paradosso della poesia è che la sua marginalità è così accresciuta che anche i suoi canali di diffusione sono al di fuori di qualsiasi commercializzazione e dunque sono protetti da questa deriva di non senso.

Insomma potrebbe succedere che alcuni canali artigianali di circolazione della poesia vengano visti a un certo punto da una parte del pubblico come i luoghi di verità perché solo lì circolano quelle domande sul senso, che sono alla base  dell’esperienza artistica. Per rendere realizzabile un’ipotesi del genere occorre, però,  che la poesia accetti a pieno il proprio status di paria sociale e non cerchi di nasconderlo tramite giochi di prestigio mediatici o accademici. Ogni parola di verità o di senso, se si preferisce, può venire soltanto da chi non si fa illusioni circa la propria condizione ( sociale, perché su altre condizioni personali bisogna ammettere che può essere più complicato smettere di nutrire illusioni su di sé).

Nella società attuale il vecchio proverbio medievale homo sine pecunia imago mortis rappresenta la mentalità dominante amplificata dall’apparato mediatico con l’aggravante che oggi ai tabù dei discorsi sul sesso si è sostituito quello dei discorsi sulla morte. E nel suo biglietto da visita ogni poeta, in quanto poeta, porta scritto questo proverbio. E’ da qui che la poesia può cominciare a parlare in maniera sensata lontano dal non senso dell’estetica del profitto; poi naturalmente servono belle poesie, ma questo mi sembra superfluo aggiungerlo.

 

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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