Mondi

di Elisabetta Scantamburlo

Mondi

Tra le braccia grosse, morbide, e massicce tiene uno scricciolo. Un neonato tenero di appena una settimana, suo nipote, figlio della sua unica figlia. Lo tiene con naturalezza, come se il piccolo essere avesse trovato il suo posto, e lo guarda negli occhi che ancora, dicono, non vedono nulla. Attorno a lui e alla tavola su cui dormono i resti del pranzo natalizio appena consumato, i pochi parenti invitati. Da una parte gli uomini assaggiano con calma la grappa che lui ha comprato durante una delle sue ultime gite in montagna. La voce lontana della sua compagna sta raccontando di come si è messo a piangere quando sua figlia l’ha chiamato dall’ospedale per dargli la notizia. In un’altra occasione gli avrebbe dato sicuramente fastidio. In questo momento invece, che gli altri bevessero pure la grappa senza di lui, che lei parlasse e che le sue ascoltatrici sorridessero.
Accoccolato sul suo braccio, grande quanto quello, sta suo nipote, come una pietra incastonata nel modo più perfetto in un bracciale. Il piccolo aveva pianto poco prima tra le braccia del padre, ma nelle sue sembra aver trovato la pace. Ora è sveglio tuttavia e, a lui, stringe il grande indice. La manina non riesce a fare il giro della circonferenza del dito. Sì, è commosso, anche adesso, ma la gioia di avere tra le braccia quella cosina è così grande che lo fa anche ridere e i due sentimenti in lui si compensano. Pensa che quella cosina dieci giorni prima non c’era e ora è entrato nella ruota e fra dieci, vent’anni, sarà diventato qualcosa di sempre più preciso e definito di questo corpicino le cui gambette e braccia esili, lisce e rosse si muovono senza alcun controllo.
È capace così anche adesso, come il suo solito, di celare bene le sue emozioni, dietro un sorriso sardonico, immobile e ambiguo. Ma i suoi occhi, brillanti come mai, lo tradiscono a chi lo guarda bene. Il cucciolo di uomo che ha tra le braccia è così simile a sua figlia, più di trent’anni prima. Allora era la prima volta che teneva un esserino così in braccio, ma la commozione era inspiegabilmente identica. Ora sua figlia è diventata grande per davvero, è una mamma, come lo era stata la mamma di lei, sua moglie.

Sua figlia è seduta sul divano, un po’ in disparte, si riposa dalle tante attenzioni e domande rivolte a lei, dal suo iniziale entusiasmo a raccontare tutto, e dalle tante energie che la nuova vita le richiede. Guarda suo padre che tiene in braccio suo figlio. Dopo tanti anni di matrimonio nemmeno lei ci credeva più, eppure eccolo lì. Le sembra ancora impossibile di esserci riuscita, che dal suo corpo sia uscita una creatura così, perfetta. Aveva avuto paura anche, aveva temuto di morire. Chissà se sua madre aveva provato le stesse sensazioni quando era nata lei. Gli stessi timori, gli stessi dolori. Non può chiederglielo, perché da sette anni non c’è più e in questo momento la sua mancanza è ancora più forte. Se fosse vissuta un po’ di più. Se lui fosse nato prima. Pensieri che sa essere assurdi le riempiono la testa, ma almeno soffocano il desiderio di immaginare il sorriso di lei, pieno e malinconico, i suoi occhi chiari e umidi, le battute che avrebbe fatto e i discorsi che avrebbe inventato col bambino. Anche tra le braccia di sua madre il piccolo avrebbe trovato pace, non aveva dubbi. Anche lei l’avrebbe trovata quella pace, tra quelle braccia, ancora. Le mancava tanto, sempre.

Osserva suo padre che sta passando il piccolo tra le braccia della sua nuova compagna. Come l’avrebbe passato nelle braccia di sua madre. Lei l’ha accettata questa nuova donna, e le piace anche. Diversa da sua madre, in qualche modo ne condivide però una genuinità e una spontaneità discreta che lei apprezza nelle persone di quella generazione.
Sulla credenza dietro i parenti, tra le vecchie bomboniere e i piatti del Buon Ricordo, ora c’è una foto incorniciata di suo padre e di questa donna. D’accordo con suo padre avevano deciso che le altre foto, vecchie, era arrivato il momento di tenerle altrove. Lì, una volta, c’era la foto dei suoi genitori. Ora il posto di sua madre è stato occupato da un’altra. E lei l’ha accettato. Succede. La vita va avanti. Le vite e le persone trascorrono, i ruoli si scambiano, i gesti restano gli stessi. Le sfumature, solo, cambiano. E quelle sfumature sono, senza fine, mondi a parte.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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