Tre racconti del concreto

1 agosto 2016
Pubblicato da

casa

di Hugo Bertello

STORIA DEL MURATORE CHE VOLÒ SOPRA AI TETTI
Racconto dal grande slancio

La fantasia è una specie di macchina elettronica che tiene conto di tutte
le combinazioni possibili e sceglie solamente quelle che rispondono ad un fine,
o che semplicemente sono le più interessanti, piacevoli, divertenti.
(Italo Calvino, Lezioni Americane)

 

Una volta un muratore canadese ricevette il compito di rinnovare una mansarda. Terminato il proprio lavoro con gran perizia, il muratore si accorse di aver sbagliato qualche calcolo, poiché gli avanzavano ben 100 mattoni, che non sarebbero stati più di alcuna utilità alla costruzione. Ora, siccome ogni mattone pesava 4 libbre – valutò brevemente l’uomo – il loro peso totale doveva ammontare a 400 libbre tonde tonde. Ricordando molto bene la gran fatica che gli era costata trasportare il peso su per le scale, questi iniziò allora a pensare se non vi fosse un metodo migliore per riportare il materiale al piano terra, dentro al suo furgone.

Dopo qualche istante di riflessione, il muratore saltò improvvisamente in piedi e con passo allegro si diresse giù per le scale. Scendendo, salutò garbatamente la signora del terzo piano, che annaffiava i fiori, fece un cenno al signore del secondo, intento a controllare la posta, infine posò una mano sulla testa del cagnolino del primo, che scodinzolava. Giunto presso il suo furgoncino, afferrò una corda ed una carrucola e fece immediatamente ritorno in cima all’edificio.

Come primo passo del suo ingegnoso progetto, si affrettò ad assicurare la carrucola ad un robusto gancio che pendeva dalla finestra. Afferrata un’estremità della corda, andò ad avvolgerla più volte intorno al ripiano dei mattoni – seguendo le due direttrici perpendicolari –, e saldò il tutto con un forte nodo. L’estremità ancora libera scivolò infine giù nella carrucola, fino a toccare terra. Di nuovo per le scale, l’uomo salutò garbatamente la signora del terzo piano, che non aveva smesso di innaffiare i fiori, fece un cenno al signore del secondo, che continuava a controllare la posta, infine posò una mano sulla testa del cagnolino del primo, intento a scodinzolare. In strada, non perse tempo: brandita l’estremità penzolante della corda si assicurò che questa formasse un angolo di almeno venticinque gradi con la verticale, poi la annodò vigorosamente ad un perno che spuntava dal furgone. L’intraprendente costruttore alzò gli occhi al cielo e fu pervaso dal più grande entusiasmo. Che bellezza quella leva che pendeva da in cima all’edificio! Il piano pareva tanto ben cominciato!

Ritornato nella mansarda, con un poco di fatica spostò il ripiano con i 100 mattoni prima sul davanzale della finestra, e poi al suo esterno. Il salto nel vuoto non durò più che un paio di metri, giacché eroicamente la corda scivolò nella carrucola e prese tensione, lasciando il pesante pacco sospeso nel vuoto. La felicità prese di nuovo possesso dell’uomo. Che splendore quei mattoni, oscillanti lì a mezz’aria! Il lavoro era quasi finito!

Sceso in strada e giunto di fronte al suo furgone, con l’ardire e l’allegria degli uomini di valore, il protagonista si apprestò a completare il suo brillante disegno. Con un fremito di lussuria, sciolse il nodo presso il furgone – quello su cui tutto si reggeva –, e il pacco prese così a scendere, però non a velocità costante, anzi accelerando sempre con più forza. Ma certo, come potevano le 180 libbre del muratore bilanciare le 400 del mattone! Di questo fatto però lui doveva essere all’oscuro, poiché non pensò nemmeno per un istante di lasciar andare la presa. E fu così che mentre il pacco andava giù, il muratore prese a salire. E fu così che nella sua ascesa fece un cenno al cagnolino del primo piano, che annaffiava i fiori, salutò il signore del secondo, intento a controllare la posta, infine posò una mano sulla testa della signora del terzo, che scodinzolava, e in un sol slancio superò i tetti, e da allora continuò a volare.

 

 

***

 

 

SETTE VITE
Racconto multiplo

 

…poiché innegabile rimane soltanto una cosa,
ovvero che l’ultimo rifugio dei romantici è l’ironia.
(Filosofo belga seduto su una panchina)

Nella prima si comportò bene: era pur nuovo a quel mondo, doveva dare una buona impressione. Si dimostrò sempre cordiale nei confronti dei più stretti conoscenti come degli sconosciuti, e quando venne coinvolto in un piccolo diverbio non esitò mai a chiedere scusa per primo. Nel tempo libero contribuì a tenere pulito il quartiere in cui viveva e andò a fare visita almeno una volta a settimana alla chiesa locale, e nel momento in cui trovò un’occupazione dignitosa non si dimenticò di dare ciò che gli avanzava ai più bisognosi, pur non rinunciando a togliersi qualche piccolo sfizio. In seguito ad una lunga e paziente ricerca, incontrò una compagna buona e che lo amava, e per tutti gli anni che trascorsero insieme le ricordò almeno una volta al giorno di quanto fosse bella. Da lei ebbe due figli, di cui tutti parlavano in quanto meraviglia di onestà e d’obbedienza.
Nella seconda si comportò piuttosto male. Stanco delle buone maniere, commise tanti più crimini e malefatte quanti poteva, divertendosi moltissimo. Rubò qualcosa ogni giorno: a volte per necessità, altre per il puro gusto di farlo. Spesso riuscì a farla franca, e in quei rari casi in cui fu colto in flagrante negò le proprie colpe fino allo strenuo. Bevve molti alcolici, fece a botte per qualunque pretesto, insultò i nemici e le istituzioni ed ebbe contemporaneamente molte compagne – Camilla, Benedetta, Diana, Fanny, Ingrid, Frida, Alina – che chiamava tutte e indistintamente “tesoro”, per non fare confusione. Ebbe molti figli e non se ne prese mai cura. Alcuni non li conobbe nemmeno.
Nella terza fu affascinato dall’idea che tutti gli individui dovessero essere uguali. Fischiettò un’aria che invitava alla riscossa dei popoli ogni mattina lavandosi la faccia, si batté per sovvertire i privilegi degli sfruttatori e per difendere i diritti degli sfruttati. Visse in una casa modesta ma onorevole dove ogni giorno accoglieva con gioia decine di amici, con i quali organizzò sabotaggi e dimostrazioni. Durante l’occupazione di una fabbrica dismessa incontrò una compagna “rossa” e con lei ebbe quattro vivacissimi figli, “rossi” anch’essi.
Nella quarta fu ammaliato dal potere. Cercò di accumulare quanto più denaro ed autorità gli era possibile ed incrementò così tanto la propria libertà da annullare completamente quella degli altri. Non ascoltò opinioni diverse dalla propria ma oppresse senza esitazione chiunque ebbe la forza di opporsi. Fu autoritario nella vita pubblica quanto in quella privata, usando spesso la mano per risolvere questioni d’intelletto. Discriminò chi aveva tradizioni diverse dalle sue e non ritenne mai di sprecare un solo istante su una questione sulla quale aveva già un’idea precisa. Prese da solo tutte le decisioni riguardanti le faccende domestiche e trattò i famigliari come sottoposti. Ebbe una moglie “nera” e “nero” fu il loro unico figlio.
Nella quinta perseguì la conoscenza delle cose. Era già da un po’ di tempo che osservava il mondo, così pensò che fosse giunto il momento di capire come funzionasse. Fu incredibilmente curioso. Smontò e studiò tutti gli oggetti che gli capitavano a tiro: radio, sveglie, orologi, giocattoli, insetti, piante, e scoprì come erano fatti dentro. Scavò profonde buche nella terra e si interessò alle leggi del cosmo. Capì cosa fa sì che il fuoco sia caldo ed il ghiaccio freddo. Scoprì perché un vaso cade più velocemente di una piuma, perché gli uccelli sono in grado di volare e come possono trovare d’inverno il loro rifugio.
Nella sesta cercò l’anima del mondo. Si rese conto che la caratteristica più affascinante dell’universo in cui abitava stava nel fatto che esso si prendeva la briga di esistere, senza che niente e nessuno lo avesse obbligato a farlo! «Noi diciamo che semplicemente esso c’è», ripeté ossessivamente a chiunque capitasse di sostare nei suoi paraggi, «ma non riflettiamo mai sul fatto che altrettanto semplicemente potrebbe non esserci affatto!» Concluse che lo stesso concetto doveva valere, con implicazioni ancor più sconvolgenti, per la coscienza e per la vita. «Non potrebbe esistere un universo di soli sassi?», ebbe a tal proposito l’abitudine di domandarsi. «Certo che sì», ebbe l’abitudine di rispondersi. «Ma non potrebbero esistere soli universi di soli sassi?» A questo quesito non seppe dare una spiegazione. Si stabilì così in un antico monastero in cima ad una collina, visse una vita semplice, passò lunghi giorni in silenzio, mangiò quello che trovava o che gli veniva donato. Rifletté molto. Non arrivò ad alcuna conclusione. Tornò a riflettere.
Nella settima vita, dopo essere stato buono, cattivo, compagno internazionalista, oppressore fascista, studioso della natura e seguace dello spirito, finalmente si riposò. In fondo aveva già fatto un sacco di cose, per essere poi solo un gatto!

 

 

***

 

 

IL POSTO IN CUI SI SPARISCE
Racconto evanescente

 

Ci dev’essere stato un momento, all’inizio,
quando avremmo potuto dire: no. Per qualche motivo l’abbiamo perso.
(Tom Stoppard, Rosencrantz e Guildersten sono morti)

 

Nel posto in cui si sparisce le persone non muoiono, semplicemente spariscono.
Nel posto in cui si sparisce non esiste malattia o imperfezione del fisico che possa privare della propria vita un uomo. Nel posto in cui si sparisce qualcuno entra semplicemente in una stanza – il soggiorno? il salotto? – e quando vai a cercarlo non è più lì, perché è sparito.
Nel posto in cui si sparisce non esistono sfortunati incidenti o fatali colpi del caso. Nel posto in cui si sparisce si fa per prelevare un oggetto utile da un cassetto, e quando ci si volta chi era alle nostre spalle non c’è più, e per sempre.
Nel posto in cui si sparisce non si può prendere la vita di qualcuno e tanto meno la propria, poiché nel posto in cui si sparisce sparire non è una scelta, ma capita all’improvviso, un po’ così.
Chi abita nel posto in cui si sparisce ha timore di sparire lui stesso solo quanto ha timore che a sparire siano gli altri. Per questo motivo, nel posto in cui si sparisce le luci sono sempre accese e le giornate scorrono a guardarsi fissi negli occhi. È ben noto infatti che nel posto in cui si sparisce se qualcuno ti guarda, non c’è nessun modo in cui tu possa sparire.
Nel posto in cui si sparisce si conoscono i lineamenti di ognuno a memoria, e le persone si distinguono in nome di un sopracciglio particolarmente delicato, un naso straordinariamente dolce.
Incontrando il viso di una persona cara del posto in cui si sparisce si prova ogni volta una grande gioia, poiché esso c’è ancora, poiché non è ancora sparito.
Nel posto in cui si sparisce possono passare anche anni senza che si senta raccontare di qualcuno che se ne sia andato per davvero. Quando tale evenienza si presenta e qualcuno domanda, «Com’è successo?», la risposta però è sempre la stessa, «Ha preso le scale per salire in terrazza, ed è sparito.»
Nel posto in cui si sparisce tutti sono molto sorridenti e sembrano accettare di buon grado il fatto di vivere in un posto in cui si sparisce. Dicono che sparire è soltanto un modo per permettere a qualcun altro di nuovo di fare quell’altra cosa – più bella – che è apparire.
Eppure, non appena si trovano soli e senza gli occhi degli altri, gli abitanti del posto in cui si sparisce si sentono quasi sparire al pensiero di vivere in un posto in cui si sparisce.
Per questo motivo, molti di essi si ritrovano spesso per parlare di un altro posto, un posto magnifico e stupendo in cui non si sparisce, ma in cui si viene ritrovati.
Tale pensiero è forse l’unico che possa permettere a chi vive nel posto in cui si sparisce – una volta ogni tanto e quando il tempo è particolarmente buono – di sparire un po’ di meno.

 

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2 Responses to Tre racconti del concreto

  1. Corrado Aiello il 1 agosto 2016 alle 16:18

    No, vabbè. Applausi.

  2. Daniela Andreis il 5 agosto 2016 alle 13:26

    belli belli.

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