Diorami. Intervista a Massimiliano Borelli

17 marzo 2017
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AutoritrattoPetrassidi Francesca Fiorletta

Nasce per Mucchi Editore una bella collana: DIORAMI. Testi su artifici, mondi nuovi e altre invenzioni.
Il primo volume verrà presentato sabato prossimo, 25 marzo, alle ore 13:00, all’interno dell’evento Book Pride, a Milano.
Ne parliamo col curatore, Massimiliano Borelli.

1. Caro Massimiliano, la descrizione di questo nuovo progetto recita:
“Come nei diorami ottocenteschi, quelle piccole porzioni di mondo ricostruite con sapiente artificio per produrre nell’osservatore una meraviglia mediata dalla tecnica, nelle gabbie di questi volumi abitano metatesti, la cui lingua e le cui parole sanno dare forma a universi tanto circoscritti quanto mossi dalle loro ombre e risonanti della loro eco.
Testi dunque costruiti a bella posta con materiali eterogenei e di seconda mano, con la consapevolezza che in letteratura, come del resto nelle altre dimensioni del vivere umano, non ci si può che trovare sempre e soltanto in casa d’altri.
Testi che parlano di scrittura, musica, arte, paesaggio, storia, vita da una prospettiva riflessa tra il saggio e la narrazione, dal cui punto di fuga si sprigionano le feconde tensioni della critica, dell’invenzione e dell’esperienza.”
Ci spiegheresti, allora, com’è nata l’idea dei Diorami?

L’idea di progettare una collana che dalla saggistica sconfinasse in altri campi della scrittura è partita da Mucchi, editore storico di Modena che vanta un fitto catalogo di pubblicazioni più e meno accademiche, con numerose collane e riviste dedicate a vari ambiti degli studi umanistici (tra cui mi piace citare in particolare il semestrale di critica letteraria «Poetiche», la serie delle Lettere Persiane, curata da Luigi Weber, e quella degli Strumenti di traduttologia, diretta da Antonio Lavieri). In particolare è stata Amalia Micali, sua caporedattrice, a propormi di pensare a una forma possibile per una collezione di libri, cui in seguito ho voluto dare il nome di Diorami.

2. Qual è, secondo te, l’importanza e il senso profondo delle (pregevoli!) operazioni di “recupero” e “ripescaggio” di questo genere?

La sua importanza credo risieda soprattutto nel rendere via via di nuovo disponibili alla lettura alcuni testi che – per la loro stessa natura o per le circostanze materiali in cui si sono trovati a tentare di sopravvivere – non sono riusciti a resistere alle intemperie del mercato editoriale. Al pari di ogni altro settore della produzione e del consumo delle merci, anche quello librario risponde all’imperativo dell’obsolescenza precoce; e sebbene io non mi scandalizzi affatto per la grossa quantità di titoli pubblicati (nel 2015 i titoli pubblicati in Italia sono stati 65.000 – più o meno come in Francia, mentre in Germania si sforano i 90.000), la cui lavorazione se non altro serve a dare impiego al crescente esercito di redattori editoriali, è anche vero che i libri sono un tipo tutto particolare di merce. Se infatti non avrebbe senso – a meno di feticismi ammissibili ma certamente trascurabili – riprodurre e usare oggi un Motorola Startac del ’96, può averlo eccome andare a rileggere – e a ripubblicare – un saggio, un romanzo, una raccolta di poesie o di racconti dello stesso anno. Con i cosiddetti recuperi si cerca insomma di dare il proprio contributo alla lotta per la sopravvivenza dei testi, della parola. Ci si mette nella posizione dell’Angelo della Storia di Benjamin, che, trascinato verso il futuro da un vento inarrestabile, guarda intento – sgomento – le macerie del passato. In quelle macerie è bene andare a rovistare per far riemergere documenti e monumenti capaci di parlarci ancora oggi, di far vibrare alcune corde delle nostre esistenze.
Di fianco ai ripescaggi, compariranno d’altronde anche testi inediti, scritti nel nostro tempo. Questi due fili si intrecceranno su su per la collana in un dialogo che mi auguro possa essere fertile e stimolante.

3. Tu stesso, oltre ad essere uno studioso attento della letteratura, lavori nel mondo dell’editoria. Ecco, oggi il cosiddetto “mercato” ti sembra più attento alla spasmodica ricerca delle ultime novità, o invece noti piuttosto anche un certo desiderio di tornare a guardare al passato, prossimo o remoto che sia? E, secondo te, come mai?

Gli ultimi dati Aie disponibili ci dicono che se da una parte i titoli pubblicati sono in aumento, dall’altra la vita media delle novità sui banchi delle librerie continua ad accorciarsi (com’è ovvio e conseguente che sia, non essendo gli scaffali delle rette allungabili all’infinito). Da ciò si dedurrebbe un maggiore interesse da parte dei lettori verso le ultime novità del momento, più che per il catalogo dei diversi editori. Tuttavia, i lettori non sono una massa indistinta e omogenea; e se il concetto stesso di “lettore forte” lascia il tempo che trova (bisognerebbe vedere cosa si legge, più che quanto si legge), esistono tante persone attente capaci di riscoprire continuamente autori e libri che se ne stanno fuori dalle ribalte dell’attualità, e che dalle quinte della letteratura suggeriscono a quei loro salvatori preziosi meditazioni, emozioni, scoperte intellettuali, offrendo un diverso tipo – più efficace – di “attualità”. Il compito di un editore è anche mettere sotto gli occhi dei lettori quei libri che non erano attesi nell’agenda collettiva, ma che proprio per questo possono riservare le sorprese più belle a chi abbia la voglia di aprirli.

4. I testi di Diorami avranno, se ben capisco, una forma ibrida, diciamo a metà fra il saggio e la narrazione pura. Credi che questo costituisca un evidente valore aggiunto? O temi che, magari, quest’impianto potrebbe spaventare in qualche modo un lettore medio, forse poco avvezzo alle forme testuali meno, diremmo, “canoniche”?

In realtà sono abbastanza convinto che sia molto più difficile creare interesse nei confronti di un testo di narrativa che di uno di saggistica; nel secondo caso c’è sempre l’appiglio dell’argomento, mentre nel primo ci si può trovare nella paralisi più totale: «Insomma, devo ancora leggere montagne di classici, perché mai ora dovrei cominciare a leggere questo romanzo di non so nemmeno chi?». L’obiettivo dei Diorami è trovare e proporre dei testi che abbiano un carattere saggistico, modulato però in accenti e registri narrativi. Come si dice nella descrizione del progetto: testi dove l’invenzione si serve di materiali eterogenei, altrui; dove la parola si espone in tutta la sua artificialità; dove – per dirla con il Baudelaire che sarà posto a esergo di ciascun volume – le cose «proprio perché false […] sono infinitamente più vicine al vero».

5. Il primo titolo della collana, che uscirà a fine marzo, è l’Autoritratto di Goffredo Petrassi di Carla Vasio, con una prefazione di Claudio Morandini. Ce ne parli un po’?

Si tratta di un testo che uscì nel 1991 da Laterza, e che da allora non era più stato ripubblicato. È il racconto – pieno di deviazioni, ellissi, fratture – di una lunga vita novecentesca, quella del compositore Petrassi, esposta in tarda età all’amica scrittrice Carla Vasio, la quale seppe affettuosamente restituirne su carta la levità e la randomicità. Sono particolarmente contento di inaugurare la collezione dei Diorami con un libro di Vasio, autrice sensibilissima alle sfumature della lingua e alle vertigini dell’immaginazione, oltre che persona di rara intelligenza e gentilezza. Grazie alla sua scrittura – qui prestata ai movimenti e agli scarti dell’oralità – conosciamo un’esistenza piena votata alla musica, intravediamo rapporti, ascoltiamo la voce briosa e irrequieta, comune e al contempo eccezionale di un «autodidatta». La partecipata prefazione di Morandini – a sua volta scrittore di sottile perizia – inquadra ancor meglio il rapporto tra Vasio e Petrassi, illuminando sia la vicenda biografica che il contesto artistico in cui lavorò il compositore di Zagarolo.

6. Quali saranno i titoli successivi? Dacci qualche anticipazione.

Per secondo verrà un autore a me molto caro: Silvio D’Arzo. In particolare, ripubblicheremo i suoi saggi letterari, scritti all’indomani della guerra e dedicati ad autori inglesi, americani e francesi. Poi ci sarà un altro emiliano: Antonio Delfini, con un libro – l’ultimo da lui pubblicato – sulla sua Modena. Non dico di più, per non attirarmi le ire degli dèi (ulteriori).

7. Nel ringraziarti, chiuderei quest’intervista con una citazione, proprio dello stesso Petrassi:
«Ho provato tutto: felicità, dolore, paura, coraggio. Perché io sono un uomo comune. Seguito a dirlo: sono stato un uomo comune e la mia vita non ha avuto una tale rilevanza da essere storicizzata. Piuttosto può essere raccontata: questo sì, raccontata».
Qual è, dunque, il valore e la bellezza del raccontare la vita di uomini e donne comuni, che comuni poi in realtà non sono?

Forse, godere della possibilità di proiettarsi in un altro corpo; di travestirsi, in qualche modo, con i panni altrui. Far reagire la propria esistenza con le peripezie di uno sconosciuto. Così da gradualmente, senza quasi accorgersene, trasformarsi.

Grazie ancora.

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