di fantasmi e stasi. transizioni # 2

4 aprile 2017
Pubblicato da

di Gianluca Garrapa

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lu friddhu ca me vene quandu visciu comu sia ‘na nebbia ca sale. dai campi addolciti nel ritorno. e pure le giravolte dei fari. madreperlati ai socchiusi occhi ndormisciuti. e lu presente me ‘mpaura. comu sia ca no l’ave. il presente. e perso nei seminari di un passato. ricordo. no visciu l’ura cu va’ ddormu. e se pensu ca me sentu sulu. puru cu l’addhi. comu nu scheletru de mandorlo che sta fiorendo. piantato a emblema della solitudine. globale dell’uomo se penso. al pensiero che mi ha formato. allora sacciu ca l’unica soluzione. è la bbirra allu pakistanu. custa picca. e tiene. per un po’ almeno. lontano lu friddhu. ca me vene quandu visciu. comu sia ‘na nebbia. ca sale dai campi. addolciti nel ritorno.

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non c’era molto da dire. a tramonto inoltrato. fosforescente odore dei tigli. i nostri corpi troppo attillati. al vuoto interiorizzato. la macchina cadde dal dirupo e il frastuono. spazzò via miriadi di passeri. dal bosco. si precipitava. consapevoli dell’imminente schianto. non c’erano alibi. poche stelle ignoranti di noi. c’era odore di primavera. congelata. portata ai piani bassi del frigorifero che era. ormai. la nostra immaginazione. e poi. poi. nulla. nient’altro. non c’era molto. da dire a tramonto. inoltrato.

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assurdo questo. imprevisto dipingersi un’alba. addosso. adesso. ad esempio. mentre due foglie per nulla poetiche. rinviano al ciclo della vita. inspiegabile. destrutturabile. biasimevole e incorrotto. ad ogni modo. quando non sai spiegare. non guardare oltre. non vedere. chiudi gli occhi. elimina ogni immagine interiore. sostituisci un bacio con un significante. più semplice. fidati della tua inerme condizione. di essere vivente. scoprirai l’assurdo. questo. imprevisto dipingersi. un’alba addosso.

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scatole di luce. scatole di aria. scatole di scatole. piene di cornamuse. piene di fluidi. piene di sigarette ambassador. piene di caramelle mou. ventilatori spenti. occhiali spenti. capelli spenti. orecchini. davanzali schittati di merda di piccione. cantine invase dall’acqua coi topi dentro ciambelle di ammonio. tricicli inforcati da lucertole. come nel sogno di mia sorella. ecco disse queste cose io. non le capisco assai. ma sono belle come i fiori secchi. nelle scatole di luce. 

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c’è questo sole che fa luce sul mondo. le crepe del muro. il volto di rughe. tutto è reale. tutto è impossibile. tutto è crudele. arriverà presto la fine. la morte l’ultima parola. però non arriverà mai. e dovrei ambientarmi in un clima gelido. dentro un tulipano di zucchero. nell’incavo igloo nel tergiversante. bagliore di aurore dentro umidi. ricoveri termali di gelo. dovrei farlo perché c’è questo. sole che fa luce sul mondo. 

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INLAND EMPIRE di David Lynch i cui occhi ora ho. al minuto 10.26. si capisce sempre dopo quello che accadrà molto dopo ancora. non si capisce mai prima quello che accaduto molto prima ancora. risata. conigli. che fai? niente. tu? pure. niente. è già qualcosa. cosa? il linguaggio. il linguaggio non esiste. appunto. allora non esiste nemmeno il niente. doccia. l’orata al microonde assume colori. colloquiali e aspri. l’interno invece. si scorge dall’occhio esploso. mentre passa un aereo. e l’uva non si stanca di fingersi vino. insomma, il film che sto iniziando a vedere. dura quasi tre ore. vorrei diventarlo INLAND. EMPIRE di David Lynch.

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perché in posti eccoci. dinamite. le rotelle fino al lavabo. i rubinetti d’oro massiccio. i casi latini. le voglie inglesi della bandiera reale. questo perché in posti. eccoci dinamite.

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messi a fuoco. hanno riccioli di bava e sgozzati respirano piano. è semplice e simile a un uccellino che svolazza. schiumanti di rabbia. i carriaggi di corpi mutilati ti sbattono in faccia. il cuore. le gonne strette e corte. le sigarette l’alcool. la facilità di esprimere tutto. poi. fa scordare tutto. i fotogrammi non ci capiscono nulla. censurano il porno e il massacro. lapidi lapidazioni parlottii lapidari. fermi per una foto di gruppo. sgozzati dalle parole che non ci scrivono più. fermi. il filtro messi a fuoco. 

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sfrecciano. nel rettangolo del vetro nel visibilio dello stormo. appena sopra i tetti. idrometeore grigie con il naso. nembostrati sono questi abiti sdruciti. che il cielo smette d’indossare. di tramontana all’ingiù. hanno una visione piramidale che si allaga. di pozze arancioni dei dintorni. delle grosse lampade appese ai prospetti. delle case e sui fili stesi. questi panni luminescenti sulle tendine. hanno forma di croci luminose. le palline ovoidali nere nel biliardo atmosferico. non urtano sponde e da qualche parte verranno. pur ingoiate. e poi risputate. questi triangoli gonfi e di forma. cinguettante attraversano l’inquadratura. il rettangolo della finestra. da sinistra a destra. quasi mai accade il contrario. sono i veloci titoli di coda. orizzontali che segnalano la fine. di questo film sono le idrometeore. la regia impeccabile di questo scuotimento. cromatico in bianco nero arancione. cosa accada oltre i limiti di questa inquadratura. davvero non saprei. e sfrecciano. nel rettangolo del vetro.  

 

 

 

 

 

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