La notte ha la sua voce

20 aprile 2017
Pubblicato da

di Mario De Santis

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Durante una lettura di poesie all’Istituto dei Ciechi di Milano, i non vedenti presenti raccontavano delle possibilità di poter comprendere il senso e la visione di un testo anche senza aver mai visto il particolare dettaglio di una cosa nominata, un colore o la luce stessa. Il romanzo di Alessandra Sarchi “La notte ha la mia voce” (Einaudi, 2017, p. 165) racconta di un’evoluzione, di una trasformazione interiore, nonostante – e in qualche modo anche “a partire da” – limite del corpo. Un romanzo sulle possibilità che ha il corpo, tutti i corpi, di annullare confini che siano mancanze reali o semplicemente il limite che tutti i corpi hanno. L’elemento chiave di questa storia non a caso, ruota attorno come vedremo, ad una voce senza corpo, che cuore del libro fino a darle il titolo.

 La storia è quella di una giovane donna, la narratrice in prima persona del romanzo, senza nome, che per un incidente automobilistico mentre viaggiava con il compagno e la figlia piccola, perde l’uso delle gambe. La menomazione è una morte, scrive nelle prime pagine, da cui, tuttavia ti tocca per forza riiniziare a vivere, anche se questa rinascita inevitabile mette in scacco l’identità. LA mancanza delle gambe infatti, oltre al dolore, oltre la sofferenza di relazione con le cose, arriva nel profondo e cambia la percezione di sé, anzi la annulla fino a porre domande radicali e “metafisiche” come le rimprovererà ad un certo punto il Dottor G che segue la narratrice nel suo travaglio di riabilitazione.
Ma quelle domande fanno di questo libro un romanzo che supera i confini della stessa storia narrata a partire da un “caso di disabilità” e ci investe in quanto esseri che sentono, che percepiscono il mondo a partire dal corpo e che sempre più hanno nella corporeità uno degli elementi chiave del nostro esistere (si pensi al fatto che tutte le grandi questioni politiche, dalla procreazione all’eutanasia, dalle scelte sessuali, all’accoglienza dei profughi, sono tutte questioni soprattutto biologiche, dunque bio-politiche)

Alla narratrice accade una rivoluzione, un crollo, con la paralisi delle gambe: la parte si impone per il tutto, già dal momento in cui cerca di definirsi, sentire che la parola si inceppa, AL contrario di quanto la psicologia e la filosofia diceva dell’ “arto fantasma”  ( sottotraccia nel libro sembra scorrere Merleau Ponty, la sua filosofia della percezione, nonché le scienze cognitive ultime), la paralisi getta la narratrice in una afasia, pone il confine esteriore in modo netto (tutto il  mondo è bipede)  e poi interiore, quello della percezione tra un prima e un dopo, l’avere la memoria dell’uso delle gambe, ma come una  memoria che al momento non dice più nulla.
E’ stato detto, giustamente, non è un romanzo sulla disabilità, anche se inevitabilmente ne è lo spunto di partenza, e non manca di dire cose esatte anche su un piano civile e politico, ma questa infelicità particolare, come insegnava Tolstoj, si fa poi condizione universale e affronta anche snodi di riflessone metafisica, seppure ben intessuti in una tensione narrativa, stilistica,  che non cade mai dall’inizio alla fine del libro.

Diviso in tre cantiche dal sapore alchemico (Terra, Aria, Acqua) il libro inizia da un buio da cui ripartire: La protagonista, esplora la sua condizione (descritta con precisione medico-scientifica della scrittura che è il miglior preludio alla tensione poetica e interrogativa che la narratrice farà a partire dal rapporto che tutti abbiamo con un corpo–limite). La guida la paziente cura del dottor G, il medico chirurgo che l’aveva riportata nel mondo. Messa così sé stessa sotto una la lente crudele e iperrealista, arriva  per la narratrice la fase della consapevolezza senza sconti: la rinascita è da persona dimezzata (l’aggettivo appartiene ovviamente a Calvino, a cui viene fa pensare per queste pagine nitide ma sempre cariche di allegoria). Infastidita da consolazioni e da edulcorazioni, lucida e rabbiosa si osserva: il corpo è a metà perché “non sentiva e non faceva la metà delle cose che era abituato a fare prima”.

Sarà l’incontro con l’altro personaggio del libro, Giovanna, durante una seduta al centro di fisioterapia, a mettere in discussione questa resa alla realtà della narratrice, questa resa alla privazione subìta, facendola virare verso la possibilità di una diversa dimensione rampante – come il Barone Cosimo, a rivedere la propria vita da quel nuovo cambio di prospettiva, rispetto ai bipedi che vanno poggiando piedi in terra.  Giovanna è vitale, spavalda, si muove anch’ella  con la carrozzina a causa di un incidente che le ha fatto perdere un arto e paralizzato l’altro, eppure per la narratrice sembra conquistare lo spazio come un felino: “quasi mi sembrava camminasse” scrive, tanto è agile, e subito è ribattezzata Donnagatto.  LA narratrice ha ambizione di diventare scrittrice, ma – scrive accecata di realtà – “non vedevo nessuna fantasia nella mia vita, solo una strenua ricerca di normalità”.  In nome di quella normalità ed oggettività, aveva gettato via tutte le sue scarpe a partire da quelle per la danza che aveva praticato fin da bambina.  Giovanna invece, la rimprovererà con quella voce squillante che si era imposta già prima di vederla. LA Donnagatto diventa pian piano l’alter-ego della narratrice, capace di guardare in faccia la realtà, ma al tempo stesso sfidarla: parla della bellezza delle gambe di Kate Moss mentre di aggancia la sua protesi, indifferente del fatto che proprio quelle fosse l’icona della supremazia del corpo giovane e bello nella cultura contemporanea.  E a casa ha una collezione di foto di ballerini o semplicemente delle loro gambe e dei dettagli. “E come con la pornografia” dirà ad un certo punto la Donnagatto, quei corpi “lavorano per te”.    Sarà proprio la danza e la comune passione che fa stabile tra Giovanna e la Narratrice una sorta di alleanza dei corpi e poi portare la coscienza della Narratrice verso l’idea che al corpo si deve lasciare la possibilità di superarsi – o per lo meno di continuare a desiderarlo, o a viverlo attraverso l’arte come accade con la danza ( di forte a Nureyev, siamo tutti corpi imperfetti e dis-abili nel conquista lo spazio con i movimento, eppure godiamo e ci lasciamo trascinare dalla sua  “sete di infinito “) .

Non è una retorica facile dire che tutti i corpi sono limitati e tutti corpi possono superare i propri limiti, non è cancellare con facile consolazione il problema specifico (resta la nostalgia e invidia verso chi cammina e poggia i piedi per terra).   Ma se nella prima parte prevale il caproniano “muro della terra” che non si valica, nella seconda parte, intitolata “Aria”,  le due donne si confrontano, scavano dentro e oltre i limiti, si scontrano anche a partire da psicologie diverse: la narratrice, che ha già sentito dentro di sé una sorta di distacco del mondo, che pratica la scrittura letteraria, ovvero usa lo strumento che sperimenta per statuto l’assenza, la distanza tra le parole e le cose,  ora vive una ben più radicale separazione da queste ultime, almeno così le vive. La Donnagatto invece quasi sembra annullare l’ostacolo del mondo, per lei tenere le foto dei ballerini, guardare i video dei balletti, discettare di gambe sexy, è fare un iconologia di esemplari che agiscono al nostro posto, che sono una sorta di protesi dell’anima – ma come per tutti l’arte è un estensione di sé, un superamento di un confine.

Proprio con la riappropriazione provocatoria di queste icone sexy del corpo perfetto da parte delle due protagoniste, il romanzo sfiora – o tiene sul sfondo –  anche alcune interessanti contraddizioni che “la questione del corpo” ha posto alla cultura contemporanea. Da luogo soggettivo di rivendicazione contro la sua repressione degli anni 60, quella sessuale innanzitutto, alla conquista dei diritti delle donne per decidere del proprio corpo, ai diritti degli alienati o internati o incarcerati, il corpo è stato terreno di battaglia e bandiera di libertà, ma si è anche trasformato successivamente in ossessione e brand, in ideologia di sanità, bellezza, canoni estetici da obbligo di look.

Come tutti noi, anche la narratrice a vent’anni, negli 80’s pensava sarebbe “rimasta per sempre giovane e carina”, come del resto l’inno dell’epoca non poteva essere ed è ancora ““For ever young” come la canzone degli Alphaville La società occidentale è passata in cinquanta anni dal culto del corpo giovane allo choc la morte dei suoi idoli rock che ne erano l’emblema, il loro invecchiamento. Negli anni 70 e 80 la body-art sperimenta l’uso del corpo come linguaggio, con l’esibizione del corpo diverso o inerme, ferito, mutilato, trasformato, integrato con l’artificiale, oppure degradato –  e per contro altare, la stessa corrente culturale bio-cyborg considerava seconda pelle tutte le forme tecnologiche, elettroniche, virtuali, dimensioni di percezione (post) umana. Tuta questa controcultura basta su una diversa filosofia della rivendicazione del corpo in parte è sembrata poi nel decennio successivo – e con le stesse premesse – finita al servizio di un industria dell’immaginario che non a caso sul corpo delle donne esercitale a sua pressione persuasiva.

Non c’è spazio per una trattazione, ma questo è  questo uno dei punti più interessanti del libro: dieci anni dopo aver sognato come tutti di rimanere sempre giovani, arriva per la Narratrice il trauma, che non è solo il tempo che passa, ma quello della paralisi, una condizione di chi “non ha immagine di sé”, di chi si sente tagliata fuori dal desiderare collettivo”. MA quando ti ritrovi senza l’uso delle gambe questo è l’ultimo dei problemi: se “avessi recuperato la stazione eretta – scrive la Narratrice –  avrei comunque desiderato belle gambe e un bel sedere…li avrei comunque desiderati, pensati, immaginati. Non c’era alcuna ragione per smettere di desiderare la bellezza”. Non come accettazione di quella esplosione di bellezza-pop commerciale ma senza rinunciare al desiderio: la riconquista di sé attraverso la bellezza, la percezione desiderante che trova nel linguaggio artistico una riconquista non solo psico-spirituale ma fisica e percettiva. La bellezza non intesa come forma predefinita dei modelli, bensì il desiderio come una possibilità di trovare una propria forma singolare e paritaria, come con l’arte – tra tutte la danza, poi anche la scrittura – sono capaci di mostrare nella loro sollecitazione percettiva, financo neuronale, di estensione del sé, anche fisica.

Oltre la chiave del corpo come modello sociale, ci sono altri spunti che fanno di questo nel libro un romanzo assolutamente contemporaneo. L’esperienza della voce notturna della Donnagatto apre su domande che fanno parte di una mutazione in atto. Cosa porta una persona che non ha limiti fisici, a desiderare sensazioni erotiche solo da una voce, senza il corpo? Chi può usufruire di una sessualità liberata, soffre, perché ha paura della realtà? e si rifugia nel virtuale di youporn o nel “sexting” di una chat sui social o su whatsapp per evitare la contaminazione fisica? Perché taglia via il corpo dall’esperienza dell’Eros? O perché invece cerca una diversa via di quella stessa esperienza? Eros e Danza – e in generale l’arte, i linguaggio dell’arte –  mettono in scena i fantasmi di tutte le limitazioni, ma anche tutte le possibili vie di fuga, vie d’accesso alla vita, al suo godimento, alla riappropriazione di sé.

 “Tutti vogliono una storia per sé” dice infatti la Donnagatto, rispondendo ai dubbi della narratrice su ciò che spinge i clienti a preferire una telefonata notturna con una voce per godere nella masturbazione. Tutta l’esperienza erotica virtuale, dai sogni cyborg degli anni 90 fino alla realtà del sexting alla reclusione fisica dal mondo degli adolescenti “Hikikomori” giapponesi, possono essere visti come laboratori conflittuali certo, ma anche di sperimentazione di una nuova identità di sé a partire da un corpo rimodulato anche nel proprio limite (subìto o scelto). Da qui l’illuminazione per la narratrice e per i lettore, per rileggere in modo diverso il limite del corpo.

 LA corporeità ha esteso la propria libertà di azione morale e fisica, con molteplicità di vie e scelte. La notte passata al call center diventa luminosa presa d’atto e di coscienza, dando al romanzo di Alessandra Sarchi un climax stilistico che sono insieme un’emersione onirica del pensiero e una riflessione lucida. Le parole e le domande che il libro pone stanno come la materia stessa che indaga e narra, in una “sospensione pullulante di percezioni minute che non formano una mappa e mai collidono”. Noi tutti siamo inviati, anche attraverso un catena di sollecitazioni metaforiche, a galleggiare con esse, per ritrovare il senso di un diverso percepire, di una diversa prospettiva.  LA danza e la sua sfida oltre il limite del corpo, il cervello che ne gode pur non danzando, il sogno vivo ma senza motilità, l’arte, l’eros del desiderio senza contatto fisico: sono tutte percezioni che contribuiscono a formare anche il mondo che ancora dovrà esistere. Lo stesso è per la scrittura, il suo corpus è un confine su cui fermiamo il nostro oscillare psichico e di conoscenza reale tra dentro e fuori la capsula in cui esistiamo. L’approdo è: prendere il largo. Un paradosso, un ossimoro, una metafora, la realtà che viene trasformata (metaphorein) dal linguaggio della nostra coscienza, con tutti i linguaggi che ce ne danno facoltà (visivi, corporali, linguistici).

Il linguaggio dell’arte come il sogno, trasla la verità delle cose, costruisce un esercizio di sostegno che guerreggia con il limite stesso e che riattivano quello che è il cardine della nostra vita – evocato già nell’esergo iniziale di Jerzy Kosinski: “l’impulso che sta alla base della sopravvivenza è intrinsecamente libero”.   La mancata libertà del corpo che ha nell’invecchiamento e poi nella mortalità il suo limite materico fondativo.  Cosa sono io anche se il mio corpo non sente nulla? Questa è la domanda chiave che si pone la narratrice ad un certo punto. La risposta arriva proprio dalle molte possibilità percettive che i molti limito fisici possono avere.  Una consapevolezza che arriva dopo l’attraversamento dei vari stadi di queste possibilità: danza, eros, voce, scrittura, relazione con l’Altro, sogno, arte: tutto è esercizio di un’espansione.  L’approdo metaforico è all’ultima sezione, con la materia inerte ma viva dell’acqua: come la scrittura che trasforma, come la voce che riesce ad evocare nel buio, nella notte in cui tutti gli organi sono uguali e il desiderio li tocca tutti indistintamente,  Nell’incontro fisico di nuovo con il mare, con l’acqua è il compimento di una sua Grace opposta ad una Pesanteur. Acqua come metafora, ma anche acqua come esperienza che diviene tramite di un processo di trasformazione cognitivo, di una riappropriazione dello spazio oltre lo spazio, così come in precedenza la narratrice sognava di nuotare, così nell’acqua ritrovata sta la possibilità, la consapevolezza che esiste una dimensione in cui tutti confini sono aboliti, dove leggi della mobilità sono diverse. Realtà di un sogno amniotico, coscienza e linguaggio sono interiorità ed esteriorità di sé (corpo e psiche) come del mondo. Come il mare, un confine dove non esistono confini, luogo di una possibile regressione che avanza e spinge il mondo, così come questo libro spinge noi: verso la massima estrema paradossale libertà, quella in cui ci si libera di sé.

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One Response to La notte ha la sua voce

  1. Aurora il 21 aprile 2017 alle 00:24

    Bell’articolo, ma proprio sciatto e sdrucito, come una bella donna in ciabatte coi bigodini.



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