I «Sogni» di Mari e Baruchello

8 maggio 2017
Pubblicato da

sogni

di Antonella Falco

Humboldt Books è una casa editrice milanese specializzata in narrativa di viaggio il cui nome si ispira alla poliedrica figura di Alexander von Humboldt, esploratore, botanico, geografo ma anche grande narratore delle proprie esperienze di viaggio, vissuto a cavallo fra XVIII e XIX secolo. E proprio di un viaggio, sebbene sui generis, racconta Sogni, partorito dalla penna di Michele Mari e dalla matita di Gianfranco Baruchello: un viaggio fra letteratura, arte e geografia onirica. Il volume nasce da un’idea di Giovanna Silva e Alberto Saibene, fondatori di Humboldt Books e artefici del fortunato incontro artistico tra lo scrittore milanese e il pittore livornese, ormai naturalizzato romano.

Uscito contemporaneamente anche in lingua inglese con il titolo Dreams, nella traduzione di Hugo Doyle, il libro si divide in due parti: nella prima si colloca il testo di Mari, Oniroschediasmi, che assume la forma di un diario; nella seconda, intitolata In store, trovano spazio i disegni di Gianfranco Baruchello, realizzati fra il 1972 e il 1996 e selezionati insieme a Mari durante un incontro avvenuto nella casa-fondazione di Baruchello, alla periferia di Roma, nella località Santa Cornelia: un luogo che fin dalla sua nascita «costruisce la propria azione […] attraverso l’idea che l’arte sia un linguaggio per pensare e immaginare forme diverse di esistenza e coesistenza nel mondo» (come si legge nel sito della Fondazione).

Baruchello riempie le pagine di disegni lillipuziani, pieni di didascalie e scritte di vario genere. Una mappa mentale di difficile decifrazione ma estremamente ricca di fascino. Labirintici microcosmi frutto di un intricato lavorio onirico affiorano alla luce attraverso tratti di matita netti e stilizzati, atti a tradurre in immagini una complessa narrazione dell’assurdo densa di rimandi simbolici, implicazioni culturali di varia ascendenza e derivazioni psicanalitiche. Frammenti prodotti dall’istinto e dall’invenzione.

«Il frammento – sostiene Baruchello in un’intervista rilasciata nel novembre 2016 a Carmelo Cipriani per Exibart – è una porta attraverso cui penetra l’idea, la materia, l’immagine. Attraverso questa penetrazione succede il possibile, che sta tra il reale e l’irreale. Frammentare le cose e metterle in contrasto significa capirne il senso. Questo è uno dei concetti più recenti accettati dall’arte, desunto dalla filosofia. Il frammento è un elemento poetico. Questo aspetto mi ha sempre affascinato e frammentare la realtà è quanto ho cercato di fare nel mio lavoro, non solo nel cinema ma anche in pittura».

Il testo di Mari è invece la trascrizione dei suoi sogni in un diario, sogni ricorrenti, ossessivi, ma è anche un interrogarsi sulla natura del sogno. Protagonista indiscussa e prepotente di questi sogni è la casa; «le case, le incase e concase», come scrive sottolineando il ripresentarsi sotto forme diverse di quella che potrebbe essere un’unica, e tuttavia cangiante, casa:

«In effetti ogni volta che sogno la casa le rievoco tutte (non le case: le visioni della stessa ed unica casa). Nessun sogno è uguale all’altro, però in qualche modo io so che nonostante la novità delle stanze e dei collegamenti mi trovo sempre nello stesso edificio: forse immenso, tanto da contenere sempre nuove combinazioni. Oppure le stanze sono veramente le stesse, e sono io a percepirle di volta in volta diversamente; magari nel sogno è prevista una scossa neuronale che funga da filtro cangiante, come la leggera rotazione di un caleidoscopio».

Questo protagonismo della casa nel mondo onirico di Mari non sorprende più di tanto visto che proprio la casa è da sempre uno dei topoi principali della sua narrativa e le “case Mari” – case-mondo – di Nasca e di Milano sono state immortalate (da Francesco Pernigo) nel libro fotografico, una vera e propria autobiografia per immagini, Asterusher.

A Mari, d’altra parte, interessa fermare su carta solo i sogni relativi alle sue case e edificare su di essi lambiccati ragionamenti, non lo stesso interesse rivestono i sogni d’altro argomento. E’ tipico della natura del Mari scrittore (non meno che del Mari uomo, d’altronde, in lui, dove finisce lo scrittore e dove inizia l’uomo?) sceverare un tema con minuziosità certosina, rivoltarlo, sezionarlo, radiografarlo ossessivamente. E allora ecco partire una raffica di congetture e di quesiti sull’oggetto sogno: si chiede se questi suoi appunti non siano «il prius» invece del «posterius», se i sogni della notte non vengano imbastiti sui sogni ad occhi aperti di quando scrive (più avanti osserverà che i sogni meno puri sono proprio quelli degli artisti perché creando sognano ad occhi aperti), si domanda inoltre se scriverne e «alla scrittura aggiungere qualche piccolo schizzo» o disegnarne e «nei disegni inserire qualche piccola chiosa» non consenta di avvicinarsi maggiormente «al mistero del sogno».

Inserisce una piccola digressione circa l’etimologia della parola “sogno”: “somnus” in latino, ossia “sonnesco”, “dream” in inglese e “Traum” in tedesco, che deriverebbero entrambi dal protogermanico “draugm”, ossia “inganno, illusione”, e si chiede «come evitare di connetterli al greco trauma?» E un’altra sulla provenienza dei sogni: «I sogni vengono dal passato, perché se la loro energia psichica è presente, le forme di cui si rivestono sono memoria: al più tardi del giorno precedente, ma pur sempre memoria. Secondo l’oniromanzia invece i sogni vengono dal futuro. Per i mistici vengono dal trascendente, cioè dall’alto. Per Freud vengono dall’inconscio, cioè dal basso», un chiaro surrogato, scrive l’autore, delle frecce (simbolo fallico secondo una conclamata tradizione psicanalitica) multidirezionali che disegna fin da ragazzo.

E da qui, come in un gioco di scatole cinesi, ecco scaturire un’altra digressione sul tempo, sul modo in cui convenzionalmente ce lo figuriamo e lo rappresentiamo: il tempo che scorre da sinistra a destra, il tempo che da Einstein in poi siamo abituati a definire curvo, il tempo che graficamente continua a restare lineare. È un idealista, il sognatore? «così vuole la lingua», e forse più che idealista il sognatore è un illuso, incline alla fantasticheria e munito di scarso senso pratico, «ma se il sogno è impastato con l’acqua della verità psichica, il sognatore è schiavo della realtà».

Una cosa è certa, i sogni di cui Mari racconta in questo testo sono veri e costituiscono un portato della sua vita reale: sono l’ennesima trasposizione narrativa delle sue idiosincrasie, dei suoi demoni interiori, dei suoi pensieri ossessivi, morbosamente e feticisticamente coltivati nel corso degli anni e più volte sublimati e trasfigurati in forma letteraria. Le case che Mari sogna si configurano come perturbanti, sembrano ogni volta far riemergere un elemento rimosso ma da sempre familiare: rimosso proprio perché familiare. Né è nuova la consuetudine di Mari con il suo personale mondo onirico del quale altre volte ha dato testimonianza in racconti (si pensi a Un sogno bruttissimo in Euridice aveva un cane), romanzi ( Ad esempio in Rondini sul filo o nel recentissimo Leggenda privata) e articoli, come questo apparso sul «Corriere della sera» il 9 gennaio del 2000 in occasione del centenario della pubblicazione de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud:

«Ho sette od otto anni; i miei genitori escono dopo cena lasciandomi a casa da solo: mi salutano, mi dicono di fare il bravo e di dormire. Dopo un po’ che sono usciti, man mano che l’occhio si abitua all’oscurità, mi sembra di intravedere delle sagome grigiastre davanti all’armadio: forse sono riflessi creati dal lucore proveniente dalla finestra, o forse sono loro, che hanno fatto finta di uscire per mettermi alla prova e osservarmi. Trattenendo il respiro, immobile come un cadavere, scruto quelle sagome senza riuscire a stabilire se siano ferme o oscillino leggermente. Certo è che non le chiamo, perché se sono loro il silenzio fa parte della prova, e se non sono loro… Oppure, più grandicello, sono solo in una casa di campagna: si schiude la porta della mia camera e uno dei miei genitori, o un parente, insinua la testa nello spiraglio per darmi la buonanotte; mi sorride benevolo e per un attimo mi convince, poi penso che in quella casa non c’è nessuno oltre a me. Oppure, di nuovo piccolo, sono a letto nella stessa stanza dove in una culla dorme la mia sorellina di due anni. A un certo punto, la vedo uscire dalla culla e strisciare sul pavimento verso di me. Arrivata ai piedi del mio letto, che è molto alto, la perdo per qualche istante di vista: quando vi si arrampicherà sopra (già sento tendersi e appesantirsi la coperta) so che non avrà più la stessa faccia di prima. Tutti questi sogni, che mi hanno visitato per anni e anni, ripetono esattamente, ma con più insopportabile credibilità, le fantasie cui, da piccolo, indulgevo prima di addormentarmi».

Il sogno è da sempre uno strumento che ci concede il privilegio di indagare la nostra psiche e le emozioni che proviamo, quelle stesse emozioni che stanno alla base della nostra vita psichica consapevole. La casa, in ambito onirico, rappresenta secondo una lettura psicanalitica, noi stessi, anche quando si tratta di una casa sconosciuta, e i suoi spazi interni rinviano alla nostra vita intima e familiare, né il testo di Mari sembra lasciare dubbi a una siffatta interpretazione.

Sogni costituisce per i suoi lettori più affezionati un prezioso volume da collezione, ma lungi dall’essere catalogabile come opera minore, è invece da considerarsi come un testo che pur nella sua brevità, ha il merito di aggiungere un altro importante tassello a quel racconto di sé in forma letteraria cui Mari ci ha abituato negli anni ed è anche l’ennesimo inesausto tributo al «congegno insieme esatto ed occulto» che è la letteratura secondo la definizione – una delle tante – che Giorgio Manganelli diede ne Il rumore sottile della prosa.

Tra i quesiti che Mari si pone nel suo diario onirico ve n’è uno particolarmente interessante che lo porta a interrogarsi sul carattere attivo o passivo del sogno:

«Naturalmente quando dico percepisco intendo dire che prendo atto di qualcosa che io stesso vado creando, ma non dal nulla, non dal nulla! Qualcosa che è dentro la mia testa e dentro la mia vita, qualcosa che manipolo essendone manipolato (diciamo: qualcosa che mi manipola imponendomi di manipolarla in un certo modo): dunque qualcosa che c’è, che esiste ontologicamente prima del sogno, ma qualcosa, anche, che non affiora se non nel sogno. Possiamo allora argomentare che il sogno fa esistere ciò che è? Eviterei, se possibile, tanto m’aduggia il linguaggio dei filosofi, l’ente, il transeunte, la cosa-in-sé e la cosa-per-sé, orrore… Meglio metterla così: il sogno è passivo, o è attivo? Restituisce più o meno casualmente-meccanicamente una realtà psichica, o la crea?»

Il passo desta interesse soprattutto perché potrebbe essere applicato anche ai processi mentali che determinano la scrittura: anch’essa, infatti, a volte ci dà l’impressione di essere qualcosa che manipoliamo essendone in realtà manipolati, qualcosa che ci plasma imponendoci di plasmarla in un determinato modo. Sullo stesso argomento sembra riflettere anche J. M. Coetzee in Doppiare il capo, una raccolta di saggi e interviste su temi letterari e non solo, risalente al 1992 e pubblicata per la prima volta in Italia da Einaudi nel 2011:

«Quando scrivi – una forma qualsiasi di scrittura – ti accorgi se ti stai avvicinando alla “cosa” oppure no. Avverti una sorta di meccanismo sensorio, una specie di feedback continuo senza il quale non si potrebbe scrivere. È ingenuo pensare che la scrittura sia un semplice processo in due tempi: prima decidi cosa vuoi dire e poi lo dici. Al contrario, come tutti sanno, scrivi perché non sai cosa vuoi dire. È la scrittura a rivelarti quello che volevi dire, anzi a volte è lei che costruisce quello che vuoi o che volevi dire. Quello che rivela (o asserisce) può essere anche diverso da quanto all’inizio credevi (o immaginavi) di voler dire. È questo il senso in cui si può affermare che la scrittura ci scrive. La scrittura mostra o crea (e non sempre siamo in grado di distinguere una cosa dall’altra) quello che era il nostro desiderio un momento prima».

Sognando non sappiamo dove il sogno ci condurrà, allo stesso modo, iniziando a scrivere, spesso ignoriamo verso quale approdo la parola ci guiderà, ne diventiamo in qualche modo ostaggio, siamo agiti dalla parola come, nel sogno, dagli accadimenti onirici.

D’altra parte per uno scrittore scrivere in questa condizione di apparente passività – o di semi-passività – comporta il privilegio di scoprire la storia man mano che la si scrive, conservando lo sguardo curioso e sorpreso del lettore. Tale modo di relazionarsi con la scrittura, non nuovo in Mari, è riscontrabile anche nei suoi libri più articolati e complessi e raggiunge la sua espressione più alta in Roderick Duddle in cui l’autore ha lasciato che lo spunto di partenza si evolvesse attraverso una sorta di selezione naturale, di darwiniana lotta per la sopravvivenza, ingaggiata dai personaggi, considerati e “vissuti” come persone reali.

Certo non si deve incorrere nell’errore di pensare che questa prepotente vitalità dei personaggi surclassi totalmente l’autorità dello scrittore. Al contrario Mari è narratore visionario e al tempo stesso consapevole, capace di infischiarsene del mondo così come appare realisticamente e di scomporlo, deformarlo, ricostruirlo e inventarlo in funzione di sé e della propria, personalissima, concezione della letteratura come ossessione, come coacervo di «demoni» che si possono esorcizzare solo per via artistica, ricorrendo alla «pasta sfoglia» della forma. Ma questa è un’altra storia e, soprattutto, un altro libro (che il Saggiatore ha da poco ripubblicato in una nuova edizione accresciuta): un altro avventuroso sogno che in virtù della sua natura potrebbe non finire mai.

Tag: , , , , ,



indiani