Il perturbante

5 novembre 2017
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[Di seguito, un estratto del romanzo “Il perturbante”, Autori riuniti 2017, finalista e menzione speciale al Premio Calvino 2016]

di Giuseppe Imbrogno

Da due giorni si sono abbassate le temperature. L’inverno è arrivato, ha messo fine a un lungo autunno, tra un mese scarso sarà già primavera. È ancora tempo di saldi, ogni volta durano qualche giorno di più. Detesto la primavera, detesto l’estate. Tra un numero sufficiente di anni potrò finalmente vivere una lunga, unica stagione autunnale di saldi perenni.

È giovedì sera, sono in Corso Buenos Aires, non ho niente da fare, niente da comprare. Cammino lentamente, guardo le vetrine, guardo le persone, camminano sul marciapiede, attraversano la strada, entrano ed escono dai bar, dagli store d’abbigliamento. C’è molta gente sul marciapiede, bisogna stare attenti per non urtare qualcuno, esserne urtati, i negozi sono semivuoti. Due orientali mangiano anelli di calamaro fritti seduti al tavolo esterno di un bar, esposte all’ingresso ci sono le fotografie retroilluminate di alcune pietanze. Pizza capricciosa, lasagne, cotoletta alla milanese, rucola e pomodorini. Un barbone è seduto per terra, la schiena appoggiata alla vetrina di un negozio di scarpe in svendita totale, temporary shop dice il grande adesivo sul vetro, il barbone tende una mano verso i passanti, l’altra è appoggiata al marciapiede, il polso che si ette a 90 gradi, l’avambraccio teso e percorso da un forte tremolio, potrei giurare che è una posa, una performance, non perdo tempo a leggere il cartello davanti a lui, il barbone recita a uso e consumo dei passanti. A pochi metri, tre neri alti e magri con le loro borse e cinture di non evidente contraffazione. Più avanti ancora, una libreria. In una delle tre vetrine che affacciano sul Corso, c’è la gigantografia in cartone di una ragazza, i capelli castani, carina, non bella, trecentomila copie vendute, il suo esordio, mi lascio alle spalle la libreria, continuo a camminare. Il negozio cinese per le unghie colorate. Un altro bar. Il negozio della Frette, lenzuola e altra biancheria con il 70% di sconto.

Poi, un piccolo locale, una sola vetrata, pochi metri quadrati, dove si può fare l’aperitivo con birre artigianali e vini organici. È abbastanza affollato, non tanto da impedire l’accesso. Entro. Trovo un po’ di spazio al bancone, il tizio ha un anello con un teschio in rilievo al medio della mano destra e un tatuaggio sull’avambraccio sinistro, snocciola nomi di birra che si suppone siano pregiate, io chiedo una chiara in bottiglia. In sequenza i clienti si avvicinano al bancone per ordinare i loro drink, mi premono sul fianco, sulla schiena, accetto la mia situazione, non ho un’alternativa, guardo il tatuato spillare due medie rosse, poi prendere una bottiglia dal frigo, la stappa, è la mia. È sufficientemente fredda senza essere ghiacciata. Decido di berla direttamente dalla bottiglia, come piace a me. Mi guardo intorno e apprezzo la scelta di illuminazione del locale con luci soffuse che consentono di distinguere corpi e fisionomie senza dare troppo nell’occhio. Tre uomini sui quarant’anni che cercano di dimostrarne qualcuno di meno. Una coppia che parla fitto. Due donne che sembrano appena uscite dall’ufficio, devono essere colleghe. Una delle due ha un volto familiare.

Giulia. Questa città non è sufficientemente grande per consentirti di evitare quelli che conosci. Questione di minuti e lei girerà di quarantacinque gradi la testa e mi vedrà, non posso impedirlo. Potrei bere la mia birra a veloci sorsate, accorciare il tempo della mia permanenza, sarei comunque costretto a passarle accanto per uscire dal locale e non ho voglia di sprecare così la mia birra. Guardo una per- sona che conosco da anni ed è la prima volta che posso osservarla senza che lei ne abbia consapevolezza. Sotto questa luce e a questa distanza risulta essere una donna di discreta avvenenza, non si notano le rughe e i piccoli difetti del viso che io so ormai a memoria. Giulia resta nel complesso una donna piacevole anche a una distanza ravvicinata. Non avendo mai avuto una relazione sentimentale o sica con lei, penso alla distanza minima che abbiamo raggiunto nel corso di questi anni, a quanti fossero i centimetri. Escludo i baci sulla guancia che ci scambiamo in segno di saluto. Escludo i periodi inferiori ai cinque secondi. Ogni analisi deve avere i suoi parametri, i suoi confini, altrimenti si rischia di perdersi, ci intimava Normann. Non trovo una risposta tra i miei ricordi. Penso a Federico e a come Giulia e Federico siano stati sicuramente e, a lungo, diverse volte, a nemmeno un millimetro l’una dall’altro. Penso a come la prossemica ci consenta una classificazione in fondo non scontata delle persone che conosciamo e delle relazioni che abbiamo con loro. Mi chiedo se la prossemica si possa applicare anche al social, in sostituzione di modalità di classificazione ormai esauste. Mi chiedo se ho mai desiderato accorciare quei centimetri tra me e Giulia, ritengo che lei in passato lo abbia desiderato, chissà adesso. Passo velocemente in rassegna quello che so di Giulia, quello che mi ha detto lei e quello che ho scoperto per conto mio, nelle mie ricerche. Penso a come sia una donna intelligente e attraente e gentile e a come sia del tutto priva di fascino.

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