Arrivederci casa, addio.

di Filippo De Matteis

Il fumo dei crolli iniziò a salirci negli occhi mentre prendevamo l’ultima curva, che avrebbe sepolto per sempre negli specchietti il profilo delle case e decapitato i grandi pini dentro una nuvola. Mi chiedesti di guidare più veloce, per non svenire.
Partivamo troppo presto, in quella vita. Sempre quando c’era ancora luce, così che le cose non si nascondessero attorno a noi. Volevamo che rimanessero e che la notte fosse solo l’epoca del viaggio e mai della partenza.
Neanche allora ci riuscì di programmare il nostro addio al buio. Di quello che ci avrebbe ferito, ci toccò ferirci.

Venivano giù i campanili, colpiti al cuore, ma già non potevamo sentire. Come l’una per l’altra le campane dei rioni si piangevano addosso. E con quale strepito precipitavano i Santi dalle nicchie di tufo. Erano tenuti in piedi da pochi grammi di midollo dentro un tubo di ossa di marmo spigolose, nelle nostre chiese. Da una preghiera in latino.
Sono rovinati come rovinavano gli uomini, chiudendosi appresso a quelle rovine la stagione della fede. Senza uomini e senza santi non c’è fede da frequentare. Dura poco il volo, vedi.
Le ostie si sono rotte tutte con fragore d’osso, o le ossa tutte con fragore di ostia. Ma già lontano dal tuo orecchio e dal mio.

Ci chiamavamo sicuri, dentro le passeggiate fra i lampioni alle otto di sera. Nel gargarismo delle voci dei negozi in centro. Nell’odore delle buste di cartone fresco delle librerie, quando custodivano le mie sorprese per il tuo comodino notturno.
Il rovello dei cercatori di vino nelle osterie, l’equilibrismo dei gerani sui denti delle ringhiere, la piega esatta delle lenzuola dietro le finestre.
Il ripostiglio del quotidiano da cui guardavamo le giornate, fra l’andare e il venire dell’elettricità.
Ci chiamavamo sicuri, ma era una frode e non una rima.

Ci toccò partire.
“Stammi vicino, sempre” mi implorasti, stringendomi la mano come se stessi attraversando una guerra. Poi mi chiedesti di guidare più veloce. Se dovevamo andare, doveva essere in corsa.
Guardavi nel finestrino, di lato, i cartelli che si spezzavano mentre passavamo, e le luci frantumate dell’autostrada. Li chiamavi “ci rivedremo presto”, e un singhiozzo fra ogni pensiero.

Il cielo di tutte le città si era suicidato sulla nostra città, e davanti a noi non era rimasto altro cielo.
“Stammi vicino, sempre, e promettimi che torneremo a casa, un giorno”.
Ti tengo ancora la mano, mentre tu stringi sempre meno e noi non torniamo più.
La nostra città non esiste, se non ci siamo noi. Così tutte le cose.
È una dieta di unghie, questa vita altrove.

 

 

*
[inedito]

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