Appunti per la costruzione di una mappa di superficie e di profondità del Sulcis Iglesiente (2/2)

 testo e foto di Dario Coletti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Sardegna è la seconda isola del Mediterraneo per estensione con un paesaggio costiero importante per dimensione, varietà e bellezza. Malgrado questo, il rapporto tra sardi e mare non è stato sempre facile e il mare, che in alcune culture è sinonimo di ricchezza e comunicazione, per gli abitanti dell’isola ha significato nel tempo mitologici disastri, incursioni e invasioni, barriera da superare alla ricerca di migliori condizioni di vita e metafora della distanza dalle proprie origini e quindi da se stessi. La gente di mare è un’umanità a parte per provenienza e per l’attitudine a confrontarsi tutti i giorni con l’orizzonte, abituata allo spazio infinito. La gente di mare che siano pescatori, marinai, portuali, vive all’aria aperta anche il tempo del lavoro. Ha la pelle abbronzata, segnata dal sole e seccata dal sale, sa individuare i punti cardinali e dal vento sa dirti come cambierà il tempo e se è il caso o no di uscire in mare.

 

 

 

La presenza di questi uomini e la morfologia del territorio rendono la costa un universo parallelo all’interno dell’isola. Uomini e ambiente si plasmano a vicenda e così a pochi chilometri dalle gallerie scavate nella roccia e dagli stabilimenti minerari è possibile scoprire antichi villaggi marinareschi con esperienze peculiari: Carloforte, Portoscuso, Sant’Antioco, Calasetta, Buggerru, Teulada sono luoghi con storia propria e attività particolari, antichissime. Storie di contaminazioni. Marinai provenienti da terre lontane si sono insediati in questo ambiente con le loro attività dando origine a particolari miscugli culturali. L’isola di San Pietro ad esempio, ha una storia particolare e costituisce assieme a Carloforte, che è il centro dell’isola, un’ enclave genovese in territorio sardo. Una storia di colonizzazione, dominio, emigrazione il cui culmine è rappresentato dal ripopolamento dell’isola da parte di una comunità ligure proveniente dall’isola tunisina di Tabarka. Insediatisi in Sardegna per secoli, hanno sfruttato le risorse marine di quel pezzo di mare, adattando le loro attività tradizionali come la raccolta del corallo, la raccolta di sale e la pesca del tonno al nuovo habitat. Carloforte e Portoscuso sono gli ultimi centri a detenere e utilizzare le quote tonno in Italia oltre ad essere gli unici luoghi dove si pratica questa pesca con l’antico metodo della mattanza. Altra contaminazione, evidente anche dall’etimologia della parola (dallo spagnolo “matar”, uccidere), questa particolare forma di pesca è stata introdotta dagli spagnoli all’interno di un quadro di relazioni e di scambi tra dominazione e cooperazione. Il tonno era il cibo dei “conquistadores”, pescato a basso costo e facilmente trasportabile, si prestava alla conservazione ed essendo salato favoriva l’uso di alcolici durante il pasto, e un soldato ebbro era più feroce e temerario. Oggi, questa pesca, può diventare un incentivo per la ormai dissestata economia del territorio provata dalla chiusura di aziende importanti, in quanto elemento di fascino e attrazione per turisti di tutto il mondo.

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La costa è Mediterranea nella sua essenza più intima. Lo è sotto tutti i punti di vista: nella composizione sociale, nella struttura del territorio, nell’ambiente, nelle usanze, nelle contaminazioni. Il couscous a Carloforte o a Buggerru o Calasetta è pasto abituale ed elemento di contaminazione. Sant’Antioco è l’antica Sulci (da cui ha origine il nome di tutto il territorio), un concentrato di storia del mondo antico, con un’impressionante quantità e varietà di testimonianze archeologiche sparse all’interno del perimetro di quest’isola. Il suo paesaggio è incantevole, la costa piena di calette e piccole spiagge. Il santo che dà il nome a tutta l’isola proviene dalla Mauritania ed arriva in Sardegna attraverso il mare. In questi tempi di biblici esodi di popoli in stato di necessità, e di paure generate dall’ignoranza, il santo patrono di un’isola del mondo occidentale diventa un precursore dei contemporanei immigrati.
A Sant’Antioco nasce Paolo, perito chimico in pensione che può usare la sua imbarcazione per raggiungere Tunisi agevolmente, più facilmente di come raggiungerebbe Sassari con un autoveicolo. Navigare è una passione che lo ha accompagnato in forme diverse per tutta la vita. Suo figlio Francesco tutte le mattine si imbarca per raggiungere l’istituto nautico di Carloforte dove studia per coltivare la sua ambizione.
Chiara cittadina dell’isola dal cognome ebraico è maestra di bisso. L’arte della lavorazione di questo filamento originato dalla “pinna nobilis” le è stato tramandato dalla nonna, maestra prima di lei. Seguendo un percorso originale Chiara ha costruito un rapporto mistico con l’ambiente marino che circonda l’isola di Sant’Antioco. Il paesaggio che preferisce è quello che alle sei di mattina si rivela ai suoi occhi quando guarda il mare da Torre Canai. Una delle cose che le piace di più è immergersi per raccogliere la materia prima per preparare il suo filo dorato, e intrecciarlo seguendo il ritmo di una meditazione profonda, scandita dal suono delle onde che dolcemente lambiscono la costa. Ricostruendo con la sua pazienza un credo impregnato di religione e mitologia dove coesistono e sopravvivono miti pagani e biblici misti al più profondo sentimento ambientalista.

 

 

Poco più giù di Sant’Antioco c’è Calasetta dove vive e lavora Giacomo. Lui è un pescatore che non ha voluto accontentarsi di passare la vita in un piccolo villaggio. Si è aperto al confronto con il mondo, con il mare, alla ricerca di nuovi stimoli, portando con sé la sua esperienza ma arricchendosi ogni volta dell’esperienza altrui, sempre con naturalezza e meraviglia. A cavallo tra contemporaneità e tradizione, ha chiesto e ottenuto il diritto alla gestione di una quota tonno, riconoscimento senza il quale è impossibile praticare la mattanza.
La Mattanza è metafora di coesistenza, di modalità di insediamento, di vita in un territorio. Può essere considerata attività economica per gli imprenditori, impegno stagionale per le ciurme, festa di sangue, l’attesa del “villaggio” che vuole consumare il pesce pescato nelle sue acque. È  cultura. È un lavoro duro perché si svolge con ogni clima, per la dedizione di cui ha bisogno la rete con la sua precisa ingegneria. E’ come un labirinto, che indirizza il pescato nella camera della morte da dove i tonni saranno issati a bordo appesi a ganci. La rete va calata, ancorata e, in attesa della raccolta, curata quotidianamente per ripulirla di pesci ammagliati, per correggere eventuali spostamenti causati dalle correnti marine. La figura centrale è il rais che è il capo della pesca e del suo vice. Queste due figure devono avere competenze, devono avere carisma, senso di responsabilità, cultura del lavoro. Nella ciurma, oltre ai pescatori, manovali, falegnami e disoccupati vengono ingaggiati come mano d’opera per il pesante lavoro di sollevamento dei tonni e di preparazione e smontaggio della rete.
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le fotografie di Dario Coletti, e i testi dello stesso fotografo che le accompagnano,  sono tratti dal volume bilingue (italiano e inglese) OKEANOS&HADES, edito da PostCart (2011), 40 €; la prima parte di questi estratti si può leggere qui

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