La madre di Eva

di Francesca Fiorletta

Silvia Ferreri ha scritto un libro molto potente. NEO. Edizioni, che solitamente non usa tirarsi indietro nelle sfide, l’ha recentemente pubblicato. “La madre di Eva” è un romanzo struggente e lucidissimo, che racconta un’esperienza particolare, in un giorno particolare. Eva, la protagonista, vuole smettere di essere Eva, vuole cambiare sesso, vuole diventare uomo. Decide perciò di sottoporsi all’operazione che le consentirà di realizzare il suo desiderio, e di diventare finalmente se stessa, o meglio se stesso. La madre, che – come scrive Ferreri – è quasi un archetipo del ruolo materno, sceglie di accompagnare sua figlia in quest’avventura, e parte con lei alla volta della Serbia, dove un illustre chirurgo, il dottor Radovic, sopperirà a quello che potremmo definire un errore genetico, una sorta di scambio amniotico delle possibilità della natura. Eva non sarebbe mai dovuta essere Eva. Eva non ha mai voluto essere Eva. E così, lasciando cadere ogni tabù, abdicando ad ogni remora, in ostinata opposizione col suo stesso istinto, assistiamo allo spettacolo doloroso e commuovente di una madre che si siede pazientemente davanti alla porta di una gelida sala operatoria, e resta lì immobile per ore, a distanza di sicurezza, a guardare il corpo di sua figlia steso su un tavolo e pronto ad essere inciso in più punti, rigonfiato, rivestito, modificato. In questo libro c’è molto più di quello che non venga detto, in realtà. In superficie, c’è una madre che guarda, che pensa, che ricorda, che soffre, che spera. C’è una madre che parla per tutte le quasi duecento pagine del romanzo. E che trascina il lettore sempre più in profondità. La penna di Silvia Ferreri è affilatissima, lucida, molto precisa ma altrettanto empatica e viscerale, e riesce a toccare molte corde con pochi semplici tratti feroci.

Di seguito, un estratto.

A volte mi chiedo se avessi potuto interrompere questo viaggio prima. Se possa farlo ora. Immagino di entrare nella sala operatoria e fermare tutto, di strappare il bisturi dalla mano di Radovic, di staccare i tubi e urlare di farla finita, di lasciarti in pace. Lo spettacolo è finito, il teatro chiude. Ridatemela così com’è. Mezzo uomo e mezza donna. Un tronco di pelle e ossa. Ma ormai è tardi. Il viaggio è cominciato e non ci sono fermate intermedie. La recita va avanti. Irreversibile è una parola da cui non si torna indietro.
Siamo salite su questo treno insieme e il treno è partito quel giorno in cui, sfinita dal dolore, dalla paura, e dalla vita, ho detto . Da quel momento si viaggia in una sola direzione. Nessuno entra, nessuno esce.
Sono stata molto tempo fissa a guardarlo il treno davanti a me, immobile sulle rotaie, eravamo lì, ferme, incastrate. Speravo che partisse senza di noi. Il treno dei freak, degli scherzi della natura. Mi avevi portata lì dove volevi essere. Dove tu vedevi un nuovo inizio, io vedevo un baratro. Stavo in piedi, affacciata sul vuoto. E quel non lo volevo pronunciare. Sapevo che era l’ultima frontiera, l’iniziio da cui non si torna. Ma sapevo, come mai avevo saputo prima, che nulla ti avrebbe fermata.

1 commento

  1. Ottima recensione per un romanzo potente che solleva il velo su questioni morali che, al giorno d’oggi, hanno il diritto di essere affrontate.

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