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Apollonio Rodio – Argonautiche, II, 164-306

trad. isometra di Daniele Ventre

Poi, non appena brillò il sole sui roridi colli,
dall’orizzonte sorgendo, e venne destando i pastori,
ecco che sciolsero allora i cavi alla base del lauro,
quindi imbarcarono quanto di preda occorreva condurre
e con la brezza puntarono al Bosforo fiero di gorghi.
L’onda in quei luoghi del tutto uguale a un’immensa montagna
suole di fronte innalzarsi e sembra che voglia avventarsi,
sempre levata com’è sulle nubi; né crederesti
che sfuggirai mala morte, a tal punto in mezzo alla nave
simile a nembo essa pende con impeto: ma tuttavia
si rifà piana, qualora la affronti un esperto nocchiero.
Per l’esperienza di Tifi anche essi passarono allora
senza alcun danno, benché spaventati. Il giorno a seguire
tesero ormeggio alla terra Tineide, sul lido contrario.
Fíneo Agenòride aveva dimora in quei luoghi, sul lido,
lui che già ardì più di tutti svelare funeste sciagure
grazie a quell’arte augurale che il figlio di Leto in passato
gli tramandò. No, neppure esitò a svelare la mente
sacra di Zeus in persona agli uomini punto per punto.
Ecco perché su di lui quel dio gettò lunga vecchiaia
e gli strappò il dolce bene degli occhi e nemmeno lasciava
che si godesse quei cibi infiniti che di continuo
gli accumulavano in casa i vicini, chiesti i responsi,
ma di continuo dai nembi piombavano sopra di lui
e con gli artigli di mano e di bocca senza mai tregua
glieli strappavano Arpie. Di cibo restava talora
nulla, altre volte ben poco, perché si affliggesse vivendo;
ma vi spargevano un tanfo immondo e nessuno soffriva
mai di portarlo alla bocca o anche di stare nei pressi,
pur a distanza, a tal punto spirava il fetore dal pasto.
Subito allora, sentendo vocio e schiamazzo di gente,
egli capì che eran giunti gli eroi per l’avvento dei quali
era destino da Zeus che godesse il bene d’un pasto.
Dunque dal letto s’alzò eguale a falotico sogno,
mosse alla porta i suoi piedi rattratti, appoggiato al bastone,
e palpeggiava le mura; tremarono gli arti in cammino,
di sfinimento e vecchiezza; di croste la pelle emaciata
s’era indurita, la scorza copriva non altro che l’ossa.
Dalla dimora uscì fuori, sedé, le ginocchia pesanti
presso la soglia dell’atrio: vertigine allora l’avvolse
livida, allora credé che la terra intorno girasse
fin dalle basi e silente crollò di sfinito torpore.
Visto che l’ebbero, tutti gli si radunarono intorno
e ne stupirono. Il vecchio, a stento traendo il respiro
sin dal profondo del petto, parlò con profetiche voci:
“Chiari fra tutti gli Elleni, uditemi, se veramente
per il crudele comando del re, per il vello dorato,
Giàsone a bordo del legno argoo vi conduce alla cerca.
Sì, siete voi senza dubbio: ancora in virtù di responsi
vede ogni cosa il mio cuore. O sovrano figlio di Leto,
te ne ringrazio, benché da dolenti angosce io sia afflitto.
Ah, per Zeus Supplice, lui che è il più aspro con i malvagi,
coi malfattori, nonché per il dio Radioso e per Hera,
io ve ne prego, e per chi fra gli dèi seguite viaggiando:
voi difendetemi, a un uomo afflitto evitate la piaga,
no, non andatevene lasciandomi nell’abbandono
qui. No, davvero, non solo un Erinni sopra i miei occhi
pose il suo tacco e trascino vecchiezza a una fine remota;
altra più amara disgrazia alle mie disgrazie si aggiunge.
Dalla mia bocca le Arpie mi sottraggono ogni alimento,
da non so dove, da qualche segreto covile piombando,
e non ho io nessun’arte a difesa, ma facilmente
io celerei a me stesso il mio pasto, quando ne ho voglia,
più che a quegli esseri, tanto nell’etere volano svelti!
E se talora per me poi lasciano un poco di cibo,
spira di putrido né può soffrirsi il peso del lezzo.
Non soffrirebbe nessun mortale d’averlo vicino,
anche se fosse scolpito il suo cuore nell’adamante.
Inesorabile, amara, la necessità mi costringe
a rimanere, e rimasto, a nutrirne il perfido ventre.
Fato dei numi è che i figli di Bòrea ricacceranno
quelle creature né a me sono estranei i miei salvatori,
se veramente in passato io fui Fíneo, agli uomini noto
per profezie, per ricchezze, e Agenore fu il padre mio
e se la loro sorella, allorché regnavo sui Traci,
io come sposa condussi, Cleòpatra, nella mia casa”.
Disse quel figlio di Agènore: immensa pietà fu in ciascuno
di quegli eroi, ma in entrambi i figli di Bòrea su tutti.
Terse le lacrime, accanto gli vennero, poi così disse
Zete, stringendola in mano la mano del vecchio angosciato:
“Misero, no, non lo credo che altri fra gli uomini sia
più sventurato di te. Perché tanto male t’affligge?
Forse per truci follie hai peccato contro gli dèi,
certo dei tuoi vaticini, perciò se ne adirano tanto.
Dentro di noi è turbata la mente e però noi vogliamo
porgerti aiuto, se a noi un dio ha da sempre assegnato
simile onore; son chiari agli uomini in terra i rancori
degli immortali e perciò non ricacceremo le Arpie
quando verranno, benché lo vogliamo, se non ci giuri
prima che non diverremo odiosi agli dèi per quest’atto”.
Disse così: dritte a lui quell’antico alzò le sue vuote
orbite, a lui le rivolse e rispose queste parole:
“Taci, figliolo, non porti nell’animo questo pensiero:
sappia quel figlio di Leto che a sua volontà mi trasfuse
la profezia, sappia Chera ignobile ch’ebbi per sorte
e questa tenebra d’occhi erratica, sappiano i numi
sotto la terra –nemmeno in morte mi siano benigni–
non vi terrà nessun’ira di dèi per il vostro soccorso”.
Al giuramento quei due smaniavano porgergli aiuto.
Subito i giovani allora al vecchio imbandirono il pranzo,
l’ultimo per la razzia delle Arpie: vicini ambedue
stettero per ricacciarle con spade alla loro venuta.
Già le primizie del pasto l’antico le aveva sfiorate:
subito, come procelle temibili, come baleni
quelle in picchiata, improvvise, calarono giù dalle nubi
con un gridio, nella brama del pasto. Al vederle gli eroi
in quell’istante levarono un grido; e però fra le strida
quelle mangiarono tutto, volarono quindi lontano,
via, oltre il mare: rimase laggiù l’insoffribile lezzo.
Dietro di loro però i figli di Bòrea, ambedue,
si sollevarono, tratte le spade. A stillare in entrambi
forza infinita fu Zeus: senza Zeus seguirle non era
dato, poiché come soffi di Zefiro andavano in volo,
sempre, ogni volta piombando su Fíneo e da Fíneo partendo.
E come quando bramosi di preda i segugi sui monti
seguono in caccia le capre selvatiche oppure i cerbiatti,
corrono, dietro di loro si tendono quasi a toccarli
e sulla punta del muso a vuoto digrignano i denti,
sì, Zete e Calai così balzarono loro vicini
e si tendevano invano a sfiorarle in punta di dita.
Anche a dispetto dei numi allora le avrebbero uccise,
dopo che molto lontano le tennero, all’Isole Erranti,
se non li avesse veduti Iri agile, scesa dal cielo,
giù, sin dall’etere, e se non li tratteneva, ammonendo:
“Figli di Bòrea, non è concesso ammazzare di spada
cani di Zeus, di quel grande, le Arpie: ma io stessa mi impegno
con giuramenti, mai più andranno a lanciarsi sul vecchio”.
Disse così, poi giurò sull’acqua di Stige, che ai numi
tutti è la più venerata e più formidabile insieme,
che non sarebbero più calati quei mostri alle case
dell’Agenòride Fíneo, poiché così fu destinato.
Al giuramento credendo si volsero indietro, a tornare
verso la nave: le genti chiamarono Strofadi allora
proprio per questo le isole un tempo chiamate le Erranti.
Si separarono Iri e le Arpie: si immersero i mostri
dentro una grotta di Creta Minoide, mentre la dea
verso l’Olimpo s’alzò, volando con ali veloci.
Ma nel frattempo i campioni la sudicia pelle del vecchio
tutta detersero intorno, poi sacrificarono scelte
pecore, quanto predando ad Àmico avevano preso.
Dopo che gli ebbero in casa imbandito un ricco banchetto,
eccoli assisi cenare: con loro anche Fíneo cenava
come in un sogno, con fame vorace, allietandosi in cuore.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).