Atarassia, o l’età dello scioglimento (letteratura e ambiente)

di Benny Nonasky

«Sewage surfer», © Justin Hofman/SeaLegacy

In fin dei conti un mondo senza di noi rappresenterebbe l’ideale. Sarebbe un finale sconvolgente, forse lieto per qualcuno o qualcosa, ma è un’infondata conclusione. Se ci soffermiamo sulle singole azioni o su determinate situazioni, effettivamente siamo degli esseri sgradevoli: noi uccidiamo, noi deprediamo, noi costruiamo delle dinamiche che comportano ecocidi e dolore, sia per il genere umano sia per tutto quello che intorno ci abita e ci compone.

Provo a fare degli esempi partendo dall’infinitesimo. Tutti noi conosciamo la Leontopodium alpinum (Piede di leone), più comunemente denominata Stella alpina. È un fiore che cresce nelle fessure rocciose o nei prati sassosi, e arriva sulle Alpi italiane durante le ultime glaciazioni; più o meno diecimila anni fa. L. alpinum non è un fiore autoctono delle nostre montagne: le origini di questa pianta sono le zone montuose aride dell’Asia Minore, da dove – con la formazione di varie specie alpine oloartiche (regione biogeografica che comprende parte dell’emisfero boreale), evolute dai rilievi montuosi originati nel Miocene – sono giunte fino a noi. Questa pianta, dal 1878, è protetta. È salvaguardata da una legge per via dell’indiscriminata raccolta da parte di collezionisti innamorati della sua eleganza, per il semplice desiderio di averla incorniciata in casa. Oggi, anche se coltivata nei giardini per decoro e nei campi a sfruttamento intensivo per le caramelle, il suo habitat naturale è minacciato dal cambiamento climatico.

L’aumento delle temperature spinge verso limiti prima fin troppo rigidi piante e arbusti adatti a climi più caldi che nel lungo periodo rischiano di soppiantare le piante autoctone, portandole all’estinzione. Il rapporto Biodiversità e cambiamenti climatici presentato dal WWF nel 2015 in vista della COP21 a Parigi, specifica: «le specie tropicali e subtropicali guadagnano territorio verso nord (nel nostro emisfero) e sempre più in alto risalendo le montagne, togliendo spazio alle specie animali e vegetali tipiche dei climi secchi»0.

Anche se sembrerà atipico, un esempio è l’olivo: fino a qualche decennio addietro l’Olea europaea si trovava unicamente a ridosso della fascia mediterranea: essendo una pianta termofila richiede clima caldi e secchi, senza troppa ombreggiature (eliofilia). Quindi è molto sensibile alle basse temperature. Un anno fa ho potuto constatare che da diversi anni, a ridosso del Lago di Garda, vengono coltivati terreni a uliveti, grandi dimensioni, con un areale agricolo in crescita. Sappiamo, da reperti archeologici, che già nell’età del bronzo era praticata l’olivicoltura a ridosso del Lago di Garda. L’olivo cresce sui versanti a esposizione favorevole delle colline moreniche che, dal punto di vista climatico, subiscono l’influenza benefica del Lago e, per secoli, furono la coltura d’olivi alla latitudine più a nord del mondo. Oggi non è più così1. Sono stati coltivati olivi oltre il 46esimo parallelo, addirittura in Galles. In provincia di Sondrio, secondo i dati forniti dalla Coldiretti, negli ultimi dieci anni la coltivazione dell’olivo sui costoni più soleggiati della montagna valtellinese è passata da zero a quasi trentamila metri quadrati di terreno. Questa tendenza si riscontra anche in Piemonte2 e in Valle d’Aosta3 a ridosso delle Alpi.

L’aumento delle temperature muta le fasce climatiche spostando sempre più in alto piante e arbusti che, visto la rapidità degli eventi estremi, non riescono ad adattarsi o a riprodursi in un numero sufficiente alla generazione di un nuovo climax. Di conseguenza, in breve tempo scompaiono.

Da questi piccoli esempi passiamo ad uno più grande. Gli Antozoi sono minuscoli polipi (anche migliaia in un singolo elemento) che vivono radunati in grandissime colonie, che formano trottoir, atolli e le più conosciute barriere coralline. I coralli sono tra gli animali più longevi sulla terra. Non si conosce la loro età, ma parliamo di centinaia se non di migliaia di anni. Si trovano in luoghi caldi, come l’Australia, ma alcune colonie si localizzano nel Mediterraneo e al largo delle coste inglesi. Le barriere coralline sono degli ecosistemi, cioè un insieme di organismi viventi che interagiscono fra loro e con l’ambiente che li circonda (biodiversità). I coralli mantengono un habitat naturale utile alla riproduzione e al sostentamento di altri animali marini (supportano un quarto di tutta la vita marina). Ma negli ultimi anni sono diventati anche lo specchio – per non dire un indicatore – dei mutamenti climatici.

Tra il 2015 e il 2017 è avvenuto il terzo evento di sbiancamento di massa, detto coral bleaching4. Lo sbiancamento è un fenomeno distruttivo che colpisce i coralli quando la temperatura supera per un lungo periodo la soglia utile alla sopravvivenza della specie. E gli anni tra il 2015 e il 2017 sono stati i più caldi mai registrati da quando sono partite le prime rilevazioni climatiche nel 18505. Per svilupparsi gli Antozoi hanno bisogno delle seguenti condizioni climatiche: la temperatura media dell’acqua durante l’inverno deve essere sempre maggiore di 20°C, la salinità deve rimanere costante e deve essere assicurata la presenza di molta luce. I coralli vivono in simbiosi con alghe unicellulari fotosintetiche, le zooxanthellae, responsabili dei colori brillanti delle barriere. Le zooxanthellae sono fondamentali per la sopravvivenza dei coralli in quanto forniscono a questi animali il 90% del fabbisogno energetico richiesto per la calcificazione, la crescita e la riproduzione. Quando le temperature dell’acqua aumentano eccessivamente in condizioni di alta irradiazione luminosa, però, le alghe iniziano a produrre radicali liberi che sono tossici per le cellule che le ospitano. In risposta, i coralli le espellono e rimangono completamente bianchi, da cui il termine coral bleaching. Questi stress ambientali derivano dell’emissioni di CO2 nell’aria e delle anomalie termiche portate da El Niño (tranne per l’anno 2017) in uno dei suoi cicli più intensi, che ha apportato forte siccità e un aumento di oltre i 2°C delle temperature marine. Circa un quarto dell’anidride carbonica di origine antropica prodotta ogni anno, infatti, viene assorbita dagli oceani. Questo causa un abbassamento del pH dell’acqua e un calo degli ioni carbonato (CO3) in essa disciolti, acidificando il mare. Inoltre, la salinità delle acque – sempre per via dell’aumento delle temperature – è salita oltre il trentacinque percento (la frazione massica)6.

Questo generale e continuo innalzamento provoca molti danni sia sulla terra – minore approvvigionamento idrico, improvvisi eventi catastrofici, morti premature e gravi disagi alimentari nelle fasce di popolazioni più povere – che nel mare. Negli ultimi decenni si sono perse oltre la metà delle barriere coralline7. Il continuo sfruttamento delle acque, l’inquinamento, la temperatura elevata per fattori antropici e, in minor misura, naturali hanno generato un mix di fenomeni distruttivi ormai non più riparabili. Molti scienziati stimano che entro trentacinque anni non esisteranno più atolli e barriere coralline anche se da domani smettessimo di utilizzare combustibili fossili8. Questo ci fa comprendere che il veloce deperimento dei coralli è dipeso unicamente dall’azione umana. Sono esseri fragili, ancorati alla terra marina, base di una biodiversità unica e fondamentale per il mondo; principalmente perché il mondo è composto dal 97 per cento di acqua, dalla quale pesca in media 175 miliardi di tonnellate di pesce all’anno (25 kg a persona)9.

Eventi preannunciati come il sovrasfruttamento degli stock ittici e l’innalzamento dei mari non sono delle ipotesi. Queste ultime hanno cominciato ad evidenziarsi con improvvise inondazioni ed erosioni perpetue della costa; come quelle che avvengono sull’East Coast americana o nel Sud-Est asiatico. Tutte queste situazioni possono procurare gravosi danni agli Stati colpiti, con costi molto elevati di vite e bilancio statale. Inoltre, come abbiamo visto negli scorsi anni, i problemi non riguardano solo i paesi colpiti, ma anche quelli limitrofi e lontani. Il Norwegian Refugee Council (NRC) afferma che nel 2010 più di 42 milioni di persone nel mondo sono state forzate a spostarsi a causa di disastri ambientali. Secondo il Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente (UNEP) nel 2060 in Africa ci saranno circa 50 milioni di profughi climatici. Nel documento Groundswell – Preparing of internal climate migration, la Banca Mondiale stima che nel 2050 ci saranno oltre 143 milioni di profughi ambientali. Oggi il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra10.

Questi esempi creano reti tra di loro, come se un evento ne tirasse dietro un altro, intersecandosi alle nostre esistenze. Come ho già anticipato all’inizio del testo, trovo infondato il pensiero di un mondo senza di noi, perché siamo noi, attraverso il linguaggio, ad avergli dato un nome, ad identificare ogni singolo elemento, dandogli un valore e una struttura. Abbiamo edificato dal nulla paesaggi e opere d’arte che rappresentano la terra sulla quale viviamo. Noi siamo parte anche del non umano. Ma al contempo abbiamo generato sangue e violenza; e, molto spesso impunemente, continuiamo a farlo. Veniamo da un retaggio che si nutre della filosofia del potere. Noi siamo padroni, imperialisti, colonialisti; e su una scala di valore, sull’ultimo gradino abbiamo sempre messo il pianeta.

Prendete il lago Aral, nell’Asia Centrale: da oltre quarant’anni le acque dei fiumi che lo alimentano vengono deviate per irrigare i campi di cotone e riso delle regioni circostanti dell’ex Unione Sovietica. Potremmo affermare che è stato necessario, la popolazione ha bisogno di riso per mangiare e cotone per vestirsi. Ma questo ragionamento non funziona nel lungo periodo perché il quasi prosciugamento del lago per via dell’incanalamento dei vari immissari che lo ha ridotto dell’oltre novanta percento, ha originato due dinamiche: la prima riguarda la scomparsa di quasi tutte le specie ittiche che popolavano il lago, dove la pesca rappresentava la principale fonte di guadagno degli abitanti della zona; e la seconda che concerne la salinità delle acque: l’aridità crea alti tassi di evaporazione che, di conseguenza, genera salinità. Il lago è passato da un dieci percento ad un ventitré percento di salinità nell’arco di cinquant’anni. Il suolo delle coste e il suo alveo, ormai esposti all’aria, si mescolano con le particelle di sale e i residui dei pesticidi usati nell’agricoltura, generando pericolose tempeste di polvere e sabbia, aumentando l’incidenza dei problemi respiratori sulla salute delle popolazioni locali. Inoltre, la salinità del lago, ha ridotto la produttività dei campi coltivati. Questa situazione evidenzia il rapporto tra uomo e natura. L’uomo può dipendere da essa, ma la natura non può rispondere positivamente agli stress ambientali portati dall’uomo. In poche parole l’ambiente non può aiutare o redimere l’incuranza umana. Questa è una cosa molto importante da capire. Noi dipendiamo per qualunque cosa dall’ambiente che ci circonda e ogni nostra azione può avere una conseguenza positiva o negativa. È positiva quando decidiamo di mangiare meno carne o non gettiamo le carte a terra; è negativa quando prolunghiamo le nostre trivellazioni e le nostre emissioni di anidride carbonica. La bilancia pende solo da una parte.

Da alcuni anni, quando in estate torno nel mio paese natìo, in Calabria, ho potuto constatare come il cambiamento climatico abbia iniziato ad essere sempre più incidente. Partiamo dalla desertificazione. Possiamo dire che negli ultimi decenni ha piovuto poco, molto poco. Ciò ha portato ad un degrado del suolo, ad un impoverimento delle falde acquifere, ad una siccità costante e pericolosa per la selvicoltura e per gli abitanti della regione. Come afferma l’IRPI (Istituto di Ricerca per la Protezione Idrologica) in un suo studio insieme al CNR e al MIUR, «La diminuzione delle precipitazioni ha un impatto sulla siccità. Negli ultimi decenni, in Calabria sono stati registrati eventi di siccità anche di lunga durata più frequenti e più intensi che in passato. I tempi di ritorno dei periodi siccitosi nel trentennio 1981-2010 sono stati fino alla metà di quelli registrati nel trentennio precedente 1951-1980. La frequenza degli eventi siccitosi è quindi aumentata. I nostri studi evidenziano un aumento della suscettibilità alla desertificazione dei suoli, già in atto in alcune aree del versante ionico della Calabria».

Questo disagio, oltre ai problemi idrologici, ha già causato un mutamento della flora locale. Quando si percorreva la statale 106, ai cigli delle strade capitava spesso di imbattersi in piccoli oleandri o nei pini marittimi. Da diversi anni queste piante sono state soppiantate dall’Agave Americana Bloom Spike, una sottospecie di quella classica, alta anche tre metri. Questa pianta è originaria del Messico, di un clima puramente tropicale. Perciò possiamo affermare che la Calabria è passata da un clima mediterraneo a uno tropicale11? Acquazzoni improvvisi, venti molto forti, umidità intensa, grandine, piccoli tornado, lunghi periodi di siccità: sono tutti elementi che indicano un cambiamento radicale nel clima della regione.

Un altro esempio di come la fascia tropicale abbia raggiunto i confini del Sud Italia è la pianta Persea Americana, o avocado, che mia madre ha coltivato in giardino. Sicuramente è una arbusto molto elegante, ricco di foglie verde scuro simili all’alloro. È stata piantata in giardino quasi cinque anni fa e in pochissimo tempo ha superato i tre metri di altezza, producendo centinaia di frutti ogni anno. La sua coltivazione e commercializzazione è radicata nel suo habitat naturale, cioè in Messico, Guatemala, Perù e Colombia. Ma da alcuni anni in Calabria, Sicilia e Sardegna sta aumentando la coltivazione di questa pianta12. Può essere un nuovo indirizzo economico per la popolazione locale, sennonché le foglie, la corteccia, i frutti e i semi dell’avocado sono nocivi per vari animali: gatti, cani, bovini, capre, conigli, uccelli, pesci e cavalli possono subire gravi danni (e addirittura morire) se li consumano. In un territorio meridionale che sopravvive di pascolo e derivati, ciò può far scaturire conflitti tra coltivatori e pastori locali. Conflitti che possono derivare anche dalla desertificazione dei suoli, fondamentali per il pascolo e l’agricoltura. L’aridità, insieme al consumo di suolo per via della costante cementificazione, ha ridotto la capacità di ritenzione idrica dei terreni creando seri rischi anche quando cade la pioggia: avendo una tessitura impermeabilizzata, come asfalto, l’acqua scivola via, provocando frane e inondazioni.

Le intense piogge avvenute nei primi giorni del novembre 2015 sono state un evento catastrofico per il mio paese, Caulonia. La forte pioggia, oltre settanta centimetri di acqua caduta in quarantotto ore, che si è abbattuta in quei giorni ha ingrossato la fiumara Allaro che è esondata in diversi punti, causando frane e distruggendo parte del ponte che collegava Caulonia ai paese vicini. Per diversi giorni i collegamenti sono rimasti bloccati. Ancora oggi il ponte è danneggiato (la carreggiata si è ridotta ad un’unica corsia). Queste devastanti piogge non sono più eventi atmosferici causali, ma stanno diventando una condizione fisica costante (si sono ripetuti nel 2016 e nel 2018)13.

Un altro segnale del cambiamento climatico lo possiamo riscontrare nell’erosione della costa. Nelle foto degli anni settanta e ottanta che mio padre è solito mostrare a chiunque entri in casa nostra, si possono vedere spiagge immense, quasi alienanti come le distese di ghiaccio dell’Antartide. Ma come il ghiaccio artico, anche le spiagge del mio paese hanno perso il loro volume e la loro grandezza. Il mare, negli ultimi trent’anni ha divorato la spiaggia. Se un tempo mio padre doveva buttarla a pari e dispari per decidere chi doveva andare al bar a prendere da bere per tutti visto la lontananza del lido dalla battigia, oggi la spiaggia ha un diametro di pochi metri e i lidi sono a ridosso del mare. Quest’erosione non ha solo un aspetto ambientale, per via dell’innalzamento dei mari, ma anche uno antropico. Negli anni si è ridotto il perimetro tra il mare e il cemento delle case. Molta gente ha scelto arbitrariamente di costruire vicino alla spiaggia, portando a un ulteriore abbassamento della fascia costiera (subsidenza). Nel mio paese si era costruito una muro di cemento armato, convinti che sarebbe bastato a proteggere le nuove costruzioni e il passeggio del lungomare. Ma non è andata così. Il mare continua a elevarsi oltre di esso distruggendo quel che trova al suo passaggio, compresa la barriera stessa, rendendo inagibile per giorni il lungomare e isolando gli abitanti speranzosi di svegliarsi ogni giorno vista mare – e, beffardamente, potremmo dire che va più o meno sempre così. Tutti questi incidenti provocano grosse spese economiche al Comune e allo Stato, gravando sui portafogli dei cittadini. Allontanano il turista e spingono le persone ad emigrare.

Le nostre esigenze, sia legali che illegali, cresciute a dismisura nel tempo, sono entrate in eterno conflitto con l’ambiente che ci sovrasta. Ogni nostra azione, oggi, è contro natura. Il petrolio è in ogni oggetto che possediamo: dai vinili, alle auto, alla penna con la quale scrivo. Il monouso è diventato simbolo del nostro status quo. Non dura più nulla; ogni cosa dura in eterno dispersa e inquinante nell’ambiente14. Gli eventi sopra descritti sono solo alcuni che col tempo ho prima metabolizzato e successivamente analizzato. Questa mia attenzione è arrivata piano col tempo, con l’accumulo di dati, domande e situazioni che mi hanno coinvolto sia fisicamente che sentimentalmente. Posso dire con certezza l’anno nel quale ho cominciato ad interessarmi alla questione ambientale: il 2009. Due anni dopo ho scritto la poesia La ballata di Michelle, poi inserita nel libro Imàgenes Trasmundo (Albeggi Edizioni, 2012; l’intera poesia la si può leggere scaricando il libro gratuitamente dal mio sito internet, nella pagina bio&books). Il tema scaturisce dall’iniziativa di Michelle Obama, nel 2009, di coltivare un orto nel giardino della Casa Bianca15. Quell’orto era mirato all’alimentazione sana contrapposta a quella industriale tipica negli Stati Uniti. Ma qualcosa mi ha fatto collegare quel semplice gesto al disordine mondiale relativo al clima e all’ambiente. Un po’ come lo stomaco in preda alla gastrite (alleviamo i nostri dolori / con un po’ di Maalox / e fugaci segni a croce).

Penso che il collegamento sia scaturito dalle parole di Gilles Clément, nel libro Breve storia del giardino, quando scopre nella foresta gabonese, in un accampamento pigmeo, cosa per loro è un giardino: «In mezzo alla foresta africana, in una radura devastata, si erge un sommario recinto di bambù destinato a proteggere l’esigua produzione, le tre piante di arachide, le cinque piante di manioca, il banano, i taro e un albero troppo giovane per essere identificato. Qui accade il futuro, l’organizzazione di un pensiero, il primo giardino». Gilles scopre che il giardino non ha fiori né vasi, ma è puramente un piccolo orto, con finalità di sussistenza delle persone: «Il primo giardino è quello dell’uomo che ha scelto di interrompere le proprie peregrinazioni. […] Il primo giardino è alimentare. L’orto è il primo giardino. […] Il primo giardino è un recinto. Conviene proteggere il bene prezioso del giardino; la verdura, la frutta, e i pochi fiori, gli animali, l’arte di vivere, quello che col passare del tempo continuerà a sembrarci il “meglio”. […] La scenografia destinata a valorizzare il meglio si adegua al cambiamento dei fondamenti del giardino, ma il principio del giardino rimane costante: avvicinarsi il più possibile al paradiso».

La ricerca della bellezza è una nostra fase costante. L’uomo vuole il paradiso perché non esiste altro oltre la felicità e la meraviglia. Ma il Paradiso, col tempo, ha preso strade puramente edoniste e incentrate sul mero guadagno personale; e spesso si è cercato di raggiungerlo con la crudeltà e l’indifferenza. La Ballata di Michelle ha un inizio e una conclusione in chiave religiosa: Verrà il giorno che quell’uomo si alzerà […] ben vestito, col fallo mozzato – e / urlerà: // «Basta!» // e sarà il giorno. Non essendo credente, il Dio di cui parlo è un essere che puoi trovare appena esci di casa o dall’auto, cioè la Natura. È un qualcosa di presente ovunque, a cui devi fare caso se vuoi definirti un essere vivente.

La questione religiosa ci riconduce alla Lettera Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco16. Ho apprezzato quest’opera fondamentalmente perché, nella prima parte, non tratta la questione come se stessimo parlando di un’entità divina, invisibile ai più, comune solo a chi crede a quel determinato credo religioso. No: Papa Francesco parla agli uomini di una realtà connaturata alla Terra, specifica e intrinseca a noi, vivente e sofferente. La Laudato Si’ prende le distanze da quel tipo di retorica “verde” a cui ci hanno condotto in questi anni, e insiste sul fatto che «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri»17. Inoltre, esprime il malessere del mondo con dati scientifici e solo successivamente in chiave biblica. Ma in fin dei conti, ogni poeta non ha un po’ di narrazione aulica in sé? Alla fin fine non tutti ci troviamo nelle parole di Francesco quando dice: «L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri»18?

Mi allineo alle parole di Amitav Ghosh quando afferma: «Lo sviluppo più promettente è il sempre maggiore coinvolgimento di gruppi e leader religiosi nella politica del cambiamento climatico. Papa Francesco ne è l’esempio. È sempre più evidente che da sole le istituzioni politiche del nostro tempo sono incapaci di affrontare questa crisi. Il motivo è semplice: il pilastro di queste strutture è lo stato-nazione, che per propria natura è tenuto a tutelare gli interessi di un unico gruppo di persone. Bisogna che in prima fila ci siano comunità e organizzazioni di massa già esistenti. E quelle in grado di mobilitare più persone sono le organizzazioni religiose»19. Il messaggio a questo punto è semplice: la politica ha fallito: osservate come si concludono i vari summit mondiali sull’ambiente: un continuo procrastinare delle politiche funzionali alla salvaguardia e alla riduzione dei gas serra. Ormai non stiamo parlando di un improbabile dopo, ma del domani nel qui oggi, per un futuro sicuro e potabile da lasciare ai posteri. E per far questo serve il maggior numero di persone, anche con casacche e divinità diverse dalla nostra.

Sempre Ghosh scrive: «L’insostituibile ruolo della finzione narrativa è far immaginare altre possibilità. E la crisi climatica ci sfida proprio a immaginare altre forme di esistenza umana, perché se c’è una cosa che il surriscaldamento climatico ha perfettamente chiarito è che pensare al mondo solo così com’è equivale a un suicidio collettivo»20. Il libro nasce dalla domanda: quale linguaggio usare e/o utilizzare per comunicare e parlare alla gente del cambiamento climatico? Non è una domanda scontata. Se dialogare oralmente pretende una corrispondenza diretta tra chi parla e chi ascolta, la scrittura è al contempo uni e pluripersonale, perché abbiamo lo scrivente e, successivamente, un numero variabile di lettori. «Secondo Latour, ogni progetto di divisione è sempre sostenuto da un’impresa collaterale, da lui definita “depurazione”, che mira ad assicurarsi che la Natura sia consegnata alle scienze e rimanga preclusa alla Cultura»21. In effetti, per molto tempo, i due linguaggi – quello narrativo e quello scientifico – si sono osservati da lontano, senza mescolarsi mai. Quindi, se la narrazione della Natura è puramente una questione scientifica, «ciò implica la marcatura e la soppressione degli ibridi – e la fantascienza è esattamente questo, un genere separato dalla tradizione letteraria. Esiste un nuovo genere di fantascienza, la “climate fiction” (“cli-fi”) o la fantaecologia, che però racconta soprattutto storie catastrofiche ambientate in un futuro lontano»22. Cioè vivere la catastrofe come un evento remoto, un qualcosa di “fantascientifico”, improbabile per i più. Oggi questo futuro degenerato si sta traducendo nel presente e, a riguardo, di letteratura ne abbiamo davvero poca.

Forse ci si potrebbe accontentare della cosiddetta ecologia culturale. Questa rappresenta il quadro epistemico per l’autocritica, secondo cui la dimensione culturale è parte indispensabile dei contemporanei paesaggi ecologici conoscitivi. Ciò che caratterizza l’ecologia culturale della letteratura è l’interazione e l’interdipendenza tra cultura e natura come dimensione fondamentale della produzione e della creatività letteraria. Fin dal principio ci troviamo dinnanzi a testi dove la simbiosi tra umani e animali, figure ibride e metamorfosi tra natura, uomo e cultura hanno creato un immaginario letterario sempre più autoreferenziale e antropocentrico. Esempi come i grandi poemi di Walt Whitman, Canto di me stesso o Foglie d’erba (Lascio me stesso alla terra per nascere dall’erba che amo. / Se ancora mi vuoi cercami sotto le suole delle scarpe), esprimono un Io-naturale, dove l’uomo si fa ambiente – viceversa è impossibile -, narrando e descrivendo una natura pre-civilizzata e mai attuale. Questo vale anche per il capolavoro di Neruda Canto General, nel quale elogia la sua terra nei primordi, nell’andamento storico e politico, coi verbi al passato remoto – tende uno sguardo al presente nelle sue Odi. Questo vale anche per Zanzotto e il suo definire paesaggio Deus vivente nella natura, e probabilmente al di là di essa, portando l’ambiente in una visione puramente metafisica.

Con questo non voglio dire che l’ecologia culturale della letteratura sia un abbaglio o una distorsione del reale. Quello che intendo esprimere è la necessità di andare oltre questo, di soffermarci sul presente, parlando al futuro e non solo del passato, che prima si stava meglio, eccetera. Per di più è da considerare anche un’allontanamento dalla visione umanocentrica “Io-natura” perché «l’Antropocene ci mette sotto accusa per la nostra passata arroganza e ci relega a categoria di creature zoppicanti e tentennanti i cui programmi falliscono a causa della scarsa capacità di comprendere: in altre parole, una categoria di creature naturali catturate da forze che superano i limiti dell’umana comprensione. Percezione, quest’ultima, che ci fa ritornare alla natura» [Kerridge, 2017].

Un’altra questione importante è l’uso specifico delle parole: «Si pensi al vocabolario associato a tali sostanze: nafta, bitume, petrolio, catrame, combustibili fossili. Nessun poeta o cantante potrebbe porgere con leggerezza simili sillabe al nostro orecchio. E pensate a queste materie in sé: al carbone e alle scorie fuligginose che deposita ovunque; e al petrolio, viscoso, acre, ripugnante per tutt’e cinque i sensi»23. L’uso dei termini scientifici mi ha sempre affascinato. Trovo incredibilmente melodica la parola plastiglomerato, per non parlare del surge piroplastico. E non mi dispiace affatto la parola Aphoon-Zham. Credo che sia semplicemente una questione di abitudine. Faccio un esempio: molti avranno letto i racconti e i romanzi di Lovecraft e, quindi, molti conosceranno Aphoon-Zham, la Fredda Fiamma, il Signore del Polo. Certo, stiamo parlando del sovrannaturale, di un qualcosa di irreale. Ma concentriamoci sulla parola: per quanto sia insensata, ha un significato concreto nella storia. Leggendo il racconto, accettiamo il suo significato, addirittura sentiamo la sua presenza intorno a noi. E più la utilizziamo, più tenderà ad avere un posto nel nostro vocabolario, nei nostri discorsi e nei nostri esempi. Non è un collegamento banale. La parola plastiglomerato è impiegata dagli scienziati per definire quel nuovo tipo di roccia, un misto di pietra vulcanica (come il surge plastico), sabbia e plastica, nata nel 2014 all’Hawaii per le alte temperature e l’accumulo di elementi plastici. Questo termine ha un significato specifico, esattamente come l’Aphoon-Zham nel racconto. Anzi, il plastiglomerato è – e lo sarà sempre di più – un elemento visibile a tutti. Allora perché non inserirlo nel nostro vocabolario? Perché non adoperarlo nei nostri racconti e nelle nostre poesie? Alcune volte, trovo più sensato usare la parola Stella madre al posto della parola Sole; lo trovo più poetico e più scientifico. Poesie e romanzi devono cominciare ad allargare il loro linguaggio verso nuovi termini che devono, e dovranno, descrivere una nuova visione del mondo, quella del mutamento climatico o, più poeticamente, della distruzione climatica. Il pianeta vivente ha bisogno di una narrazione che si mescoli con la scienza, che trovi nuove strade per raccontarsi, che sperimenti nuovi termini (ad esempio meraviglie naturali al posto di aree protette) che disturbino, e alla lunga catturino, il pubblico, senza timore di cadere nell’obsolescenza perché siamo noi a generare la Storia.

Non ci si dimentica del mare. Il mare. Possiamo definire il mare come la fonte battesimale della nostra presenza sulla terra. Dove tutto è iniziato e dove tutto pare volersi concludere. Io discendo dal mare, ci sono nato accanto. Per anni ho convissuto col suo odore, con la sua rabbia, con la sua delicata poesia. Il mare può essere un padre gentile quando la solitudine uccide ogni desiderio e tutto pare inchiostro nero sui colori infiniti del paesaggio. Ho passato lunghi pomeriggi sul lungomare di Caulonia a scrivere, a dialogare con Lui, a porgli domande su domande. Ma il mare può essere anche un cattivo padre. Può elevarsi diversi metri e distruggere le forme antropiche poste ingiustamente ai suoi confini. Può buttare giù una barca carica di disperazione, sputare a riva i corpi in segno di spregio verso l’umanità. Ma questa violenza non è connaturata all’acqua: entrambi gli esempi hanno comunque una matrice umana: il cemento sulla battigia e il pattume in mare li abbiamo seminati noi; i disperati che fuggono sulle onde li abbiamo spinti noi. Il mare risponde all’orrore con orrore. E prova dolore. Sì: l’ho sentito urlare di dolore in quelle notti che gettava a riva quegli uomini, mentre noi li raccoglievamo come germogli bruciati dal gelo. Il mare risponde dolore con dolore. Se il presente di mio padre furono le spadare di notte e un’acqua limpida ricca di fauna e turisti, il mio presente è ricco di morti in mare e un’acqua logorata dagli scarichi di varia natura, pesca a strascico e plastica.

Se il Mediterraneo fu per secoli e secoli luogo di incontri, battaglie, unione e sopravvivenza alimentare per molte regioni costiere, oggi il Mediterraneo mostra un volto ferito, insanabile per giochi di potere a livello politico e commerciale. Quando ero ragazzino, insieme ad alcuni miei amici o con mio padre, si andava a largo a pescare col fucile subacqueo e la fiocina. Maschera e tubo e diversi minuti in apnea a cercare di sparare a qualche polpo, seppia, sogliola, a volte cuccioli di pesce spada o cernie dalla faccia oscena. Difficilmente la nostra rete appesa alla cinta usciva dall’acqua vuota. Non eravamo granché come cacciatori, ma era così pieno di pesci che era impossibile non catturarne qualcuno. Una volta abbiamo intravisto tra gli scogli un grosso polipo. Siamo stati lì tre ore: ci si immergeva in coppia: uno, con un bastone di ferro, lo stuzzicava cercando di spostarlo dal pertugio dove aveva trovato riparo, mentre l’altro aspettava pronto col fucile. Non ricordo quante persone avevamo reclutato per quella caccia, ma alla fine, dopo interminabili ore, ce l’abbiamo fatta – uscendo dall’acqua affannando e tenendo il polpo con le mani in alto come fosse un trofeo. Da tempo non è più così.

Dopo la costruzione del porto nel paese limitrofo, dopo anni di pesca intensiva a strascico, dopo decenni di scarico delle fogne direttamente a mare e con l’aumento delle temperature, si è potuto constatare un continuo e intenso impoverimento della fauna locale. Quando rientro al paese per le vacanze estive trovo raramente pescherecci in acqua. Ancora più rara la gente che pesca dalla riva. Se da un lato c’è stato un lento e graduale depauperamento della fauna marina, dall’altra si è visto un aumento di materiale plastico sia sul fondo che sulla superficie del mare. Lo scorso anno, insieme ad un mio amico, ci trovavamo a nuotare con la Gopro accesa non molto distanti dalla riva. Inseguivamo una Rhizostoma pulmo (o Polmone di mare), una splendida medusa di colore viola, lunga anche un metro, con un magnifico cappello trasparente di forma semisferica. Nuotava quasi rasando il fondo sabbioso. Eravamo affascinati dalla sua sinuosità e dal suo muoversi come una fisarmonica. Questa splendida visione era però rovinata dai seguenti oggetti non-naturali presenti intorno a noi e alla medusa: bicchieri di plastica, bottiglie di birra, lattine di Coca Cola, buste di plastica, gomme di automobile, reti da pesca, cerotti, assorbenti sporchi, eccetera. Ne sono consapevole.

Secondo un rapporto del 2015 dell’Unep (United Nations Environment Programme, Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) nel Mediterraneo finiscono ogni anno oltre 731 tonnellate di rifiuti plastici24. Il novanta percento di essa è più piccola di cinque millimetri (microplastica). Nel Mediterraneo si trovano 250 miliardi di frammenti e, ogni anno, ne arrivano altre 677 tonnellate. Secondo uno studio pubblicato su Nature, The Mediterranean Plastic Soup, «Nel Mediterraneo abbiamo una media di 1,25 milioni di frammenti di plastica a chilometro quadrato, contro i 335mila del Pacifico». Quindi, il nostro mare (Mare Nostrum) ha un numero di componenti microplastici maggiore di quelle nel Pacifico, di dimensione relativamente più grande. Oltre che inquinare le acque, le microplastiche vengono ingerite sia dagli uccelli che dai pesci. Molti uccelli, dopo aver ingurgitato diversi tipi di materiale plastico (ad esempio, frammenti o tappi di bottiglia), muoiono di avvelenamento o per un conseguente blocco intestinale.

Se ci chiediamo perché gli uccelli mangiano plastica, la risposta ce la offre un recente studio pubblicato dalla rivista Science Advances, che in breve afferma che la plastica ha lo stesso odore del cibo: «Il krill, ossia l’insieme di piccoli crostacei che rappresentano la primaria fonte di cibo per molti uccelli marini, si nutre di alghe. Quando queste muoiono e si decompongono, emettono un penetrante odore di zolfo dovuto a una sostanza di nome solfuro dimetile (DMS). Gli uccelli marini hanno imparato che quest’odore li guiderà dove possono trovare il krill. Dalla nuova ricerca emerge che i rifiuti plastici sono una piattaforma perfetta per la crescita delle alghe. Quando queste muoiono e si decompongono, emettendo l’odore di DMS, gli uccelli marini che usano l’olfatto per procurarsi il cibo cadono in “trappole olfattive” che li portano alla plastica invece che al krill».

Questa trappola olfattiva uccide molte specie migratorie che come unica fonte alimentare nella loro lunga traversata hanno il mare sotto di essi. Per i pesci, la dinamica è simile: ingurgitano microplastica scambiandola per krill o plancton. Ma il pesce è uno degli alimenti base della nostra dieta. Secondo il rapporto di Greenpeace Plastic in seafood, sono almeno 170 gli organismi marini che sicuramente ingeriscono i frammenti. Fra di loro ci sono pesci che poi finiscono nei nostri piatti come il tonno, il pesce spada, la spigola, i granchi o gli scampi. Per queste specie, l’ingestione avviene attraverso la bocca. Mentre per le cozze, le vongole o altri molluschi, la contaminazione c’è nel momento in cui questi filtrano l’acqua di cui si nutrono, senza riuscire a eliminare le microplastiche. Questo evidenzia un circolo vizioso: io butto una bottiglia di plastica in mare. Questa col sole, il sale e il moto del mare inizia a decomporsi. Qualche uccello ingurgiterà qualcosa di quei frammenti che si sono divisi. Qualche pesce farà altrettanto. Un peschereccio pesca quel pesce, che verrà venduto al mercato e che qualche ristoratore acquisterà e che mi venderà a un prezzo carissimo, servito al cartoccio o spezzettato dentro un risotto. La plastica e i vari rifiuti che dai fiumi (o dalle imbarcazioni) arrivano a mare, sono un problema vasto e reale che sta soffocando l’intero sistema marino. Oltre che nel Mediterraneo, conosciamo altre isole di plastica come quella più famosa detta Pacific Trash Vox25, o grande chiazza d’immondizia del Pacifico, grande tre volte la Francia, o quella nell’Oceano Atlantico, a ridosso del Mar del Sargassi. Questi enormi campi di concentramento di plastica sono tutti manufatti umani, musei dell’orrore del monouso e di uno stile superiore alla capacità umana di regolare e smaltire i rifiuti che produce.

Come conclusione mi pongo una domanda: perché condurre la mia produzione letteraria verso la direzione socio-ambientale? Oltre alle esperienze personali – vedere i mutamenti del mio mare e della mia terra d’origine – e alle dinamiche su scala globale, c’è una fotografia che mi ha segnato profondamente. Questa è di Justin Hofman ed è intitolata Sewage Surfer. Finalista del pregiato Wildlife Photographer of the Year (anno 2017), ritrae un Hippocampus Herectus (cavalluccio marino) che tiene per la coda un cotton fioc. Ho dato diverse interpretazioni a quest’immagine: brandisce l’arnese come un’arma, forse fa parte di un esercito di cavallucci marini, tutti col loro cotton fioc, pronti a dare battaglia. Oppure ha dei conti in sospeso con qualcuno – la sua faccia truce rimanda a dei risentimenti, se non addirittura al puro odio. Oppure sta costruendo una tana, come fanno gli uccelli. Magari, invece, è un netturbino del mare. Anzi, tutti i pesci sono dei netturbini del mare. Raccolgono la spazzatura che trovano in giro e la spingono verso un determinato punto. Ci faranno un camposanto dell’immondizia o un museo per i posteri. Queste sono solo supposizioni, a tratti divertenti, di un Homo Sapiens Sapiens in preda alla disperazione.

Quel cotton fioc deve avere un peso eccezionale per quel cavalluccio. Porta il peso di una sconfitta. I suoi occhi sono assenti. Io non so per cosa ha scambiato quel cotton fioc, non lo so perché lo tiene per la coda. So solo che mi provoca rabbia e tenerezza e mi fa sentire ebete e disarmato dinnanzi alla sua tranquillità. Forse dovrei essere più forte, dire che in fin dei conti ogni covata fa nascere mille cuccioli di cavalluccio marino e che sicuramente si adatteranno allo schifo che trovano sul fondo marino. Forse dovrei accettare il mio destino di uomo e buttare le carte dal finestrino dell’auto; oppure non riciclare (perché in rete ti insegnano che nessun Ente fa realmente la raccolta differenziata; e c’è sempre qualcuno che ha visto un camion dell’immondizia gettare tutti i diversi sacchi nel medesimo rimorchio). Ma io non sono così forte. Io sono innamorato della terra e non posso essere così forte da non provare rimorsi o dolore. Anche per questo scrivo poesie – quasi come una difesa. Io non ho risposte, posso solo descrivere e domandare.

L’Antropocene è un concetto introdotto dai chimici Paul J. Crutzen e Eugene F. Stoermer nel 2000 «per mettere l’accento sul ruolo centrale che il genere umano ha in geologia ed ecologia». Secondo una nota tesi di Bill McKibben, tutte le manipolazioni umane come la globalizzazione del capitalismo industriale, la crescita demografica, l’accumulo di CO2, comportano «una fine della natura», e ad ogni cambiamento climatico «rendiamo ogni angolo della Terra un prodotto dell’uomo, pertanto artificiale. Abbiamo privato la natura della sua indipendenza, circostanza letale per il suo essere. L’indipendenza della natura è il suo stesso senso: senza non esisterebbe null’altro che noi». Non sono d’accordo completamente con questa tesi. Sicuramente, ogni nostra modifica al paesaggio, determina un prodotto definito dall’uomo, e quindi artificiale (città, dighe, agricoltura intensiva). Ma l’indipendenza della natura non è direttamente correlata alla nostra presenza, e senza natura noi non esisteremmo. Tra le altre cose, eventi naturali hanno flussi materiali, scambi e interazioni di sostanze, habitat, luoghi e ambienti anche senza il nostro intervento. Importante è comprendere che, anche se alteriamo in modo sconsiderato le dinamiche naturali, la Terra concluderà un ciclo e potrà andare avanti anche senza la nostra esistenza. Quindi, per sopravvivere siamo costretti a difendere e trovare rimedi per il mondo.

Richard Kerridge nel recente Environmental Humanities: Voices from the Anthropocene asserisce: «Siamo evidentemente collocati in un ecosistema abitato e costituito da numerose creature non umane, alcune delle quali vivono dentro i nostri corpi. Se danneggiamo il sistema, queste creature soffriranno con noi. […] La potenzialità di noi umani è umiliata di fronte alla pura e semplice dimensione delle conseguenze che non abbiamo saputo prevedere». Oggi ci troviamo in un momento storico difficile da gestire, da un lato troviamo la superficialità di alcuni mezzi antropici come la televisione o internet che distorcono la realtà umana in un continuum vortice di informazioni e video e immagini che riducono l’attenzione e stancano l’azione (con brevi accenni di sentimento momentaneo; da qui l’atarassia); dall’altro lato troviamo la lentezza e l’invisibilità dei cambiamenti del nostro pianeta (da qui l’età dello scioglimento). Tutte queste relazioni contrastanti spingono molte persone a non curarsi del prossimo futuro umano e non umano. Trump, la destra e altre fazioni socio-politiche ed economiche, aderiscono all’ideologia negazionista: se non esiste la parola, non esiste nemmeno la cosa. Le parole definiscono le cose.

Bisogna dire come stanno le cose, non evadere nei sogni; mai come ora è stato il momento dell’uomo. Come afferma George Monbitor sul Guardian: «Gli ecologisti dovrebbero assoldare poeti, linguisti, amanti della natura per farsi aiutare a trovare parole più adatte per proteggere ciò che hanno a cuore». Che si usino termini tecnici o che sia il semplice linguaggio, questo è «il terreno di gioco dove fare esperimenti» [Hans-Peter Durr, in Grober 2012]. E su questo terreno ci siamo sempre e solo noi.

Abbiamo distrutto i boschi
con folli motoseghe, riversato nei mari
il petrolio, bruciato le nuvole,
turbato il mondo naturale.
[…] Idealisti della lentezza
di contemplare distese di ghiaccio nuovamente solido,
foreste pluviali tornare rigogliose,
gli oceani di nuovo al loro posto;

sabbia e stelle, cieli blu,
acqua limpida, distese luminose.

(dalla poesia Omaggio a Gaia di Derek Mahon)

NOTE

0 http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_biodiversita_cambiamenti_climatici6_11_def.pdf

1 http://www.ruralpini.it/Inforegioni18.02.10.htm

2 http://www.lastampa.it/2016/01/04/edizioni/asti/asti-e-il-piemonte-si-confermano-terre-da-oliveti-nprNLPz9XhnX3nfOrUy1HI/pagina.html

3 http://www.teatronaturale.it/tracce/italia/3704-mentre-l-olivo-si-coltiva-anche-in-valle-d-aosta-la-puglia-da-il-via-libera-alla-tutela-dei-suoi-alberi-secolari.htm

4 http://www.noaa.gov/media-release/global-coral-bleaching-event-likely-ending%20

5 https://www.unric.org/it/attualita/32229-lorganizzazione-metereologica-mondiale-conferma-che-il-2017-e-uno-dei-tre-anno-piu-caldi-mai-registrati

6 https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/7611/mediterraneo-specchio-dei-cambiamenti-climatici

7 https://www.aims.gov.au/cumulative-impacts

8 http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2016/09/06/news/se_gli_oceani_non_ce_la_fanno_piu_-3225172/

9 http://pescesostenibile.wwf.it/hard-facts/

10 https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossierprofughi_ambientali.pdf

11 https://it.climate-data.org/location/177950/

12 http://www.repubblica.it/cronaca/2017/06/14/news/non_solo_pizza_ora_il_sud_e_diventato_il_tropico_itlaiano_tra_avocado_e_mango_made_in_italy-168060326/

13 https://www.corrieredellacalabria.it/cronaca/item/39596-maltempo-come-un-bollettino-di-guerra/

14 http://reteambientale.minambiente.it/sites/default/files/Report-GdL-Rete-Vulnerabilita-al-cambiamento-climatico-Regioni-Convergenza.pdf

15 http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/obama-presidenza-5/obama-alimentazione/obama-alimentazione.html

16/17/18/19 http://m.vatican.va/content/francescomobile/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

20/21/22/23 Amitav Ghosh, “La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile

24 https://wedocs.unep.org/rest/bitstreams/9739/retrieve

25 https://edition.cnn.com/2018/03/23/world/plastic-great-pacific-garbage-patch-intl/index.html

 

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