Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume

di Armand Robin

Il sorprendente insieme di parole: «Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume», incontrato in una raccolta di traduzioni quando studiavo l’arabo letterario, all’inizio mi stupì, ma mi sembrò ragionevole dopo aver visto che lo scopo prefissato era soltanto di far applicare su un piccolo numero di precise parole alcune formule di quell’algebra che è la lingua araba. (E poi, mi dicevo, perché i leoni non dovrebbero fare quello che vogliono, e che a noi sembra assurdo?)
Analogamente, ora che mi è venuta fame di studiare una nuova lingua con l’intento di riuscire a leggere nel testo originale i poemi epici antropofagi, mi è sembrato eccellente che il pastore Vernier, autore di una grammatica tahitiana di cinquantasette pagine, mi proponga fin dall’inizio degli esempi come questo: «Mi piacciono le cozze, ma non la balbuzie». Così sono certo che il mio uomo è serio: pensa unicamente alla grammatica.
Del tutto diverso, da quello che riesco a capire, è il linguaggio stupefacente che i politici parlano con tanta naturalezza. David Rousset normalmente viene criticato proprio perché scrive frasi tipo «Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume». Bah! Non si merita un biasimo tanto encomiastico. Riconosco una certa finezza nell’«arrivismo del cattivo stile» di cui i politici si servono con incontestabile maestria; ma se dovessi biasimare David Rousset di qualcosa, di certo non sarebbe per il leone, il burnus, o per il fiume, ma per il fatto che per tutto il periodo dell’occupazione tedesca, durante il quale ho voluto considerarlo come uno onesto, mi abbia sempre dato del tu, e che di colpo, non appena si è sentito sicuro di aver conquistato saldamente quel fantasma tra i fantasmi che in gergo chiamano «successo», mi dia del lei. Preoccupato di tenermi fuori dal suo «tu», e dando un grave significato non grammaticale a un tradimento grammaticale, improvvisamente si è ritrovato ben al di sotto del probo pastore Venier, che una simile infamia la commise soltanto allo scopo di fornire un’occasione per far capire bene come in polinesiano sia di una certa importanza distinguere la «û» dalla «U». Da David Rousset non ci possiamo aspettare che scriva secondo verità: «Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume».
Dal canto suo, dovendoci dire che il cielo gli è parso particolarmente azzurro, Éluard scrive: «Il cielo è azzurro come un’arancia». Esiste qualcosa di più naturale, di più chiaro? Di fatto, «il cielo è azzurro come un’arancia (è arancio)». È triste che un tale poeta, geniale nell’ellissi, perda qualsiasi senso della grammatica non appena si fa prendere dal linguaggio ellittico della politica; per esempio non esiterebbe un secondo a ripetere: «Tito è un agente del Vaticano». Mi fa pensare a Picasso, che con un unico tratto disegna i contorni di un corpo di donna senza tracciare le forme di una gamba, e questa, assente, è non solo visibile ma persino evidente: vediamo ciò che materialmente non ci ha dato modo di vedere; eppure è lo stesso uomo che preso da un lavoro difficilmente qualificabile (perché politico), fa tappezzare i muri del mondo intero con le sue colombe firmate, e nessuno le vede. In queste colombe più nessuna ellissi; eppure non mancano le piume, a mancare è l’anima di Picasso, la quale, nata da lui, infinitamente reale, non ha bisogno di disegnare una colomba per essere vista.
Éluard e Picasso sanno scrivere e dipingere «leone, burnus e fiume» finché restano indenni dalla propaganda. Ma non appena questa malattia mentale li prende, pur conservando in apparenza la composizione dei medesimi insiemi di parole o di forme, eccoli rivestiti da un corpo estraneo che tramite le loro mani maneggia l’istupidito pennello o la stilografica. Come mai il poeta o il grammatico sono nel vero quando propongono degli insiemi di strane parole, mentre il politico, facendo lo stesso con il linguaggio, si ritrova quasi automaticamente in errore? È un mistero che vale la pena di spiegare.

Quando la radio di Mosca, nel servizio in lingua ceca del settembre 1951, trasmette che Tito «è un agente del Vaticano, un brigante assoldato dal Papa», etc, etc, inizialmente si potrebbe essere tentati di ammirare, o meglio di gridare all’involontario talento poetico. D’altronde, grammaticalmente parlando, è evidente che in simili ingiurie le ellissi sono ovunque: restituito alla sua interezza, il ragionamento potrebbe svolgersi come segue:
Tutto ciò che è «americano», ovvero tutto quello che non sta dalla nostra parte, è portatore di ogni vizio e di ogni crimine; ora, Tito da un lato, e il Papa dall’altro, considerato che non sono conformi ai nostri sogni, sono al servizio degli americani; dunque, Tito è una spia al soldo del Papa e il Papa una spia al soldo di Tito.
Schema degno di nota, manca solo il buon senso! Allo stesso modo, grazie a una famosa deviazione della virtù retorica, nel 1946 gli staliniani accusavano gli avversari trotskisti di essere agenti della Gestapo: «Non siete forse stati deportati e puniti dalla Gestapo? Di conseguenza avete avuto qualcosa in comune con la Gestapo!» Ridotti all’unico argomento possibile contro l’evidenza, ecco cosa sono arrivati a dire. Nel caso dello spirito totalitario, ovvero (detto semplicemente) nel caso della follia, il contrario assorbe il suo contrario, così che il principio di identità è metafisicamente pervertito; il segno di diversità più evidente viene trasformato nel suo contrario. Logico: qualsiasi atto di guerra contro le facoltà dello spirito termina con una violazione del sillogismo.
Abbiamo parlato di ellissi grammaticali. Nell’esempio dato sono effettivamente numerose e di grande insolenza. Ma bisogna andare più in là: in realtà non si è trattato affatto di ellissi di qualità grammaticale; per essere anche più precisi, le ellissi grammaticali, relativamente facili da rilevare, sono soltanto l’ombra portata su frasi e parole da un’ellissi gigante che invece non ha nulla di grammaticale ed è pertanto, intrinsecamente, una mistificazione. Quello che non viene mai espresso in queste propagande, nemmeno nella sua forma più nascosta, è la petizione di principio, di carattere metafisico, secondo la quale l’avversario è ontologicamente il male, e che per questo non ha diritto di esistere, e ancora meno ha diritto a parole corrette. In attesa di essere annientato fisicamente, l’avversario deve essere verbalmente annichilito, in qualunque maniera: in breve, nel suo caso, il limite dell’assurdo deve venire costantemente infranto, e l’assurdo reso perfetto, in modo da scoraggiare lo Spirito e lo strumento dello Spirito: il Verbo. Niente deve niente significare. Una trappola che non ha nulla a che vedere con le legittime astuzie dello stile sta surrettiziamente posata sopra ogni parola.
La prima settimana del mese di giugno del 1951, la radio di Bucarest (descrivendo la Francia) trasmette:
«La Francia di oggi ha il volto pallido e avvizzito, ha gli occhi lucidi, l’angolo della bocca è orribilmente scosso da un ghigno impotente e bloccato e la fronte è devastata dal presentimento del castigo incombente. La scuola del crimine funziona a pieno regime, soprattutto nelle chiese, e con ogni mezzo».
Fin qui, nulla da criticare allo stile; il testo non manca di una certa energia; l’autore, marxista, deve aver letto soprattutto la Bibbia, a meno che non abbia letto niente al di fuori di quel nulla che corrisponde agli ordini di dire qualcosa di ben determinato. La qualità del testo sul piano dell’irreale è innegabile. Per quale ragione, malgrado tutto, è un cattivo testo? Per quale ragione apprezziamo «Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume», e qui, invece, nonostante l’innegabile buona volontà, ci è impossibile anche la più blanda approvazione?
Il fatto è che il grammatico arabo propone un’assurdità apparente, che tale non è: perfettamente adeguata al suo oggetto essa smette di essere assurda. Lo stilista di Bucarest invece ci inganna o è ingannato, o meglio (in rapporto a una verità certa) ci inganna ed è ingannato al contempo, poiché in fondo quelle parole lanciate come un anatema non possono esistere realmente, e accedono all’essere solamente se il loro divulgatore – o il loro attore o il loro autore – sa di essere posseduto da un’entità di propaganda, sa diessere agito da delle potenze metafisiche che premono su di lui dall’esterno e se ne servono come di uno strumento di vaniloquio, utilizzando il suo linguaggio come un sotto-linguaggio. Ma anche se lo sapesse, avendo percepito il proprio annullamento, diventerebbe immediatamente incapace di sfuggire al nulla. In un modo o nell’altro, il suo testo in verità è inesistente, di un’inesistenza potente, se così si può dire. E poi come concepire un «ghigno bloccato» che «scuote l’angolo di una bocca»! Il mio grammatico arabo in confronto ha del talento. Siamo tristemente costretti a concludere che non soltanto questa gente non ha niente da dire, ma che in più non sa come dirlo.
Una mente fragile di ordine molto inferiore (l’uomo era anche più basso!), apprezzatissima dalla borghesia – si faceva chiamare Stalin – ha licenziato uno scritto penoso sulle questioni grammaticali. Ne ho sentito parlare per settimane, mesi, anni, secondo tutte le ricette della propaganda ossessiva. Di solito mi si accusa di essere troppo indulgente nei confronti di quell’ingenuo! Lo so che le sue considerazioni sulla grammatica sono davvero noiose e che di certo non avrebbero la stima dell’onesto pastore Vernier, ma sono pronto ad ammettere che nelle circostanze che seguono fui preso dalla tentazione di apprezzare il grammatico Stalin:
Tra i notiziari informativi della radio interna russa, ce n’è uno che per almeno tre anni, dalle 6,45 alle 7 del mattino, fu di natura talmente fantasmagorica da poter essere preso sul serio da coloro che si interessano di politica o diplomazia.
Per quanto mi riguarda, quella radio mi invaghì grammaticalmente. Mi accorsi che tutte le frasi, e per tutta la durata della deliziosa trasmissione, erano composte da poche parole rette da un’unica ferrea legge: come per una regola inedita nella storia del linguaggio, i tre termini «iosif vissarianovič stalin» dovevano occupare la metà di ciascuno degli insiemi di termini. Per il cervello l’effetto prodotto era terrificante.
Vidi lì il primo esempio d’un tentativo di soggiogamento non più soltanto dei popoli e delle menti, ma persino delle leggi elementari di costruzione delle frasi: avevo a che fare con una lingua russa per la quale quindici minuti ogni mattina tutte le parole eranoabolite a profitto della triade sopraverbale «Iosif Vissarionovič Stalin». Ne sono più che certo: lì davanti a me stava uno dei supremi tentativi per ottenere l’alienazione mentale di ogni uomo.
Ho detto che in quell’occasione fui tentato di ammirare il grammatico Stalin. Dopo qualche istante di riflessione invece mi resi conto che in tale circostanza Stalin non aveva affatto agito da grammatico, ma da stregone. Lo sentii vecchio, superato. Il pastore Vernier mi sembrò molto più sicuro della memoria degli uomini.
Lo Stalin, che non ha mai studiato la grammatica araba, non ho smesso di seguirlo. È caduto sempre più in basso, quasi la mente più impotente del tempo presente, soddisfatto di farsi ripetere ad ogni istante dalle sue radio che è l’uomo più geniale, più amato, più saggio che il mondo abbia mai conosciuto. Ogni giorno si fa servire il genere di discorsi di cui ha bisogno il debole. Rinuncia a dominare la grammatica; è come se in un sapere così modesto avesse trovato una forza superiore.
Nei momenti in cui l’essere di propaganda vi assale con maggior forza e già vi considera sua preda, è auspicabile scongiurarlo mettendogli davanti una frase tanto carica di verità come:
«Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume».
L’innocenza del Verbo risiede lì.

 

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da Armand Robin, L’indesiderabile. La falsa parola e altri scritti. A cura di Antonio Malinverno. Giometti & Antonello, Macerata, 2018 (pp.23-28)

 

  1 comment for “Il leone mise il suo burnus ad asciugare nel fiume

  1. carlo carlucci
    29 luglio 2018 at 19:51

    anche questa,,,una scoperta eccome…invoglia a continuare a leggerlo….anni e anni a Parigi senza che nessuno…..un compagno vero…

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