Do you remember Alessandro Leogrande?

Perché rileggere Il naufragio di Alessandro Leogrande

 

di Fausto Maria Greco

 

Alla sua morte, il 26 novembre scorso, lo scrittore, giornalista e animatore culturale di origine tarantina Alessandro Leogrande è stato ricordato da tutti gli organi di stampa, televisivi ed in Rete.

Avremmo sentito la mancanza – dicevano – della penna di Leogrande, capace di produrre, in soli quarant’anni di vita, inchieste decisive sul caporalato nel sud Italia (il pluripremiato Uomini e caporali, 2008), sulla criminalità organizzata (Le male vite, 2003; Nel paese dei viceré, 2006), sui flussi migratori tra passato e presente (La frontiera, 2015), oltre ad aver curato interessanti antologie di narrativa e collaborato con numerosi giornali e riviste nazionali.

Eppure, nel corso di queste ultime settimane caratterizzate da una martellante propaganda politica condotta sulla pelle di oltre seicento migranti messi in salvo dalla nave Aquarius e di molti altri dispersi a est di Tripoli tra giugno e luglio, pochi sono stati i riferimenti, a nostro avviso emblematici, alla vicenda di cui Leogrande si è occupato in uno dei suoi libri più importanti, Il naufragio (2011). La tragedia della Kater i Rades (letteralmente “Battello in rada”), affondata la sera del 28 marzo 1997 nel Canale d’Otranto, contiene invece una lezione da non dimenticare. L’autore definisce tragico, perché assolutamente evitabile, il naufragio della motovedetta albanese, partita stracarica di migranti dal porto di Valona alle tre del pomeriggio. Le cause della morte di 57 persone, più 34 superstiti e 24 dispersi, sono state umane, non naturali.

Il racconto di Leogrande, frutto di una lunga ricerca condotta tra Italia e Albania, partiva dalla crisi politica apertasi nel paese balcanico nella primavera del ’97, in seguito al crollo delle società finanziarie a cui tantissimi albanesi avevano affidato i loro risparmi e dopo la rivolta del sud del paese, con lo scoppio di una guerra civile. Quando il presidente della Repubblica Sali Berisha decise di imporre il coprifuoco e di chiudere militarmente la partita con il sud, gli scontri a fuoco diventarono pressoché quotidiani e molti albanesi, impossibilitati a partire dall’aeroporto di Tirana e dai porti di Durazzo, Saranda e Valona (tutti chiusi dalle autorità), provarono a imbarcarsi clandestinamente verso l’Italia, salendo a bordo di qualsiasi natante. Sulla Kater i Rades, piccola motovedetta adatta a contenere non più di nove o dieci persone, trovarono posto circa centoventi tra uomini, donne e bambini. I clan di Valona, che organizzavano questi trasporti, avevano chiesto loro dalle cinquecentomila a un milione di lire a testa. Nel racconto di Leogrande, tra i passeggeri c’è Bardhosh, imbarcatosi con tutta la sua famiglia, alla quale sopravvivrà dopo il naufragio. C’è Fatmir, che nella tragedia perderà la madre, la sorella, il figlio della sorella e il cognato. C’è Ermal, che ha imparato l’italiano seguendo i programmi televisivi del nostro paese e che al momento dell’affondamento si trova nella stiva, insieme alle donne e ai bambini. Sua madre gli dice di salire sopra e lui obbedisce: non la rivedrà più perché, pochi secondi dopo, si ritroverà in acqua e raggiungerà con difficoltà, a nuoto, la nave militare italiana che si è scontrata con la motovedetta albanese.

 

Ermal ripensa spesso a quelle poche parole: “Va’ su. Non stare qui”. Anzi, quell’esortazione, che gli ha salvato la vita, non gli esce più dalla testa. E da allora, per sempre, per tutti gli anni a venire, sarebbe stata la prima frase che gli veniva in mente appena svegliato, e l’ultima a cui pensare prima di addormentarsi. La madre, quasi avesse intuito quello che sarebbe successo pochi secondi dopo, quasi parlasse già dal mondo dei morti, gli aveva salvato la vita. Lo aveva sottratto all’abbraccio del Mediterraneo. Va’ su. Non stare qui… Va’ su. Non stare qui…[1]

 

Fra i trentaquattro superstiti si conteranno due sole donne: una è Ismete, che voleva raggiungere il marito a Brescia e che nell’incidente perde la figlia dodicenne. A Valona, molte altre si ritrovano ignare della sorte dei loro mariti. Una di queste è Pushime, che ha visto partire a bordo della motovedetta albanese il marito Kastriot con sua sorella e due bambini.

Il reportage di Leogrande alterna le storie delle vittime e dei loro familiari, dei sopravvissuti e dei comitati in cui si sono riuniti, all’approfondimento del contesto politico e sociale di riferimento e alla ricostruzione delle difficili indagini giudiziarie e dei processi riguardanti la tragedia del Venerdì Santo. Il modello letterario è quello di A sangue freddo (In Cold Blood, 1965) di Truman Capote, ma tanto l’inchiesta quanto il saggio, per Leogrande, vanno «sventrati», come l’autore spiegò in un intervento a Gioia del Colle : alternare la prima persona alla terza, l’oggettività alla soggettività, l’approfondimento alla narrazione, si rende necessario per restituire non soltanto la complessa dimensione storico-politica della vicenda, ma anche e soprattutto quella umana, individuale, che altrimenti rischierebbe di sfuggire. L’esempio di Anatomia di un istante (Anatomía de un instante, 2009) dello scrittore spagnolo Javier Cercas, autore di un’inchiesta sul colpo di stato del 23 febbraio 1981 in Spagna, influenza poi la struttura del testo di Leogrande: la penna di Cercas si sofferma, infatti, sulle biografie dei soli tre parlamentari che, di fronte alle minacce del colonnello Tejero, restarono seduti ai loro posti sfidando i golpisti e finisce per tornare, pressoché in ogni capitolo, su quei secondi decisivi che restano impressi nella mente di tutti gli spagnoli e che furono trasmessi in televisione in lieve differita. Analogamente, il racconto di Leogrande torna più volte al momento del naufragio, alle concitate manovre che si svolsero sulla nave albanese e su quelle militari italiane che si trovavano, nel tragico Venerdì Santo del 1997, nel Canale d’Otranto. Un po’ alla volta, però, si allarga lo sguardo al contesto di riferimento e i dati che l’autore cita nel libro concorrono a motivare un giudizio critico sugli eventi narrati.

Tuttavia il senso del libro di Leogrande si dispiega già nelle prime pagine, quando le storie dei naufraghi lasciano il posto alla vicenda parallela del capitano di corvetta Angelo Luca Fusco. Il 28 marzo del 1997, Fusco si trovava al comando Maridipart di Taranto, la sala operativa che teneva i contatti con le navi dislocate nell’area di pertinenza (mar Jonio e Canale d’Otranto), in coordinamento con il Comando in capo della squadra navale (Cincnav) di Roma. Il processo che riguarda la strage si è basato proprio sulla testimonianza del militare, che ha ascoltato parte delle comunicazioni intercorse tra le navi e i comandi da terra prima di allontanarsi e venire a sapere, poche ore dopo, del naufragio. Fusco si è ritrovato, all’uscita dalla sala operativa, alle nove di sera, nel mezzo della processione dei Misteri, in corso di svolgimento a Taranto durante il Venerdì Santo. Tra i penitenti scalzi e incappucciati, mentre tenta di uscire dalla folla, Fusco si trova di fronte alla statua dell’Ecce Homo e vi riconosce il proprio stesso sconvolgimento:

 

Un Cristo triste con la corona di spine posta sulla testa insanguinata e una pezza rossa intorno al corpo nudo. […] Quell’uomo, scolpito nel legno tre o quattro secoli prima, non sta provando compassione per il mondo, ma stupore. Una profonda meraviglia, velata di tristezza, per la violenza, il non senso, l’indifferenza, l’ignavia, l’impossibilità di raddrizzare le cose. Quel Cristo dai lineamenti popolari sembra un innocente piombato improvvisamente in mezzo a una mattanza.[2]

 

Alla storia del capitano Fusco fa seguito, ne Il naufragio, la ricostruzione dell’iter processuale relativo al disastro della Kater i Rades. Con la seguente avvertenza:

 

Seguire parola per parola ciò che viene pronunciato in un tribunale produce spesso uno strano effetto. Si ha la sensazione che accanto alla corrente centrale di ogni azione penale, quella volta all’accertamento di questo o di quel reato (in tal caso, un naufragio), vi sia – ai margini – un’accanita battaglia delle idee e delle parole tesa a spostare ora un centimetro avanti, ora un centimetro indietro, l’interpretazione del contesto. E l’interpretazione del contesto altro non è, in fondo, che l’interpretazione dell’Italia, il paese in cui certe cose possono accadere. Il paese in cui ogni strage, quando non sia prodotta da un evento naturale, è avvolta da una insopportabile coltre di silenzio.[3]

Più ancora della coltre di silenzio che ha reso difficile l’accertamento delle responsabilità,[4] a Leogrande interessa però il piano dell’«esegesi del presente che ci circonda attraverso i suoi brandelli che si sedimentano in reperti, che lasciano traccia di sé nelle carte giudiziarie, oltre che nella vita dei sopravvissuti, degli esseri umani in carne e ossa»[5]. Un naufragio è infatti «solo apparentemente un fatto collettivo», è prima di tutto «la somma di tanti abissi individuali, privati, ognuno dei quali è incommensurabile, intraducibile, mai pienamente narrabile»[6]. Il tentativo di raccontare, di dar voce a tutte queste prospettive individuali, andava fatto. In tal senso, diversi elementi sono intervenuti a confortare le scelte dello scrittore. Innanzitutto, nel caso della Kater i Rades, la richiesta dei familiari delle vittime e dei superstiti di ottenere giustizia è stata l’occasione per una consapevolezza che ha riguardato tanto il nostro Paese quanto l’Albania. Nel 2011 pareva dunque a Leogrande che quello della Kater i Rades fosse «forse l’unico naufragio recentemente accaduto nel Mediterraneo che abbia sedimentato, nel tempo, una comunità di sopravvissuti», i quali oggi vivono in ogni parte del mondo, non solo a Valona, e si riconoscono in quella tragedia. Una comunità, allargata anche ai parenti e conoscenti delle vittime, che prende forma già nei giorni successivi alla tragedia, ricostruiti da Leogrande con estrema attenzione. Nessun ministro italiano, allora, si reca a Brindisi. Il presidente del Consiglio Romano Prodi va a Valona solo il 13 aprile, più di due settimane dopo il naufragio, per promettere il recupero del relitto e ribadire la tesi sostenuta dallo stato maggiore della Marina: la colpa dell’incidente sarebbe da attribuire alla nave albanese, che ha accostato a destra improvvisamente, causando lo scontro con la corvetta della Marina militare italiana, ben più lunga e pesante, impegnata nel pattugliamento di quel tratto di mare. Intanto, nella stessa notte del disastro, l’ONU dà il via alla missione internazionale “Alba”: il contingente italiano avrebbe presidiato l’aeroporto di Tirana e le principali vie di comunicazione del paese.

Berlusconi, all’epoca capo dell’opposizione politica in Italia, arriva invece a Brindisi pochi giorni dopo l’incidente, incontra i sopravvissuti e promette di portarli nella sua villa di Arcore :

 

“Son cose che sono indegne di noi,” dice colui che undici anni dopo, da presidente del Consiglio, avrebbe firmato gli accordi di amicizia italo-libici per il respingimento dei migranti nel Mediterraneo. […] Vorrei che tutti gli italiani avessero avuto l’incontro che adesso ho avuto io con questa gente che perso tre figli, che ha perso la moglie, che sperava di venir qui a trovare un paese libero, democratico in cui poter lavorare, in cui potersi affermare”.[7]

 

Ma i sopravvissuti chiedono giustizia, non elemosina. Il comitato che riunisce i superstiti e i parenti delle vittime della Kater i Rades chiede innanzitutto il recupero della motovedetta e dei corpi. A sette mesi dal naufragio, il relitto viene effettivamente riportato alla luce e tocca le sponde pugliesi. Nella stiva non nasconde pistole, né altre armi o munizioni come qualcuno ha sostenuto, ma corpi di varia grandezza: «decine di corpi imprigionati, ammassati e sbattuti qua e là. Donne e bambini, nient’altro che donne e bambini, abbracciati tra loro. Con le bocche spalancate. Avvolti da una strana panna bianca, untuosa, viscida, gelatinosa. Dall’odore rancido».[8]

Ermal riconosce il cadavere di sua madre e torna a Valona. Lì lo raggiunge lo scrittore, interessato a conoscere da vicino la società albanese, a incontrare i parenti delle vittime del naufragio, a farsi raccontare le loro storie. Altri familiari sono in Italia: è il caso di Hasim, il quale vive a Roma e risponde così a Leogrande che lo intervista:

 

Fermare le navi? Mi chiedi se mio fratello quando è partito sapeva che l’Italia aveva deciso di fermare le navi? No, e che sapevamo noi? Ma tu sai che cos’è una guerra civile? Sai come si vive durante una guerra civile? Non ho mai visto in vita mia una roba del genere. La gente brucia le macchine per strada, durante una guerra civile. È armata, durante una guerra civile. Tu passi e loro ti fermano, e poi ti sparano senza motivo, per due soldi in tasca.[9]

A Valona, il 14 novembre del 1997, si svolgono i funerali delle vittime, a cui partecipano circa cinquantamila persone. Leogrande descrive il mausoleo eretto al centro del cimitero, con le tombe ai due lati (comprese quelle dedicate ai dispersi in mare), e racconta l’odissea di alcuni familiari, come quella di Xhiko Muçaj, il cui figlio, da un certo momento in poi, non figura più negli elenchi ufficiali dei dispersi, come se non fosse mai salito su quella nave. Di fronte alle loro storie, scrive: «Vorrei urlare, solo urlare, urlare contro tutto questo non senso, contro tutti questi rivoli di sofferenza, di vite spezzate, di vite andate a male, di cui in Italia non si sa più niente, o forse non si è mai saputo niente»[10]. Alla vista di quel che resta della Kater i Rades, nulla più che «un catorcio arrugginito» nei pressi del Forte a Mare, davanti al porticciolo turistico di Brindisi, la domanda è: «Quanti minuti impiega un bambino per morire affogato?».[11]

Per Leogrande, quel Venerdì Santo di morte non può che tornare in mente ogni volta in cui si parli e si parlerà di “respingimento di clandestini” in alto mare. «Per questo, – spiega – col tempo quella tragedia non la si è nominata più, fino a dimenticarla. Il paragone avrebbe orientato ogni dibattito politico sul contenimento dei flussi migratori in altro senso. Invece, buttando a mare quella che poteva essere la pietra angolare di ogni discorso, quel dibattito è tornato ogni volta vergine, esattamente allo stesso punto di partenza del 25 marzo 1997, tre giorni prima dello speronamento, quando Dini e il ministro albanese si sono scambiati le loro lettere»[12]. Le lettere a cui si fa riferimento sono quelle scambiate tra il ministro degli Esteri italiano di allora, Lamberto Dini, e il suo omologo albanese Starova, allo scopo di rafforzare la collaborazione tra i due governi e far fronte al crescente «flusso illegale di cittadini albanesi verso altri paesi»[13]. Il governo italiano offriva la propria assistenza per «il contenimento in mare degli espatri clandestini», compreso il fermo in acque internazionali e «il dirottamento in porti albanesi da parte di unità delle Forze navali italiane di naviglio battente bandiera albanese o comunque riconducibile allo Stato albanese»[14]. Di fatto, osserva Leogrande, lo scambio di lettere sanciva una sorta di blocco navale, le cui regole di ingaggio, emanate lo stesso 25 marzo del ’97, prevedevano anche azioni di disturbo e manovre intimidatorie volte a interrompere la navigazione verso le coste italiane (si trattava di operazioni di harassment, termine usato anche in un’altra sfera, quella delle violenze sessuali, per indicare le molestie esplicite).

Per Leogrande nel 2011, ma crediamo valga anche per noi in questo 2018, non molto sembra essere cambiato da quel marzo del 1997. Il mutamento è stato di carattere geografico: alla frontiera orientale (Albania-Salento) si è sostituita quella meridionale (Libia-Lampedusa), ma i termini della questione sono «simili a quelli posti negli anni dell’“emergenza albanese”»[15]: da una parte migliaia di esseri umani che provano a raggiungere le sponde dell’Europa; dall’altra i paesi dell’Unione che vorrebbero respingere i flussi o governarli, mentre proseguono le morti in mare.

Il naufragio della Kater i Rades costituisce, così, un paradigma imprescindibile per tutti i naufragi successivi, non tanto per il numero dei morti quanto perché non si è trattato di un evento naturale, ma di un prodotto delle politiche di respingimento e perché anche semplicemente ipotizzare l’idea di un blocco navale nel Mediterraneo significa correre il rischio di una strage. Ciononostante, già nel 2011 secondo Leogrande, il dibattito politico pareva impermeabile al ricordo del naufragio del Venerdì Santo. Ancora oggi, ogni volta che aumenta la pressione alle frontiere, l’espressione “blocco navale” torna sulla bocca di politici e commentatori, proprio come avveniva nell’anno in cui è stato pubblicato il reportage narrativo di Leogrande.[16]

Il naufragio della Kater i Rades è una pietra di paragone per tutti i naufragi successivi anche per un’altra ragione, che in parte abbiamo già accennato: perché è stato possibile raccontarlo, ricostruire le storie di chi è partito ed era a bordo della nave, di chi aveva salutato la motovedetta in partenza sul molo di Valona e di chi la attendeva all’arrivo in Italia. È merito anche dei superstiti, osserva il narratore: a differenza di quanto accade di solito, essi non hanno preferito dimenticare o chiudersi nel silenzio. «La richiesta di recupero del relitto, e poi quella dei risarcimenti, ha sedimentato una comunità di superstiti e famigliari»[17] che il 28 marzo di ogni anno si reca al molo di Valona a gettare fiori in mare. Alla memoria dell’evento hanno poi contribuito le testimonianze rese al processo, nonostante questo non abbia accertato, secondo l’autore, una parte delle responsabilità, in particolare quelle della politica e degli alti comandi militari. In ogni caso, raccontare la vicenda del naufragio significa provare a «rompere la cappa di assuefazione che avvolge tutte le morti in mare»[18]. Il ricordo non può prescindere da parole pronunciate sia in italiano che in albanese, dal racconto dei superstiti e degli anziani genitori delle vittime, dei figli e dei nipoti. Non basta che il relitto della Kater sia oggi divenuto un monumento, esposto presso il porto di Brindisi: «i monumenti […] rimangono sepolcri imbiancati, contenitori vuoti, se non vengono irrorati di storie e di ricordi, di rabbia e di redenzione».[19]

Ancora un’altra ragione ci suggerisce di rileggere il testo di Leogrande per coglierne attentamente la lezione. Secondo l’autore, gestire diversamente quei mesi del ‘97, con l’arrivo di poche migliaia di persone sul suolo italiano, soprattutto «senza farsi ricattare dalla questione sicurezza-immigrazione», avrebbe evitato la tragedia. Invece l’Italia non seppe gestire l’emergenza dei boat-people durante la guerra civile albanese e mise la propria Marina militare in una condizione molto difficile, stretta da un lato da accordi politici che tradivano una scarsa conoscenza delle reali dinamiche del mare (mentre oggi è la Guarda Costiera a mostrare imbarazzo)[20] e dall’altro da un clima politico surriscaldato. Uno dei grandi pregi del racconto di Leogrande è proprio la restituzione di quel clima politico, le cui parole d’ordine ricorrono ancora oggi nel dibattito pubblico, ma in modo più approssimativo e penoso:

 

Il 25 marzo 1997, tre giorni prima del naufragio, i vertici della Lega emettono un comunicato: «Il Governo provvisorio della Padania, esaminata la grave situazione di tensione e preoccupazione che si è venuta a creare in Padania, a causa delle irresponsabili decisioni del Governo di Roma sull’introduzione di migliaia di albanesi, di cui molti evasi dalle carceri di Tirana, ha decretato la costituzione dell’Associazione di protezione civile Ronde Padane con il compito di operare attivamente sul territorio della Padania per la prevenzione e per la difesa dei diritti dei cittadini minacciati nella loro incolumità, nel loro patrimonio, nella loro identità». Pochi giorni prima, Umberto Bossi ha gridato da un palco che è necessario istituire una Guardia nazionale composta da uomini armati di mitra. Si inizia così a parlare di ronde. Roberto Maroni, che è stato ministro dell’Interno, e che lo sarà ancora dal 2008, si affretta ad affermare che quello delle ronde è un movimento spontaneo. Non può essere arrestato. Deve essere solo riconosciuto. Fermare il volere del popolo è roba da leggi speciali.[21]

 

Si ricorda, poi, l’intervista rilasciata al “Corriere della sera” da Irene Pivetti, fino a pochi mesi prima Presidente della Camera, che sosteneva «che per fermare l’invasione sarebbe stato necessario “ributtare a mare” tutti profughi albanesi», mentre la campagna elettorale per le amministrative, in quel periodo, vedeva al centro dell’agenda proprio la linea della fermezza e le misure antialbanesi.[22] Per non parlare dell’«uso di donne e bambini come scudi umani» sulle navi e sui barconi degli albanesi: un’espressione che nei venti anni successivi sarebbe stata usata per provare a giustificare qualunque tipo di violenza nei confronti di civili inermi. Così, anche nella ricostruzione di un clima politico, del suo lessico, del linguaggio che lo sostanzia, Alessandro Leogrande ci aiuta a comprendere meglio l’eterno presente in cui viviamo fin dal 28 marzo del 1997.

 

 

 

 

[1] A. Leogrande, Il naufragio. Morte nel Mediterraneo, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 115.

[2] Ivi, p. 53.

[3] Ivi, pp. 106-107.

[4] Già il processo di primo grado, apertosi a Brindisi nel maggio del 1999, ha avuto soltanto due imputati: il comandante della nave militare italiana e il timoniere della Kater i Rades; mentre quello di secondo grado, apertosi nel 2010, ha stabilito che il comandante italiano non avesse posto in essere le manovre di harassment che la sentenza di primo grado gli addebitava, eppure le responsabilità di parte italiana non sono state azzerate e la tesi della presunta “manovra suicida” del timoniere albanese è stata ancora respinta. Dopo la pubblicazione de Il naufragio, è giunta nel 2014 la sentenza della Cassazione. Cfr. http://www.brindisireport.it/cronaca/strage-del-venerdi-santo-i-due-comandanti-condannati-anche-in-cassazione.html.

[5] A. Leogrande, Il naufragio cit., p. 170.

[6] Ivi, p. 180.

[7] Ivi, p. 61.

[8] Ivi, p. 118.

[9] Ivi, p. 132.

[10] Ivi, pp. 190-191.

[11] Ivi, p. 38.

[12] Ivi, p. 35.

[13] Ivi, p. 20.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 200.

[16] Cfr. A. Leogrande, Il naufragio cit., p. 204.

[17] A. Leogrande, Il naufragio cit., p. 206.

[18] Ivi, p. 207.

[19] Ivi, p. 211.

[20] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/pettorino-prestare-aiuto-a-chiunque-rischi-di-perdere-la-vita-in-mare

[21] A. Leogrande, Il naufragio cit., p. 88.

[22] Ivi, pp. 19-20.

francesco forlani

Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017 

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