Ci sono bestie al confine (parte II)

di Benny Nonasky

Arrivammo al bosco e la luna di formaggio era ancora alta in cielo. Il bosco era un completo di ombre e scricchiolio di neve e giunture. Non sapevamo quanto tempo ci avremmo messo a raggiungere il fiumiciattolo e il muro divisorio. La guida non aveva specificato nulla, tranne dirci che non ci fossero pericoli al suo interno. <<Ci ha lasciati così, senza dire nulla. Che Dio perdoni la sua cattiveria>>, disse l’uomo anziano che tenevamo in mezzo per evitare che lo perdessimo o che si facesse male cadendo. <<È stato un figlio di puttana! Se fossimo ancora a casa, a un tizio del genere gli avrebbero spaccato la testa. Codardo. Vengono qui e si montano la testa! E la fratellanza? E Dio? E la misericordia? Figlio di una cagna.>>, disse innervosito il ragazzino dietro al vecchio. <<Basta, con queste parole. Sprechi solo fiato. E poi, quant’anni hai? Dieci? Undici? Dove le hai prese quelle parole? Ti senti meglio di lui a pronunciarle? Tieni il vecchio che sta per cadere! Quel tizio avrà quello che si merita. Dio è testimone e giudice. Che sia benedetto.>>. Dissi questo con stizza e paternalismo. Non che io fossi credente o altro, ma era l’unico modo per calmare quelle anime infreddolite, stanche e nervose. In fin dei conti, era l’unica cosa che non fuggiva dalle nostre menti indolenzite. Era sempre lì quando lo si cercava. O no? Quel Dio era l’unica soddisfazione che gli era stata permessa. Grazie a lui potevano parlare, avere un lavoro, delle medicine quando stavano male, dei sogni da raccontare. Era il biglietto da visita e l’identità. Altro non era consentito. Non più. Altro era morte. Per questo dovevo rassicurarli con Dio e la sua grandezza. Ma poi, quale grandezza? Eccoci qui, esiliati e derisi e offesi. Quale Dio vuole per la sua gente tale martirio e silenzio? Quale Dio mette nelle mani degl’uomini odio e rancore? Quale Dio desidera la morte del bambino, il divieto del bacio in pubblico, l’oscurità dei volti di una donna, costringendoci ad accompagnarle in giro anche quando non si ha voglia, a produrre armi e bombe, a difenderci dalle zanzare e i reumatismi? Con quale Dio hanno bombardato la mia casa, ucciso mio padre e il futuro di un intero popolo? Pensavo e mi domandavo le solite cose. Da quando ero partito, ero ossessionato dall’incomprensione generale e dall’esser giudicato per la mia religione e non per il mio stato di uomo in pericolo, costretto a fuggire per la violenza subìta. Ho visto bambini e donne e uomini annegare, venir picchiati e uccisi nelle carceri e nelle strade. Ho visto le macerie e la fine di una generazione. Siamo nulla. Non ho altri pensieri. Anche in quel momento e mi ritrovai solo. Me lo meritavo. I miei compagni di viaggio erano scomparsi. Solo io e il bosco. Avrei voluto gridare i loro nomi, ma i miei compagni non esistevano e correvo il rischio futile di esser udito anche dalle guardie di frontiera. Comincia a sentirmi soffocare. Tornai indietro. Scavai la neve che mi circondava le ginocchia. Perché tutto ciò? Per quello che ho detto al ragazzino? Per quello che ho pensato? Non sapevo più dove mi trovassi. Girovagavo a zig zag tra gli alberi. Sudavo e continuavo ad aver freddo. Inciampavo, cadevo e mi rialzato. Fino a quando non vidi un uomo venire correndo verso di me. Mi fermai. Si fermò. Annaspava. Come me stava sicuramente cercando una via di fuga da quel labirinto. Decisi di andargli incontro e così fece pure lui. A pochi metri di distanza mi fermai. Per quanto il tempo ne avesse rovinato l’aspetto: quell’uomo ero io. Lo guardai. Lui fece un ghigno. Scattammo insieme. Lo presi per il collo. Lui rideva e non faceva resistenza. Capì subito che era inutile: qualsiasi cosa fosse era già morta. Lo lasciai andare e mi allontanai deluso e sfinito. <<Dove vai, stupido? Non hai capito che è puro fallimento? Stai andando contro un finale già scritto e maturato da millenni di storia. Nessuno ti vuole. Nessuno ci vuole. Non ti bastano le migliaia di vittime? Non ti bastano i muri e le guardie che chiedono i documenti e scelgono per te? Hanno scelto sempre per noi. E tu hai tradito la tua terra andandotene, dimenticandoti di tutti. Ti ricordi la via dove correvi per arrivare prima al venditore ambulante di pistacchi? Non esiste più. Anche quell’uomo, sgozzato come esempio, perché era solo un esempio, non un uomo timorato di Dio, ma un esempio tra gli esempi per apprendere il compito e la punizione. Te lo ricordi? Riuscirai a raccontare in giro i tuoi ricordi, la bellezza del luogo, la tua felice adolescenza? Pensi che questo ti farà avere un posto a tavola dopo il confine? Pensi che loro da te vogliano la felicità, il ricordo, la meraviglia dei minareti? Stupido, loro vogliono vederti piangere, soffrire per riempire il loro vuoto umano, politico, giornalistico. Loro hanno una carta sanitaria, noi siamo solo stranieri venuti da un mondo lontano, incomprensibile. Esattamente quel mondo che loro hanno plasmato e distrutto. Mi dispiace, amico, ma stai andando dalla parte sbagliata: la tua storia è dalla parte del male. Ti è andata così.>> Mi voltai lentamente. Non avevo afferrato tutto quello che aveva detto, mi interessava ben poco. Sapevo che era la parte riluttante di me. Io dovevo andare avanti. Diventare l’esempio buono perché c’era un uomo buono che lo stava aspettando, ovunque andasse. <<Ascolta, io sono quasi arrivato alla mia meta, che sia libertà o prigione ben poco mi preoccupa: ho visto la fine e non mi resta che portarla sulle spalle e nel cuore. Altro non mi duole. Io passerò quella fottuta barriera e ricomincerò. E se per caso mi bloccassero o mi pestassero o mi gridassero contro qualsiasi merda esistente: nulla, nient’altro sarebbe utile a sconfiggere la mia voglia di rinascita, vita e speranza. Il dolore che porto in me non ha cura, ma solo la voglia sfrenata di ricominciare e con quel dolore ricostruire la mia vita e quella della mia terra. Pensi che me ne sia dimenticato? Pensi davvero che io abbia perso l’amore verso di essa? Io voglio esser di nuovo bambino e correre allegro tra la gonna di mia madre e il bastone del nonno. Io voglio ancora le carezze di mio padre e le sue letture poetiche prima di andare a dormire. Sono cose che non potrò più avere, ma che posso dare. Il mio dolore è il mio biglietto da visita. Ma io sono un altro uomo, che posso ancora dare e riemergere.>> L’altro me mi guardò beffeggiante e disse secco: <<Non qui.>> Poi fece il solito ghigno e proseguì: <<Imparerai la lezione. Sei solo un numero, un ennesimo numero da catalogare, gestire e ricollocare. La tua fiducia mi fa venire il voltastomaco. Dovresti solo pregare di non finire in ospedale dopo aver incontrato le armi della polizia al confine. Lo farò io per te. Ti aspetto al ritorno. Ben arrivato.>> <<Eccolo lì il muro! Quel bastardo della guida aveva ragione, è pieno di cani e agenti armati. Ora come la mettiamo?>>, il ragazzino sputò a terra e si strinse le braccia al petto per il freddo. Sì, eravamo arrivati. Effettivamente era pieno di guardie, anche se non sembravano controllare tutto il reticolato. Spostandoci verso destra avremmo avuto un ampio spazio libero. Il problema erano i cani e il loro naso. Puzzavamo. Puzzavamo di miseria e paura. Mi voltai e mi vidi guardarmi, sorridere, alzare le mani al cielo e urlare. Fu così che arrivarono i draghi.

Tu devi sperimentare il dramma per conoscerlo e prevenirlo. La pelle altrui ti fa schifo, non la sopporti, inquina l’ambiente abituale. Devi generalizzare per decifrare un malessere soggettivo. Perché tu vuoi partecipare, e per farlo devi condividere il pensiero della massa deforme. Tu sei convinto di non poter vivere altrimenti. Ti hanno insegnato che la diversità genera ribellioni e solitudini. Hai appreso la lezione e ora giustifichi la tua aridità col principio che le acque sono morte e gli algoritmi utili alla socialità. Tu abbrevi il raggio della speranza nell’immobilità dei divani. Sei un pollice su di un pulsante in procinto d’un’infiammazione perenne. Click. Da dietro cime abissali s’alza un demoniaco urlo che sconvolge la piattezza dei giorni a venire. Gli alberi s’inchinano al suo disperato lamento. C’è una lunga processione d’animali che cerca un paesaggio utile alla salvaguardia della specie. Tu stai pronto col mirino puntato. Conterai fino a dieci e poi: no, non lo farai: sei un qua qua qualsiasi. Non mi stupisce questa tua ritrosia. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. La menzogna è realtà e diviene presente e passato. L’estremismo abbraccia le tue esperienze sterili. È quotidianità. Tu vivi nel dilemma identificativo, non sai da che parte stare. Nel frattempo cadono come alberi secchi sul suolo e il loro corpo genera una ferita inestinguibile perché la terra ha solo memoria del sangue che s’accumula, si dilata, che attende il giorno del verdetto e della condanna. La terra è realtà ed è presente, passato e futuro. Tu apprendi questa lezione dai telegiornali e dai titoli accattivanti condivisi dagl’amici. Tu perdi il tuo tempo a discapito del tuo corpo e della sanità pubblica. Tu dai troppo lavoro ai becchini. E i cimiteri esplodono di gioia.

I draghi ruotavano sulla nostra testa; facevano un chiasso assurdo coi loro rauchi versi e lo sbatter d’ali lento e meccanico. Il fuoco delle fauci era un faro che circoscriveva la zona protetta. Il vento improvviso ci costrinse a chiudere gli occhi e a coprirci i volti sudati dal freddo intenso dell’ansia e della fame e del ghiaccio che marmorizzava gli alberi e rendeva difficile la salita fino al muro. I soldati non davano peso a quel assordante suono e alle folate improvvise. I soldati, essendo pezzi di ferro e circuiti, non avevano i problemi di una casa esplosa e il cuore ferito dalla morte dietro ogni sguardo. Stavano fermi, sicuramente ci aspettavano, il tradimento fa parte della condizione umana per la sopravvivenza del più forte. <<Non so bene come fare, la signora va caricata sulle spalle. Tu pensi di farcela? Io starò davanti, ho le cesoie nella borsa. Inoltre, se per caso mi beccano, vi coprirò: correrò verso di loro mentre voi tornate indietro di corsa. Ci siamo capiti?>>, dissi strofinandomi gli occhi indolenziti. <<Non penso sia una buona tattica. Lo dico per te: se gli corri incontro, ti farai uccidere. Tu non conosci la loro lingua né loro la tua. Ti prenderanno per un pazzo suicida. I saggi ormai sono morti con la prima alba del mondo.>>, disse il vecchio rivolgendo lo sguardo alla notte. <<Non importa. Sono già morti tutti e io avrei poco da guadagnare dopo quel muro. Ho sofferto e continuerò a soffrire. Non sono né giovane né anziano. In poche parole: non servo a nulla.>> Non ci furono altre osservazioni, perché l’attenzione venne catturata da una situazione orribile che si stava andando a creare: da una delle torrette sbucò uno di quegl’esseri marci e zoppicanti incontrati tra i fabbricati. Cominciò a confabulare con uno dei soldati e, d’un tratto, indicò noi, il bosco, la catastrofe della nostra storia. Il soldato che discuteva con quell’abominio urlò qualcosa ai suoi colleghi. Questi si voltarono e puntarono i fucili verso il nostro nascondiglio. Nel frattempo i draghi presero a puntare il loro fuoco verso di noi. <<Siamo nella merda>>, disse il ragazzo. Arrivarono altri soldati e altri esseri deformati armati. <<Ma a cosa servono tutti quei mostri e quelle armi, siamo solo dei dispersi e dei disperati! Che Dio ci aiuti.>>, disse la signora con le lacrime agl’occhi e le mani giunte a preghiera rivolte al cielo. <<Mi prenda con lei, capitano. Non posso accettare questo dolore e quest’infamia verso l’uomo. Ho bisogno di combattere per dare un senso al mio posto sulla terra, per ricordare i nome di tutti i defunti. Mi dia una spada e uno scudo: che le mie ferite siano il sangue dei martiri e della possibilità!>>, dissi guardando il cavaliere che fissava i soldati pronti all’attacco. Disse: <<Voi siete il presente, noi il passato e loro tentano di conquistare il futuro. Voi capitate in mezzo, sarà sempre così per il presente. Siete un passaggio, un errore di calcolo; nessuno vi considera nel momento in cui voi esistete. A loro non interessa cosa vi accadrà oggi né cosa vi sia successo ieri. A loro interessa che domani non sia come oggi, che l’ordine venga rispettato e che le paure siano sempre condivise e rese inquietanti. Loro hanno capito che se si vuole un domani, bisogna cancellare ciò che è avvenuto in passato così da renderlo possibile, non colpevole, non compreso, riutilizzabile e giustificato dalle masse. Tu devi salvare il tuo corpo e il tuo spirito e quello dei tuoi compagni. Non siamo mai soli. Tu sei degno di questa terra. E ogni morte è un’offesa inscritta nel tempo e, cosa che loro non vogliono comprendere, nel futuro. Quel futuro d’odio e repressione che stanno creando.>> Non ci furono altre parole tra noi due. Iniziò la battaglia. Un’altra guerra dove crollarono case, le ossa e vennero psicologi per sostenere gl’incubi dei bambini. Noi ci trovammo immersi in altri rimpianti e colpi di mortaio. La descrizione della guerra si risolve in polvere, fiammate urla e crateri inestinguibili. Tagliai la rete di filo spinato, feci passare i miei compagni e dinnanzi a noi si parò il vuoto. Un grande abisso ci assorbì nel suo insieme confusionario e immobile. La nostra identità non ha certificato di nascita. Tutta la nostra esistenza si è ridotta a una ricerca forsennata della casa dei nostri sogni: quella che abbiamo lasciato, quella che siamo costretti a ricevere. Mi voltai indietro ad osservare la fine di un conflitto che non conosce misericordia. Non c’era più nessun combattimento. Solo soldati che ci prendevano a calci mentre tentavamo la fuga verso l’ennesima, provvisoria salvezza. Ci furono degli spari. I cani ringhiavano sotto la luna di formaggio. Qualcuno gridò ad un Dio che nel silenzio dei secoli ha sconfitto l’idiozia e la banalità del figlio ribelle, lasciandolo al suo inferno, al suo destino programmato. Mi girai verso i miei compagni, erano stanchi ma confortati. Loro non hanno visto nulla dietro ai loro passi. Loro vivono nella speranza di una casa e nell’amore democratico di una madre carica di cicatrici e disprezzo. <<Andiamo.>>, dissi. E c’incamminammo mentre la notte sbiadiva e un’altra notte riluceva nei brividi infiniti di una prigione o di un cespuglio umido e selvaggio.

2.

Europa era una ragazza dotata di una bellezza singolare. Quando Zeus la vide ne fu talmente eccitato da portarla sull’isola di Creta per violentarla. Ciò avvenne dentro un boschetto di salici. Così nacque la prima piaga. Da qui parte e si conclude la nostra storia, carica d’amore e aggressività. Incipit della creazione. Andando tutti per lo stesso mare. Andando tutti per la stessa strada. La nostra storia.

Io: Ho un cuore in un letto d’ospedale innamorato del letto d’ospedale.
Lei: Mi hai tradito ancora.
Io: Mi sono allontanato da ogni cosa.
Lei: Cosa ti spinge verso l’estremo?
Io: Le mie ali scorticate.
Lei: Così cadrai dentro le tenebre del ricordo.
Io: C’è già un cadavere dentro di me.
Lei: Posso vederlo?
Io: Guardami.
Lei: Posso toccarlo?
Io: Toccami.
Lei: Non mi ami più.
Io: Ho amato così tanto da indurre al suicidio il mio corpo.
Lei: La tua metamorfosi è stata solamente un cicatrice nell’anima.
Io: Le mie ossa tremano. Nasce in me un senso di pericolo incontrollabile.
Lei: Hanno offeso la tua vita.
Io: Hanno distrutto le mie origini.
Lei: Ora aspettami dove mai più c’incontreremo.
Io: Ti aspetto da un tempo non descrivibile.
Lei: Sono sempre stata lì. E ti ho osservato.
Io: Ti ho sempre vista lì, ma non ricordavo il tuo nome. Per raggiungerti.
Lei: Bastava un tuo sguardo e sarei diventata il tuo viaggio di speranza.
Io: Io ho conosciuto la tua ospitalità in divieti e bastoni.
Lei: Questa è la malattia che mi ha colto.
Io: Non so se ci sarà mai un citofono col mio cognome a casa tua.
Lei: La tua terra ti chiama.
Io: La mia terra non mi offrirà più il sole del mare. La mia terra è silenzio.
Lei: Fin quando non tornerai, resterai uno straniero. L’accento del luogo ti rende parte del suo passato.
Io: Il mio passato è stato distrutto e non trovo nessun ricordo tra le cose che lo rappresentano.
Lei: Sei destinato all’assenza.
Io: La mia terra è assenza. E io sono la mia terra.
Lei: Non c’incontreremo mai. Lo ricorderai il mio nome?
Io: Il tuo nome è una cicatrice inferta. Tu ricorderai il mio?
Lei: Il tuo nome è inciso sulle mie labbra e le mie labbra conoscono unicamente la tua carne.
Io: Conosco i brividi dei tuoi morsi e dei tuo baci agognati.
Lei: C’incontreremo.
Io: Non c’incontreremo mai. Sono qui e non mi vedi. Sono qui e sono in prigione. Chi sono per te?
Lei: Sei la lesione sulla mia pelle divisa e mai contenta. Ricorre in me l’odio e la deportazione.
Io: Non voglio far parte di te. Cullami e basta.
Lei: C’è un lato di me che lo farà.
Io: Non mi considerare un numero nelle tue tabelle. Non cerco la sopravvivenza.
Lei: Io sono solo il tramite. Ora, ti prego, amami per quella che sono.
Io: Ti amo per quella che sei. Sono qui per te.
Lei: E non hai paura della mia follia politica e razzista?
Io: Ho solo paura delle tenebre del ricordo.
Lei: C’è già un cadavere dentro di te.
Io: È la mia terra e la mia famiglia. Il mare che non rilascia perdono.
Lei: Sei destinato all’assenza.
Io: Non senza di te.
Lei: Io sono già assente. Al primo sbarco, al primo centro d’identificazione.
Io: Mi abbandonerò alle cose che accadono e cercherò la mia terra.
Lei: La tua terra ti chiama?
Io: La mia terra è silenzio. E io invece urlo. E anche tu servi silenzio.
Lei: Siamo fatti della medesima costituzione. Scompariamo, divorati da una malattia indicibile.
Io: Allora, ora, ti prego, amami per quello che sono.
Lei: Sarà fatto: ce ne andremo insieme e torneremo a casa, la casa del vuoto e delle macerie.
Io: C’incontreremo lì.

(Ed il pubblico esorta ed applaude)

Qui la prima parte del racconto