Nel Panopticon di Michele Mari

Foto di Joseph Fuller, da Pexels

di Davide Orecchio

Dieci anni fa su questo sito pubblicai Panopticon, un racconto di Michele Mari. Una fantasia sull’ideazione da parte del filosofo Jeremy Bentham del noto carcere a struttura circolare, dove un singolo custode può sorvegliare ciascun detenuto. La prima realizzazione di questa architettura della sorveglianza penitenziaria fu nell’isola pontina di Santo Stefano, Regno delle Due Sicilie, Basso Lazio, nel 1795. Ed è stato durante una visita a quel carcere borbonico che a Mari è venuta l’idea del racconto. Una breve indagine psicologica, si potrebbe dire, sulle motivazioni e pulsioni che avrebbero potuto animare l’ideatore del “carcere veditutto”.

Leggiamo qualche estratto:

“Così oggi io, l’Ispettore, siedo al centro, e guardo. Tutt’intorno a me, alla distanza di un raggio di cinquanta metri, gira la circonferenza di un edificio formato da tre ordini di logge; ogni loggia si articola in trentatre celle: gli assassini in basso, i pazzi in mezzo, e i politici in alto, per un totale di novantanove reclusi. Dal mio scranno girevole li tengo tutti sotto controllo, e poiché li spio da una feritoia continua, nessuno di loro può sapere quando io sia di vedetta, né in quale preciso momento il mio sguardo sia orientato verso di lui. Questo incute in ognuno di loro l’idea di essere visto ininterrottamente, ciò che inibendolo e paralizzandolo ne fa un detenuto ideale. Ideale, voglio dire, al punto da trasformarsi nel proprio custode, poiché interiorizzando il mio sguardo ha finito con il sentirsi guardato in continuità da se stesso”.

E ancora:

“La guardia, il guardiano, è chi guarda: se solo l’uomo avesse un po’ più di coscienza etimologica, quanti inconvenienti si eviterebbero!”.

Ma questo, forse, oggi, è il brano più interessante del racconto:

“Un complesso sistema di tubazioni a raggiera mi porta anche i suoni: basta che io tolga l’opercolo a uno dei novantanove ugelli che si affacciano alla mia specola per sentire le bestemmie e le preghiere di ognuno, il suo pianto, un tamburellare di dita, un colpo di tosse: per questo dopo qualche mese di detenzione i prigionieri più pavidi divengono pressoché muti”.

Chi sta ancora leggendo questo pezzo avrà capito – immagino – dove voglio andare a parare. Ma mi prendo ancora un po’ di tempo.

In una nota a commento del racconto, Antonella Falco osservava:

“Aspetto da non sottovalutare è che la torretta centrale, oltre ad essere la sede del custode, è aperta anche ad altri eventuali visitatori, non solo parenti di detenuti ma anche semplici curiosi. La rete voyeuristica ideata da Bentham è dunque molto più larga di quanto si possa immaginare in un primo momento e nella mente del filosofo utilitarista inglese può trovare applicazioni anche al di fuori del sistema carcerario. (…) Mediante il suo panopticon Bentham ha concepito una nuova forma di dominio dell’uomo sull’uomo, raffinata e moderna, che Michel Foucault, nel suo saggio Sorvegliare e punire, individua come paradigma del potere nell’ambito della società contemporanea, un potere che non incombe più dall’alto ma pervade il tessuto sociale dall’interno ramificandosi in esso e creando una fitta rete di correlazioni”.

E adesso veniamo un po’ al punto. Quando è scoppiato il noto affaire Mari-Ciabatti, questo racconto mi è tornato subito in mente. “Quasi” subito, per l’esattezza. Sulle prime mi sono limitato anche io, come molti altri, a vivere un’esperienza panottica, grazie all’articolo di Repubblica che ricostruiva la vicenda, sulfureamente propagato sui vari social. Spiavo come molti la presunta lite sul van dello Strega, le presunte parole misogine pronunciate da Mari sul corpo di Michela Murgia, e il momento sembrava cadere a metà strada tra la diceria e il grande fratello.

Ero, lo ammetto, costernato. Mi chiedevo come diamine fosse possibile che uno scrittore così raffinato avesse giudicato in quel modo una collega, per di più morta e ormai incapace di difendersi. Ero pronto anche io a chiudere per sempre la porta del gabbio alle spalle del detenuto Mari, recluso nel pulmino dello Strega? “Recluso”, sì, perché in quel van, in quella conversazione privata immediatamente trasformata – dalla diceria – in questione pubblica, si andava cristallizzando un’esperienza carceraria sorvegliata. Mari, l’imputato, non poteva più uscire dal van. Le sue presunte parole lo intrappolavano lì dentro. E fuori, dalla raggiera dei social alimentata da riflessioni e interviste media, il mondo (o la “bolla”) sbirciava. Proprio l’atto di guardare legittimava giudizi e sentenze: “È misoginia, è body shaming, che sia punito”.

“È tutto molto semplice: i detenuti siano lo spettacolo, il carcere una sinossi, e l’intero corpo di guardia si riduca a una sola persona: un voyeur. Non siamo forse stati educati a sufficienza, quando da bambini venivamo ammoniti a non peccare perché – risento ancora la voce del parroco – ‘Dio ti vede’? Un occhio inscritto in un triangolo, ecco la religione; un occhio inscritto in un cerchio, ecco la riforma carceraria”.

Credo che nemmeno uno scrittore di fantasia e talento come Michele Mari avrebbe potuto immaginare, molti anni dopo avere scritto queste parole, di trovarsi lui stesso in un meccanismo panottico. Certo, Mari ha avuto i suoi difensori, ma questo non ha frenato nessuno, anzi ha stizzito e provocato, ha aumentato lo sdegno. Quanto a me, man mano che il fremito social aumentava, ho cambiato idea. Tolleranza per la libertà di opinione (anche quando, come in questo caso, è un’opinione che non si può assolutamente condividere): se n’era persa traccia. Non mi sembrava tanto una faccenda di uomini contro donne. Nemmeno una faccenda di vecchi contro giovani. E non era una faccenda di squadrismo o fascismo digitale, come è stato scritto.

Se devo cercare una mentalità alla radice di questo episodio, mi viene da individuarla molto lontano, in un giacobinismo che ha diluito la violenza politica, il mito palingenetico del Terrore, in fustigazione verbale e digitale, ed è ancora pronto a castigare l’umano in nome non più di un Essere supremo o della rivoluzione, ma di un’ideologia morale che quando eccede nella sua intransigenza (e le capita spesso) rischia di trasformare qualsiasi giusta causa in una causa sbagliata. Questo caso, insomma, è interessante soprattutto perché rivela qualcosa sulla mentalità di chi scruta nella raggiera, una mentalità che non sembra accettare limiti, nemmeno quello posto dalla privacy di uno scambio di pareri. Siamo davvero al “Dio ti vede”, e se bestemmi ti ascolta.

Resta la questione del ben noto premio letterario in corso. Mari è uno dei più importanti scrittori italiani viventi, un grande scrittore. È in gara per lo Strega. Ed era, fino all’incidente del pulmino, il vincitore annunciato. Siccome è stata invocata la pena esemplare dell’espulsione dal premio o, dopo che questa soluzione è tramontata, l’umiliazione del perderlo, immagino che agli Amici della Domenica si proponga un fardello non leggero.

Se Mari, come merita, vincerà lo Strega, ascolteremo di nuovo la protesta ruggire contro l’affermazione politicamente insopportabile dello “scrittore misogino”. E se perderà – e mi dispiace scriverlo, cioè mi dispiace per le altre autrici e autori in gara, ma sarà inevitabile pensarlo: – concluderemo che sarà stato punito per le presunte parole su Michela Murgia pronunciate nel pulmino. Si tratterebbe di una pena non commisurata al “delitto”, irrogata attingendo da un codice di legge del tutto estraneo al codice della letteratura, l’unico, quest’ultimo, che dovrebbe vigere in un premio letterario. Ma su questo punto qualcuno penserà che io sono ingenuo, se non dogmatico, perché un premio letterario è uno spazio pubblico e dunque risente dell’opinione pubblica, che a sua volta è modificata dalle posizioni espresse da (o, tra fama e doxa, attribuite a) un contendente.

Passata questa piccola tempesta, resterà da chiedersi cosa vogliamo dalla vita. Ci piace realizzare il sogno del Panopticon? Dovunque noi si viaggi e viva, dire sempre la cosa giusta, la cosa corretta, o dissimularne la convinzione, per evitare la reazione di possibili guardiani in ascolto? E il passo successivo sarà direttamente dentro le pagine scritte? Potremo scrivere solo pagine che non offendano nessuno? È questa la lezione da trarre? Ma ci rendiamo conto che l’unica pagina che non offende nessuno è la pagina bianca? E che solo il silenzio è inoffensivo?

7 Commenti

  1. Molto bella e molto giusta l’immagine del panopticon. Non a caso molti dei commentatori della querelle hanno insistito sull’indistinzione tra parola pubblica privata e pertanto ciò che aveva detto Mari era per così dire incancellabile e inscusabile. Credo che una vicenda del genere sia il sintomo di una completa mediatizzazione della sfera letteraria, un processo nel quale lo scrittore diventa il testimonial di se stesso prima ancora che della sua opera, come nella pubblicità la prova che il tal detersivo lavi più bianco è affidata all’autorevolezza di questo o quel personaggio dello sport o dello spettacolo, così il valore di un testo è garantito solo dalla figura del suo autore che deve essere integerrima, secondo il criterio di autopresentazione, che sia quello dominante del politicamente corretto o al contrario quello del dissacratore e dell’enfant terrible. Quindi l’opera dello scrittore è l’immagine che ci dà e tutta una serie di gusti e opinioni che è tenuto a esprimere, volente o nolente, su tutto ciò che luccica nell’universo mediatico. Per carità anche nel Novecento, basti pensare a Hemingway o Pasolini, autori che costruivano la propria immagine in funzione della propria opera c’erano, così come polemiche, cadute di stile ecc. specie in contesti come il premio Strega, ma per così dire tutto questo a un certo punto doveva cedere il passo alla lettura dell’opera, si arrivava a un dunque che era dentro la letteratura. Oggi no, basti pensare che la presentazione novecentesca di un libro presupponeva la presenza di critici o comunque lettori professionali che parlavano del libro, infatti l’intervento dell’autore era secondario perché si partiva dal presupposto che avesse espresso nel testo il suo pensiero, mentre oggi la presentazione è un’intervista in cui deve spiccare l’immagine dell’autore.

  2. Grazie per questo commento, Giorgio, l’ho molto apprezzato. Se il sistema si è trasfigurato come dici tu, c’è da riflettere. Resta paradossale che questa riflessione la stiamo facendo non partendo da una “comunicazione” sbagliata fatta da un autore in pubblico, ma da parole dette in privato.

  3. Ha senso dare tanto peso a una discussione avvenuta tra due persone in un bus, riportata da una testata nazionale, e infinite volte commentata dai social? Siccome è una frase “origliata”, e non il testo ad esempio di un’intervista, che pur essendo frutto di una mediazione (e magari a volte di una deformazione)), ha un carattere pubblico, allora a me non interessa, non voglio entrarci, non voglio giudicare qualcosa che è inserito in un contesto che mi sfugge da tutte le parti. Poi posso anche pensare che sia una frase verosimile. E che se fosse vera, mostrerebbe una debolezza nelle personalità di chi l’ha pronunciata. Ma il mondo è pieno di gente per certi versi ammirevole (come lo scrittore Mari in quanto scrittore) che vista da vicino ti delude per varie ragioni. Tutta la questione cambia di molto, invece, se uno fa certe affermazioni, ad esempio, come le ha fatte Erri De Luca, in un’intervista pubblica.

    Davide vede nell’intollerenza e in una certa mentalità giacobina la radice di questo fenomeno. Giorgio sposta l’accento sulla “completa mediatizzazione della sfera letteraria, un processo nel quale lo scrittore diventa il testimonial di se stesso prima ancora che della sua opera”. Certo c’è intolleranza, ma questa intolleranza a volte è “giacobina”, in molti altri casi è politicamente scorretta. La rete rigurgita di intollerranza razzista, maschilista e fascista, per dire. A me sembra quindi che la chiave decisiva (certo non l’unica) della faccenda venga da questa “condizione” che riguarda la letteratura ma non solo. (Insomma, è l’autore che accentra l’attenzione non l’opera.)
    In ogni caso, quale che sia l’elemento determinante, vale rispetto al discorso di Davide un’ulteriore osservazione: oggi nel panopticon ci siamo messi noi volontariamente. Ognuno di noi si è infilato nel panopticon dei social e delle piattaforme, che per loro costituzione cancellano la frontiera tra privato e pubblico. A monte degli episodi di intolleranza, la maggior parte di noi ha scelto il panopticon. E anche questo è un aspetto grandemente problematico. Almeno per me lo è, da quando lo frequento :)

    • E’ vero, Andrea, che “la maggior parte di noi ha scelto il panopticon”, però M.M. si era limitato a raccontarlo, e ci si è trovato dentro suo malgrado. Per me ha senso dare peso a questa faccenda solo se diagnostica qualcosa che riguarda tutti. E la matrice giacobina l’ho vista sì in questo caso (magari mi sbaglio pure), ma non voglio darle più peso rispetto al dilagante fasciorazzismo dei social, ovviamente.

  4. Nessuno desidera vivere nel Panopticon, né essere oggetto di osservazione perpetua, né dover parlare come se ogni frase fosse già destinata a diventare un capo d’imputazione. Mari è un grande autore, dispiace per la caduta di stile, ma invochiamo la libertà di opinione. Però liberta d’opinione non significa immunità dalla critica, no? E criticare una frase non significa chiedere che chi l’ha pronunciata venga espulso dalla letteratura, messo alla gogna, ecc. Tra la pagina bianca e il tribunale morale c’è, dovrebbe esserci, uno spazio molto ampio, ovvero lo spazio della consapevolezza critica e anche del dissenso non punitivo.
    Interroghiamoci dunque sul tribunale permanente dei social, il collasso dei contesti, un giornalismo culturale disperato, la tendenza polarizzante e superficialotta dei commenti, gli shitstorm manipolati, i conflitti imbastiti per fare click, il brand dell’immagine, eccetera. Però non dimentichiamoci degli elefanti nella stanza: la goffaggine con cui si parla di questioni di genere nell’ambito editoriale e letterario, e poi, la storica asimmetria.
    Asimmetria che esiste ancora, e diventa intrattabile se non la osserviamo nella sua storia. Voglio dire: non tutti entrano nello spazio pubblico con la stessa storia dello sguardo addosso. Le donne (e, più in generale, le persone ricondotte socialmente al femminile) conoscono da molto prima dei social network la condizione di essere GUARDATE. Non è che certi copioni ben radicati siano spazzati via oggi da una dimensione pubblica un po’ più egalitaria di un tempo (apparentemente almeno, perché poi andando a fare le statistiche sulla materialità delle esistenze, stipendi, posizioni, direzioni ecc, le cose forse sono meno egalitarie del previsto). La verità – anche tragica, sì – è che le donne si portano addosso secoli di sguardo: perché brutte, perché belle, perché insipide, perché dimesse, perché vistose, perché giovani, perché vecchie, perché di mezza età, perché fidanzate di, perché single, perché deluse da, perché cornute, perché cornificanti, perché insultate, perché esaltate, perché stronze, perché lesbiche, perché non si sa cosa, perché non si sa il loro vero nome, perché fanno gruppo, perché sono delle ‘eccezioni’, eccetera, eccetera, eccetera. Tutto questo è valso anche, se possibile ancora di più, per le scrittrici, che devono districarsi nel fitto di un carico simbolico specifico, con storici divieti strutturali e infrazioni invisibili. Dire che questo peso simbolico è grossomodo uguale per tutti o addirittura liquidarlo come ininfluente rispetto ‘all’opera letteraria’ vuol dire darsi la zappa sui piedi, cioé: disinnescare il valore conoscitivo e perturbante del letterario nel pensare l’esistenza (se volete: nel cambiarci le vite).
    Forse basterebbe essere stati a qualche cena con certi baroni che sparano sentenze su chi ha la faccia da maiala e chi fa la gatta morta, e al caffè immancabilmente pontificano sulla ‘condizione umana’. Non è soltanto la collezione di pregiudizi di alcuni personaggi retrò, ma un sistema morale che inquina tutto. Ed è sfiancante. Da giovane mi sono capitate queste scenette (anche a Virginia Woolf, ho scoperto dopo, che si sforzava di buttare giù i rospi per non passare da isterica), e oggi non mi meraviglia che, a un certo punto, all’ennesima battuta, arriva qualcuna che fa saltare il tavolo. Penso che i tempi siano maturi perché noi si faccia i conti con tutto questo fuori dalla riduzione a gossip, e pure oltre l’invocazione al ritorno all’opera ‘e basta’.
    Sinceramente penso che Mari vincerà lo Strega, per ragioni letterarie e di autorevolezza, che questa storia ha semmai rinforzato. Il potere della parola non scompare nel momento in cui il suo autore viene criticato. Però il ‘codice della letteratura’, che si invoca come unico criterio legittimo per un premio non credo sia mai esistito in una camera sterile, soprattutto per le donne. Se vogliamo fare un passettino avanti nei nostri dibattiti culturali bisogna riconoscere che il Panopticon non comincia con i social e non distribuisce equamente le sue celle, e per alcune esiste da tanto, tanto, tanto tempo.

  5. Cara Renata, sono contento che tu sia intervenuta. Ovviamente lascio a Davide di rispondere rispetto al suo pezzo. Io provero’ a dirti perché questa riflessione sul panocticon mi sembra importante. Ma sgombriamo intanto il campo a vari equivoci, o meglio, isoliamo alcuni punti che intorno all’affaire Mari si sono aggregati.
    Primo punto. Lo Strega, con tutti i suoi limiti e anche qualche pregio, non è comunque certo un garante dell’autonomia letteraria. No. Su questo non ci piove. E questo vuol dire che, dal mio punto di vista, non ci sarebbe comunque stato dramma. Nessuno scopre Mari. Mari è uno dei nostri migliori scrittori. Avesse perso il premio strega per una pesante battuta sessista poco male, e al limite peggio per lui e per il suo sessismo.
    Secondo punto. Viviamo sotto la minaccia del wokismo, qualunque cosa questo voglia dire? No. Viviamo in un periodo in cui stranamente l’antirazzismo e il femminismo hanno conquistato dei territori di rivendicazione e polemica. Dico stranamente perché viviamo in un periodo di regressione oscurantista e non solo sul piano simbolico ovviamente. I due fenomeni sono probabilmente collegati: le lotte femministe destabilizzano alcuni maschi, che si lanciano nei deliri “virilisti”, ecc.
    Le lotte antirazziste e femministe sono tutte buone nei metodi e negli obiettivi? Non credo. Come le lotte di classe – diciamo del movimento operaio – hanno conosciuto varie forme, conflittuali tra loro, e alcune – con o senza senno di poi – si son rivelate sbagliate, ecc. Cois accadrà con questi movimenti.
    Terzo punto: capisco che le donne siano incazzate in quanto donne, nella loro variegata vita di madri, compagne, lavoratrici, cittadine, ecc. Il sessismo, il patriarcato, lo si chiami come si vuole, ossia una volontà di dominio dell’uomo sulla donna esiste, ci è stato trasmesso in eguali dosi, con tutte le asimmetrie del caso. (Dalla Francia, dove vivo con una moglie francese e una figlia franco-italiana, l’orizzonte culturale italiano sembra poi ancora più arretrato rispetto a quello francese.)
    Quatro punto: la riflessione sul panocticon. Tu scrivi: “Nessuno desidera vivere nel Panopticon, né essere oggetto di osservazione perpetua.” Qui io ho dei fieri dubbi Renata. Ho dei fieri dubbi che ci sia gente che NON vuole essere oggetto di osservazione perpetua. E qui entra la questione social, ma la questione social sia articola con la questione dell’individualismo estremo dell’era digitale. Chi è alla vorace ricerca di “visibilità” è quindi qualcuno che sogna di essere “oggetto di osservazione (ammirativa)” perpetua. Il panocticon dei social è ovviamente una modulazione XXI siècle del panopticon XVIII. Il social ti offre visibilità, ossia “esposizione” perenne, ma ovviamente gestisci tu quale aspetto, lato, di te esibire. Ma è qui che il discorso di Davide si fa pregnante: vivere nell’esibizione permanente – dei suoi muscoli o delle sue opinioni sul mondo – implica quell’interiorizzazione dello sguardo che è leggeremente spaventoso, e richiama ombre totalitarie.
    Insomma, io oggi, come ho ripetuto spesso, sono disposto a parlare di questioni politiche, letterarie, filosofiche, di Intelligenza Artificiale, di genocidio a Gaza, di lotta al patriarcato, ma a patto di non dare per scontato che le piattaforme digitali siano un mezzo neutro e in qualche modo trasparente. Il pulpito dai cui il leader politico parla non è un mezzo trasparente, tant’è che alcuni movimenti di contestazione lo hanno rifiutato. Il partito non è un mezzo trasparente, tant’è che, nella storia dei movimenti d’emancipazione del novecento, è stato anch’esso sottoposto a discussione e critica. Lo stesso, fatte le debite distinzioni, vale per i social e quella zona ibrida tra parola pubblica e privata che organizzano e captano. E dentro questa faccenda ce n’è anche un’altra: siamo davvero sicuri che vogliamo abolire ogni frontiera tra privato e pubblico? E’ davvero questo il significato dello slogan: “il personale è politico”?

  6. Grazie per gli interventi successivi, e soprattutto a Renata. Ho esitato un po’ a risponderti, Renata, perché l’incazzatura va soprattutto rispettata, penso, ed è difficile qualsiasi replica. Mi sembra che siamo d’accordo sul fatto che possiamo lasciare in pace Mari, che per fortuna ha vinto il premio, e non può essere ridotto a capro espiatorio. Ma possiamo proseguire in qualsiasi modo la discussione sul Panopticon, che secondo me nel tuo discorso non è minimizzato o negato, anzi il piano di genere rende ancora più inquietante l’ambiente di voyeurismo digitale nel quale viviamo. Il mio era un discorso sul grande gioco della sorveglianza e della punizione, al quale partecipiamo ormai tutti grazie alla pervasiva raggiera dei social (e a contenuti mediocri diffusi dai media tradizionali. Di nuovo: affaire Mari docet). Tu introduci il discorso sullo sguardo maschile, sulla sua millenaria aggressività e violenza, e non voglio affatto sottovalutare quanto questo sia vero in ambienti letterari e universitari, ma è ancora più vero nell’ambito dei social, che è ormai il telaio e la nervatura della nostra esistenza.

    Prendo atto che il mio inciso sul codice della letteratura non è stato apprezzato, ma in quel clima inquisitorio che cresceva attorno a Mari mi sembrava l’unico codice al quale attenersi, comunque l’ho richiamato in modo consapevolmente naïf, lo so bene (ahimè) che i premi letterari non si attengono sempre a quel codice.

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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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